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Essere i Sottotono, vent’anni dopo

Intervista con Tormento e Fish, che nel 2021 sono tornati con Originali, un album che conferma la fortunata eccezione che sono sempre stati nella musica italiana.

16 Agosto 2021

«Quando si tende a fare le cose che fanno tutti si diventa tutti gli altri». Questa frase di Charles Bukowski riassume bene lo spirito con cui i Sottotono tornano sulle scene, nell’affollatissimo rap game del 2021, dopo vent’anni: Originali, il nuovo album con sei inediti e sette hit degli anni Novanta riarrangiate con featuring à la page, è un manifesto identitario, un po’ «faccio la mia cosa nella casa», come cantava Frankie Hi Nrg e un po’ “Fedeli alla Linea” di CCCPiana memoria. Nono- stante queste premesse, il suono della storica crew dell’hip hop italiano è più che mai contemporaneo, in un’era in cui pop e rap giocano lo stesso campionato delle views e dello streaming di massa. Forse perché i Sottotono hanno anticipato i tempi già dalla fine degli anni Ottanta, quando – folgorati dal flow losangelino e dallo stile West Coast – s’inventarono un genere che in Italia non esisteva. E proprio dalle origini parte la chiac- chera con Tormento e Big Fish, voce e sound della band della pianura padana, sulla strada provinciale che unisce Novara e Varese a Milano e L.A.

ⓢ Quando eravate ragazzi il rap occorreva andarselo a cercare, non ci inciampavi dappertutto come accade oggi. Voi come l’avete scoperto?
Fish: Ascoltando Jovanotti nel suo programma a Radio Deejay, alla fine degli anni Ottanta. Era un momento in cui il rap e l’house music camminavano con lo stesso passo, perché erano fatte da persone che non sapevano suonare, bastava un campionatore. Una novità assoluta di cui mi sono subito innamorato, ascoltando Ice T e i N.W.A., e poi Dr Dre e Snoop Dogg.

Tormento: Io avevo un fratello più grande (Esa, rapper degli OTR e di Gente Guasta) che scriveva strofe rap in inglese per i disc jockey che facevano house music, e già a 8 anni ho iniziato a innamorarmi della breakdance, e anche io di Jovanotti: le sue interviste ai Public Enemy, vedere i Run DMC dal vivo a 1,2,3 Jovanotti, il programma tv che faceva nell’88 su Italia 1. È successo tutto grazie a lui. Poi ho conosciuto Fish, uno che aveva il mio stesso romanticismo e quell’attitudine West Coast, del suono più caldo e cantato di Los Angeles. Abbiamo iniziato a sbatterci, cercando personaggi che all’inizio erano poco conosciuti in Italia, come Tupac. Ci siamo vissuti gli anni Novanta dentro all’hip hop delle jam, dalle serate più crude a Milano, in Pergola, dove ho conosciuto J Ax degli Articolo 31, fino alla Rapadopa, ai Sangue Misto, a Tinte Forti.

Pergola Tribe, centro sociale storico della Milano anni Novanta, uno squat nel quartiere Isola che divenne l’incubatore di tutte le avanguardie alternative, dall’hip hop al drum’n’bass, con dj che arrivavano da Londra o dalla Jamaica. Alle 5 del mattino potevi vedere amministratori delegati di Mtv, scappati di casa, working class e creativi, stilisti come Dolce & Gabbana che uscivano stravolti di sudore dalla cantina piena di fumo e di potentissimi bassi. Che ricordo ne avete?
F: I centri sociali a quell’epoca erano gli unici spot per conoscere l’hip hop. Noi venivamo dalla provincia, io da Novara, Torme da Varese ed era un sogno andare a fare serata in Pergola, dove beccavi gente di Milano, di Roma, di tutta Italia. Nonostante Pergola fosse un centro sociale era molto diverso dall’immaginario super politicizzato del Leoncavallo. C’erano Michele e suo fratello [“i due rasta”, che da lì a poco aprirono lo storico negozio di dischi reggae Jahmekya, sempre all’Isola, nda], Luca [Boselli, aka Skywalker, poi dj a Radio Popolare, nda] e gli altri, che organizzavano le feste costruendosi i sound system da soli. Non potevi stare più di venti minuti davanti alle casse, altrimenti il giorno dopo dovevi andare dall’otorino.

A Milano, oltre a Pergola, c’era anche il Muretto in corso Vittorio Emanuele, davanti alla scalinata del Burghy, punto di ritrovo di tutti i b-boys e fly girls, dei breaker e di rapper come Jake La Furia, Gué Pequeno e Marracash, e poi Fedez ed Emis Killa.
F: Lì si andava di giorno, a fare piazza, poi il sabato ci si spostava tutti in gruppo davanti a Wag, in via De Amicis, storico negozio di abbigliamento hip hop, che aveva i dischi importati dall’America e le prime fanzine italiane.

T: Era incredibile la viralità che c’era all’epoca, prima dei social network. Ascoltavamo demo dei Nuovi Briganti dalla Sicilia, di Lou X da Ancona, fino a quelli della mia landa desolata di Varese. Tutto merito delle fanzine, riviste stampate a ciclostile come quelle dei punk, e del tam tam a voce che si faceva tra Muretto e Wag.

ⓢ Il ricordo è quello di una scena molto più inclusiva, più collettiva rispetto a oggi, dove l’hip hop sembra un’impresa individuale, solitaria…
T: Non è cambiato poi molto. Quando ho conosciuto Sfera Ebbasta, era insieme a Izi, Charlie Charles, Rkomi, a una serata di Marracash. Il concetto di crew è rimasto, sono variate le modalità di aggregazione, prima la piazza ora i social.

