Cultura | Cinema

Come Roma sta spostando i confini del cinema

Oltre a essere uno dei più belli dell'anno, il film del regista messicano dimostra che qualcosa sta cambiando nel nostro modo di guardare.

di Mattia Carzaniga

Il regista sul set con Yalitza Aparicio.

Bisognava vederlo al cinema. No, va benissimo anche in streaming. Ma scherzi, vuoi mettere l’esperienza della sala, il buio, gli sconosciuti con cui per due ore condividi un’emozione. Figurati, adesso poi fa freddo, chi c’ha voglia di uscire. Gli storici di domani racconteranno noi testimoni dell’epoca che passa dall’analogico al digitale così: come gente che pensa al cinema solo in termini di schermo grande schermo piccolo, nicchie che si contendono territori autoreferenziali giusto per animare le proprie bacheche social, spettatori appassionati più dai contenitori che dai contenuti. Ecco, il punto è questo: non è che, nel gran discutere di sale e piattaforme, ci stiamo dimenticando che certi film sono belli e basta?

Sembro Walter Veltroni, è vero, ma la predica è finita. Parliamo invece del titolo che, nei futuri saggi degli storici, verrà scelto come caso più rappresentativo di questo salto pressoché definitivo dalla poltrona (della sala) al divano (di casa), dal biglietto di carta ai dieci-e-qualcosa euri scalati automaticamente dalla carta di credito, che quasi non ci sembra più di pagare per vedere i film. Parliamo di Roma di Alfonso Cuarón, distribuisce Netflix (che non l’ha prodotto: è un dettaglio importante, ma in pochi lo capiscono), sarà online da venerdì, se ne parla da quando ha vinto il Leone d’oro all’ultima Mostra di Venezia. Pure lì grandi litigi nella minoranza festivaliera: di qua chi urlava «è un capolavoro, nessun altro meritava il premio!», di là quelli che «così distruggeremo le sale per sempre!». Sale che, la settimana scorsa, l’hanno fatto uscire per tre giorni, e il pubblico ci è andato, tanto che alcuni di questi cinema l’hanno tenuto per qualche giorno ancora. Dunque, chi danneggia chi? In fondo nessuno. È già successo una volta (con Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, sempre Netflix) e le sale che l’hanno voluto ci hanno pure guadagnato. Il paradosso è questo: cinema che una volta si dicevano “d’essai” oggi accettano questi titoli distribuiti dalle temibili piattaforme capaci comunque d’intercettare spettatori fan del buio e dell’esperienza e dell’emozione (spettatori spesso abbonati alle piattaforme stesse, pensa te); altri li rifiutano per la solita questione “danneggiano la distribuzione tradizionale”.

Sul sito di Anteo Spazio Cinema, la sala più bella e famosa di Milano, si legge questa nota dal titolo “Roma di Alfonso Cuarón: ecco perché non è in programmazione nelle nostre sale”: «Crediamo fortemente nella funzione della sala e nel suo valore di condivisione sociale. In questo momento più che mai la vogliamo difendere: in rispetto del pubblico, delle opere artistiche e anche del nostro lavoro. Non vogliamo che la sala sia “usata” come segmento irrilevante nel sistema distributivo essendo – al contrario – elemento identitario essenziale dell’esperienza di fruizione. Abbiamo scelto di rinunciare, a malincuore, a un film dal grande tenore artistico, a un film che è cinema nella sua forma più pura, anche procurandoci un danno economico. Lo facciamo in nome di una battaglia più grande, volta a valorizzare la centralità della sala cinematografica e alla difesa del suo pubblico». Il danno (o il vantaggio) economico non lo sapremo mai, perché Netflix ha deciso di non diffondere i dati d’incasso di Roma (così come non conosceremo il numero esatto di stream). L’occasione per un dibattito per una volta serio diventa il solito cortocircuito che ruota su sé stesso. I presunti buoni contro i presunti cattivi, i modernisti contro i retrogradi, quelli dei libri solo di carta contro l’esercito del Kindle (non c’entra, ma c’entra: ne parla il magnifico film di Olivier Assayas tristemente rititolato qui da noi Il gioco delle coppie, nelle sale – tradizionali – a inizio gennaio).

Alfonso Cuarón durante le riprese di Roma

Parliamo dunque dei contenuti, ma adesso per davvero. Punto e a capo. Roma di Alfonso Cuarón è un film bellissimo. Il più bello che vedrete quest’anno? Probabilmente sì. Roma, ormai lo sanno tutti, è il nome del quartiere di Città del Messico in cui è cresciuto il regista (la nostra Roma a breve potrebbe avere un quartiere che si chiama Città del Messico). Al centro del film c’è Cleo, la tata della famiglia borghese e scombinatissima del regista allora bambino, ma c’è anche la madre, dolentissima, di questo bambino e dei suoi fratelli, gli uomini sono assenti, pavidi, ragazzini, stanno appresso allo sport come il filarino della protagonista, che pensa solo alle arti marziali, di certo non si occupano delle cose importanti, di una famiglia e di un Paese che si sfasciano così, a specchio, con tutte le inevitabili tensioni di dentro e di fuori, con le cacche di cane nel privato vialetto di casa e i moti (forse) rivoluzionari sulla pubblica piazza. Roma è una storia di donne, costrette a fare tutto da sole, ma senza le pedanti didascalie a cui oggi sembrano costrette le storie di donne. Ed è una storia di minoranze (Cleo è di origini indie), di integrazione, di lavoro, di mutuo soccorso, di posti nel mondo, e il bello è che nessuno di questi temi pesa, non c’è un messaggio esibito, non c’è una tesi da impugnare. C’è solo il cinema, su schermo grande o piccolo non importa.

In tanti hanno detto che Roma è l’Amarcord di Cuarón e no, non è sbagliato. C’è questa cosa comune a molti autori di filmare il proprio memoir, a un certo punto della loro carriera. Cuarón ha cinquantasette anni. Fellini, al tempo appunto di Amarcord, ne aveva cinquantatré. Woody Allen – a patto che si possa trovare un solo titolo-autobiografia: facciamo che è Radio Days – cinquantadue. Sarà dunque questa l’età della maturità cinéphile? Chi lo sa. Di certo è l’età della maturità di Cuarón, uno di quei bravissimi da sempre che finalmente trovano la sintesi perfetta di forma e sostanza. Di contenitore e contenuto. Cuarón firma praticamente tutto, ovviamente la regia ma pure il copione, e la favolosa fotografia, e il montaggio (insieme ad Adam Gough), Roma è la sua opera totale, quello che si dice il film della vita, in senso letterale e non. Sta pure vincendo tutti i primi premi della Awards Season appena cominciata, è il miglior film dell’anno secondo i critici di New York e Los Angeles, e se queste due città hanno qualche peso nella corsa agli Oscar (ovviamente ce l’hanno), allora il 24 febbraio staremo certamente qui a riparlarne. Quella notte Cuarón potrebbe facilmente strappare un’altra statuetta come miglior regista (l’ha già vinta quattro anni fa con Gravity), diventando il secondo messicano in pochi anni a fare il bis: Alejandro González Iñárritu vanta la doppietta BirdmanRevenant. Tenetevi già pronti: Roma sarà anche il miglior film per l’Academy, Netflix vincerà il premio più importante della sua ancor breve storia, i confini del cinema di ieri e di oggi (e della sua fruizione) saranno ridefiniti per sempre. I confini tra la sala e lo streaming. Tra la poltrona e il divano. E allora vedrete che polemiche. Sarà quella l’emozione da condividere tutti insieme, davanti agli schermi (piccoli) dei nostri computer.

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