Dal numero ↓
22:48 martedì 23 giugno 2026
Olivia Rodrigo ha annunciato un festival musicale con una line up di sole artiste donne per raccogliere fondi a sostegno delle donne Si chiama Daisy Chain Fields: sul palco si esibiranno Stevie Nicks, Karen O, Chappell Roan, Mitski, Doechii, le Katseye e tante altre.
Dopo averne licenziati quasi 10 mila, Zuckerberg ha ordinato ai dipendenti di Meta sopravvissuti ai tagli di «ricominciare a divertirsi» Viene da chiedersi: se un dipendente si rifiuta e si presenta a lavoro di cattivo umore, viene licenziato pure lui?
Fatboy Slim ha fatto un dj set improvvisato e gratuito durante una manifestazione contro l’estrema destra a Brighton E ha commentato tutta la giornata così: «Never been more proud of my hometown. More disco, less fascism».
In Albania un milione di persone è sceso in piazza per protestare contro il resort di lusso di Jared Kushner, il genero di Trump I manifestanti, però, non si accontentano più di fermare la costruzione del resort: adesso vogliono le dimissioni di tutti coloro che hanno approvato il progetto.
Loris Messina e Simone Rizzo sono i nuovi Direttori Creativi di Moschino Il loro debutto è fissato per settembre, alla Milano Fashion Week, dove presenteranno la loro prima collezione ufficiale.
Trump sta combinando un grosso, grossissimo guaio con la Reflecting Pool del Lincoln Memorial a Washington Ha speso 15 milioni di dollari per rifarla come voleva lui. Ora l'acqua è verde perché invasa dalle alghe e la vernice del fondo si sta staccando.
A Berlino sta nascendo una nuova scena musicale che mescola il jazz e (ovviamente) la techno Due generi apparentemente lontanissimi e che, non senza una certa sorpresa, a Berlino hanno scoperto che stanno benissimo assieme.
Lo smartworking riduce la socialità e rovina la salute mentale, secondo una delle più grandi ricerche di sempre sul lavoro da casa Quasi 600 mila lavoratori hanno preso parte alla ricerca e i risultati sono stati abbastanza incontrovertibili.

La solitudine del vice

Potenze nell'ombra, riserve, apprendisti o mentori: i vicepresidenti Usa da Teddy Roosevelt a Joe Biden, ora che contano meno di un tempo.

01 Agosto 2016

Quando George W. Bush si rivolgeva al suo vice, lo chiamava quasi sempre per nome: “Cosa ne pensi di questo, Dick?”. Cheney invece gli rispondeva chiamandolo “Mr President”. Persino quello che oggi viene ricordato come il vicepresidente più influente della storia americana sapeva bene qual era il suo posto, che il suo potere era indissolubilmente legato alla deferenza nei confronti del capo. Nel 2009, mentre Barack Obama prendeva il posto che fu di Bush, Dick Cheney era impegnato a passare il testimone a Joe Biden, l’attuale vicepresidente uscente. Si presentò alla cerimonia (perché alla Casa Bianca esiste una cerimonia di passaggio di consegne anche per i vicari) in sedia a rotelle, spiegando di essersi spezzato la schiena a furia di fare scatoloni: «Anche tu probabilmente sarai messo così, alla fine del tuo mandato, caro Joe».

A breve toccherà a Biden cedere il posto, che sia a favore di Tim Kaine, il senatore della Virginia candidato insieme a Hillary Clinton, oppure di Mike Pence, il governatore dell’Indiana scelto da Donald Trump per il suo ticket. Biden e Cheney hanno avuto due parabole assai diverse, eppure a tratti simili. Quest’ultimo potentissimo: «Sono un genio del male che agisce dietro le quinte», disse una volta tra il serio e il faceto; il «management» della Casa Bianca, lo chiamava Karl Rove. Il primo messo in ombra fin dall’inizio da Hillary, evidente erede, nonché frenemy, del presidente: un «guerriero felice che però fatica ad avere influenza e rilevanza», l’aveva descritto, in un bel ritratto crepuscolare, Glenn Thrush su Politico. Entrambi più anziani dei loro boss, più dei mentori sottoposti che degli apprendisti.

Hillary Clinton Campaigns With Tim Kaine In Virginia

Entrambi, poi, senza la prospettiva nemmeno lontana di diventare presidente. Cheney per assenza d’ambizione e manifesta impopolarità (negli ultimi mesi non poteva sopportarlo più neppure Bush, come ha raccontato, impietosamente, Peter Baker del New York Times). Biden non per scelta, ma per colpa di un fato beffardo che l’ha voluto Numero Due in momento in cui il Numero Uno aveva già un successore designato. Nel suo profondo, rivela Thrush dopo averlo incontrato, Biden non ha mai abbandonato i suoi sogni presidenziali, ma è stato scoraggiato, tra le altre cose, «dal ridimensionamento dei parametri di un lavoro che mi ha descritto come un derivato, uno che si ispira a qualcun altro, “un riflesso del potere del presidente”».

