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L’ultima moda tra i miliardari è comprarsi lo scheletro di un dinosauro Vengono battuti per milioni di dollari dalle più prestigiose case d'asta del mondo e acquistati da miliardari che si sono un po' stufati delle "normali" opere d'arte.
Sempre più giovani si dedicano al solomaxxing, cioè rimanere single perché per trovare un partner servono troppo tempo e troppi soldi Essere single non per scelta sentimentale o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito medio non copre più.
Per festeggiare il centesimo compleanno il brand islandese 66°North si è inventato una delle campagne più riuscite degli ultimi anni Cento persone, nate ognuna in uno degli anni trascorsi dal 1926 a oggi, fotografate con addosso i loro vecchi capi 66°North, quelli a cui sono più affezionati.
Nelle praterie della Mongolia è stata costruita una galleria d’arte che sembra un’astronave precipitata sulla Terra Si chiama Praire Ark, l'ha disegnata lo studio architettonico cinese Büro Ziyu Zhuang ispirandosi alla saga di Alien di Ridley Scott.
Un tizio ha trovato per caso una demo unica di Is This It degli Strokes che la band aveva registrato e poi buttato È una prima versione dell'album, prodotta da Gil Norton, che Casablancas e compagni bocciarono e cestinarono. E che ora è miracolosamente riapparsa.
Secondo una ricerca scientifica gli uffici open space fanno male al cervello, fanno stancare di più e lavorare peggio A quanto pare ci voleva una ricerca per capire che rumore continuo, confusione incessante e assenza di spazio personale non fanno bene al cervello.
La pregiatissima collezione di vini di Stalin verrà venduta per finanziare l’apertura di una scuola di enologia in Georgia Al suo interno sono conservate più di 40 mila bottiglie, in parte prese dalle cantine degli zar e in parte scelte personalmente da Stalin.
Il prossimo film di Alice Rohrwacher sarà un adattamento del Barone rampante di Italo Calvino La regista non ha fatto in tempo a finire le riprese di Three Incestuous Sisters che è già arrivato l'annuncio del suo prossimo progetto.

La solitudine del vice

Potenze nell'ombra, riserve, apprendisti o mentori: i vicepresidenti Usa da Teddy Roosevelt a Joe Biden, ora che contano meno di un tempo.

01 Agosto 2016

Quando George W. Bush si rivolgeva al suo vice, lo chiamava quasi sempre per nome: “Cosa ne pensi di questo, Dick?”. Cheney invece gli rispondeva chiamandolo “Mr President”. Persino quello che oggi viene ricordato come il vicepresidente più influente della storia americana sapeva bene qual era il suo posto, che il suo potere era indissolubilmente legato alla deferenza nei confronti del capo. Nel 2009, mentre Barack Obama prendeva il posto che fu di Bush, Dick Cheney era impegnato a passare il testimone a Joe Biden, l’attuale vicepresidente uscente. Si presentò alla cerimonia (perché alla Casa Bianca esiste una cerimonia di passaggio di consegne anche per i vicari) in sedia a rotelle, spiegando di essersi spezzato la schiena a furia di fare scatoloni: «Anche tu probabilmente sarai messo così, alla fine del tuo mandato, caro Joe».

A breve toccherà a Biden cedere il posto, che sia a favore di Tim Kaine, il senatore della Virginia candidato insieme a Hillary Clinton, oppure di Mike Pence, il governatore dell’Indiana scelto da Donald Trump per il suo ticket. Biden e Cheney hanno avuto due parabole assai diverse, eppure a tratti simili. Quest’ultimo potentissimo: «Sono un genio del male che agisce dietro le quinte», disse una volta tra il serio e il faceto; il «management» della Casa Bianca, lo chiamava Karl Rove. Il primo messo in ombra fin dall’inizio da Hillary, evidente erede, nonché frenemy, del presidente: un «guerriero felice che però fatica ad avere influenza e rilevanza», l’aveva descritto, in un bel ritratto crepuscolare, Glenn Thrush su Politico. Entrambi più anziani dei loro boss, più dei mentori sottoposti che degli apprendisti.

Hillary Clinton Campaigns With Tim Kaine In Virginia

Entrambi, poi, senza la prospettiva nemmeno lontana di diventare presidente. Cheney per assenza d’ambizione e manifesta impopolarità (negli ultimi mesi non poteva sopportarlo più neppure Bush, come ha raccontato, impietosamente, Peter Baker del New York Times). Biden non per scelta, ma per colpa di un fato beffardo che l’ha voluto Numero Due in momento in cui il Numero Uno aveva già un successore designato. Nel suo profondo, rivela Thrush dopo averlo incontrato, Biden non ha mai abbandonato i suoi sogni presidenziali, ma è stato scoraggiato, tra le altre cose, «dal ridimensionamento dei parametri di un lavoro che mi ha descritto come un derivato, uno che si ispira a qualcun altro, “un riflesso del potere del presidente”».

Nei decenni scorsi, nell’era di Reagan, dei due Bush e di Clinton, la vicepresidenza ha conosciuto una fase di grande rilevanza, spesso un trampolino verso la candidatura alla Casa Bianca: Bush senior fu vicepresidente durante i due mandati di Reagan, prima di essere eletto egli stesso commander-in-chief; Al Gore ci provò, e perse per un soffio (non dilunghiamoci su tutto il dossier del riconteggio in Florida); Cheney non si candidò ma fu, come si diceva, il «più potente nella storia». L’era Obama sembra invece avere ridimensionato il ruolo, sarà forse la coolness monopolizzante del capo, sarà che i tempi sono cambiati così come sono cambiati i media e l’economia del successo.

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In realtà, spiega nel suo saggio The American Vice Presidency: From Irrelevance to Power il giornalista politico Jules Witcover, in origine quella del vicepresidente degli Stati Uniti era stata concepita come una carica secondaria, priva di un vero ruolo nell’esecutivo, le cui uniche funzioni erano sostituire il presidente in caso di morte, malattia o dimissioni, nonché di presiedere al Senato. A tutti gli effetti delle riserve, soldati in panchina nel caso capitino imprevisti. «Non sono nulla, eppure potrei essere ogni cosa», disse una volta John Adams, il vicario di George Washington. Il primo vicepresidente nella storia degli Usa è stato anche il secondo presidente, non a caso: dopo i due mandati del leader della Rivoluzione (1789–97), Adams si candidò e vinse le elezioni.

Stando a una ricostruzione della Cnn, sono 14 i vicepresidenti americani diventati presidenti. Di questi, otto lo sono diventati in seguito alla morte del commander-in-chief, come nel caso di Lyndon B. Johnson dopo l’assassinio di Kennedy a Dallas, e Harry S. Truman quando Roosevelt fu stroncato dalla poliomielite. Poi c’è stato Gerald Ford, succeduto a Richard Nixon dopo le sue dimissioni. Gli altri sono stati semplicemente eletti allo scadere del mandato del loro capo: i sopracitati John Adams e George H. W. Bush, certo, ma anche Thomas Jefferson nel 1800 e Martin Van Buren nel 1836. All’elenco dei vicepresidenti che hanno vinto un’elezione presidenziale andrebbero però anche aggiunti Theodore Roosevelt e lo stesso Lyndon Johnson: saliti al potere svolgendo la loro funzione di riserva, entrambi poi sono stati rieletti a un secondo mandato.

Van Buren fu anche il primo vicario a essere scelto personalmente da un candidato alla Casa Bianca, in questo caso Andrew Jackson. Ma è stato soltanto a partire dagli anni Settanta, sostiene Witcover, che i numeri due hanno cominciato a svolgere un ruolo attivo e decisivo nelle amministrazioni Usa. Queste mansioni di primo piano, una centralità nell’ombra che ha toccato il suo picco con Cheney, sono state in parte sminuite proprio da Biden, si diceva. Resta da chiedersi se questo trend, il «ridimensionamento dei parametri», continuerà anche tra qualche mese, quando arriverà il turno di Kaine o di Pence, o se il grado di influenza dei gregari tornerà agli antichi splendori.

Nelle immagini: in copertina Joe Biden a un gala nel 2015 (Leigh Voghel/Getty Images); in testata Obama e Biden a una conferenza stampa alla Casa Bianca nel 2014; nel testo i ticket democratici e repubblicani delle elezioni di quest’anno (Win McNamee, Chip Somodevilla, Alex Wong/Getty Images)
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