Nei decenni scorsi, nell’era di Reagan, dei due Bush e di Clinton, la vicepresidenza ha conosciuto una fase di grande rilevanza, spesso un trampolino verso la candidatura alla Casa Bianca: Bush senior fu vicepresidente durante i due mandati di Reagan, prima di essere eletto egli stesso commander-in-chief; Al Gore ci provò, e perse per un soffio (non dilunghiamoci su tutto il dossier del riconteggio in Florida); Cheney non si candidò ma fu, come si diceva, il «più potente nella storia». L’era Obama sembra invece avere ridimensionato il ruolo, sarà forse la coolness monopolizzante del capo, sarà che i tempi sono cambiati così come sono cambiati i media e l’economia del successo.

GettyImages-578136232

In realtà, spiega nel suo saggio The American Vice Presidency: From Irrelevance to Power il giornalista politico Jules Witcover, in origine quella del vicepresidente degli Stati Uniti era stata concepita come una carica secondaria, priva di un vero ruolo nell’esecutivo, le cui uniche funzioni erano sostituire il presidente in caso di morte, malattia o dimissioni, nonché di presiedere al Senato. A tutti gli effetti delle riserve, soldati in panchina nel caso capitino imprevisti. «Non sono nulla, eppure potrei essere ogni cosa», disse una volta John Adams, il vicario di George Washington. Il primo vicepresidente nella storia degli Usa è stato anche il secondo presidente, non a caso: dopo i due mandati del leader della Rivoluzione (1789–97), Adams si candidò e vinse le elezioni.

Stando a una ricostruzione della Cnn, sono 14 i vicepresidenti americani diventati presidenti. Di questi, otto lo sono diventati in seguito alla morte del commander-in-chief, come nel caso di Lyndon B. Johnson dopo l’assassinio di Kennedy a Dallas, e Harry S. Truman quando Roosevelt fu stroncato dalla poliomielite. Poi c’è stato Gerald Ford, succeduto a Richard Nixon dopo le sue dimissioni. Gli altri sono stati semplicemente eletti allo scadere del mandato del loro capo: i sopracitati John Adams e George H. W. Bush, certo, ma anche Thomas Jefferson nel 1800 e Martin Van Buren nel 1836. All’elenco dei vicepresidenti che hanno vinto un’elezione presidenziale andrebbero però anche aggiunti Theodore Roosevelt e lo stesso Lyndon Johnson: saliti al potere svolgendo la loro funzione di riserva, entrambi poi sono stati rieletti a un secondo mandato.

Van Buren fu anche il primo vicario a essere scelto personalmente da un candidato alla Casa Bianca, in questo caso Andrew Jackson. Ma è stato soltanto a partire dagli anni Settanta, sostiene Witcover, che i numeri due hanno cominciato a svolgere un ruolo attivo e decisivo nelle amministrazioni Usa. Queste mansioni di primo piano, una centralità nell’ombra che ha toccato il suo picco con Cheney, sono state in parte sminuite proprio da Biden, si diceva. Resta da chiedersi se questo trend, il «ridimensionamento dei parametri», continuerà anche tra qualche mese, quando arriverà il turno di Kaine o di Pence, o se il grado di influenza dei gregari tornerà agli antichi splendori.

Nelle immagini: in copertina Joe Biden a un gala nel 2015 (Leigh Voghel/Getty Images); in testata Obama e Biden a una conferenza stampa alla Casa Bianca nel 2014; nel testo i ticket democratici e repubblicani delle elezioni di quest’anno (Win McNamee, Chip Somodevilla, Alex Wong/Getty Images)
Articoli Suggeriti
Tutto casita e chiesa: l’improbabile ma non impossibile crossover tra Bad Bunny e Papa Leone a Madrid

In questo fine settimana il Pontefice e la popstar più famosa del mondo saranno entrambi a Madrid. E le rispettive "diplomazie" stanno facendo di tutto per favorire un incontro.

Dua Lipa ha pubblicato gratuitamente su YouTube il film concerto di Radical Optimism nonostante avesse ricevuto offerte milionarie dalle piattaforme streaming

Si intitola Dua Lipa - Live From Mexico, dura due ore e in nemmeno una settimana ha già superato i due milioni di visualizzazioni.