ⓢ Tra Pergola, Muretto e le jam nascono i Sottotono, che si distinguono subito dagli altri: scrivevate canzoni d’amore, parlavate alle ragazze. Una novità per il rap dell’epoca…
F: Facevamo una cosa davvero unica, ed eravamo dei ragazzini un po’ spocchiosi, presuntuosi. Non eravamo visti benissimo dal resto della scena, ma avevamo comunque trovato un linguaggio più popolare, più pop.

T: Seguo il rap underground anche oggi, è vivissimo, ci sono un sacco di cose interessanti, anche se a vedere le views che fanno su YouTube mi viene un po’ di tristezza. Credo abbia senso che esistano entrambe le parti, pop e underground: noi citavamo Marvin Gaye, D’Angelo, da Red Ronnie in tv facevamo le cover di Erykah Badu, eravamo comunque portatori di una cultura importante. Ma per molti restavamo dei marziani.

ⓢ Dei marziani che guardavano a Los Angeles, alla famosa scena della West Coast, giusto?
T: Sì, i dischi di Snoop Dogg, Dr Dre, Warren G, ci piacevano quelle sonorità. Poi una volta scoperto Snoop fai subito il collegamento con i Parliament-Funkadelic. Il fatto di usare degli strumenti musicali, e non solo le basi campionate, ci dava un twist in più. L’East Coast restava più legata al ritmo ossessivo di New York, al boom bap che andava a tempo con una città come quella. Certo è assurdo che da Varese e da Novara ci si appassioni a una cosa così esotica…

ⓢ Tra West ed Eat Coast c’era anche una differenza di stile, oltre a quella musicale? Nei Novanta a New York andava l’abbigliamento tecnico, North Face, Columbia, Timberland, mentre a Los Angeles andava il workwear di Dickies e Chuck Taylor, le bandane, il tentativo dei chicani di essere eleganti con i soldi che avevano. Non da Los Angeles, ma da Latina arriva invece Tiziano Ferro, che è stato un vostro corista agli inizi, e adesso è tornato a collaborare con i Sottotono nella riedizione della hit “Solo lei ha quel che voglio” insieme a Gué e Marra.
F: Torme è il talent scout, fattelo raccontare da lui…

T: Mi ero innamorato della sua voce quando aveva fatto un pezzo con la crew torinese degli ATPC, avevo recuperato il suo numero di telefono e siamo stati un’ora a parlare dell’RnB dell’epoca. Avevamo entrambi una venerazione di Al Castellana, il numero uno del soul in Italia. Con Fish ci piaceva tirare in mezzo i nuovi talenti, ascoltavamo il demo di Fabri Fibra sul furgone, abbiamo prodotto le prime cose di Bassi Maestro facendolo passare a Radio Deejay.

ⓢ Ora Fish sei un produttore affermato, che ha lavorato al fianco di Manuel Agnelli a X Factor e che sta dietro ai lavori di molti nuovi emergenti, come Chadia Rodriguez. Credi che il pop e il rap siano cambiati insieme, dagli anni Novanta a oggi?F: Un giorno Giorgio Di Salvo [designer, writer, dj e – come si diceva una volta – agitatore culturale, nda] mi ha ricordato come molti esponenti del rap duro all’epoca fossero nostri fan. Noi eravamo unici, inconsapevolmente facevamo il nuovo pop italiano pur avendo come riferimento Los Angeles. Il pop ci vedeva con dei ragazzini con il cappello al contrario, ma tra la metà e fine degli anni Novanta abbiamo scritto le basi per il pop di oggi, dove non servivano le scuole di musica o di canto per sfondare, era semplice artigianato spinto da una passione fortissima.

T: Abbiamo intercettato una cosa forte che da lì a poco avrebbe influenzato il mercato. Il tempo ci ha dato ragione: pure Robbie Williams si è messo a rappare.

ⓢ Tormento, sin dagli esordi eri considerato uno “stiloso”, con un flow definito, non imitabile. E mi sembra, con le tue esperienze a nome Yoshi Torenaga post Sottotono, che tu abbia fatto di tutto per difendere quello stile, anche a costo di non fare le hit di successo. È così?
T: Ancora oggi faccio rap underground, sono fiero di farlo. Una canzone pop ha una costruzione complicata, è una sfida semplificare, mentre con il rap ti puoi sfogare senza filtri, ed è bellissimo. In quella povertà di mezzi c’è la vera genuinità della musica, come quando agli inizi andavo alle gare di freestyle. Come Yoshi ho messo in atto un percorso puro, di crescita anche spirituale. So che sono argomenti contro corrente in un mondo, quello musicale di oggi, molto egoista ed egocentrico – e sicuramente non hanno avuto il riscontro che meritavano – ma ci sono molti che dal basso, dalle jam alle autoproduzioni, stanno seminando il seme di un futuro che sarà migliore di oggi.

ⓢ E ora c’è Originali, il nuovo album. Avevate la consapevolezza che fosse il momento giusto per farlo?
F: Torme ed io ci siamo riavvicinati per andare a fare gli ospiti a Sanremo nel 2019 e abbiamo deciso di riproporre il nostro sound, che rimane unico, non lo fa nessuno. Siamo ancora delle mosche bianche, e abbiamo fatto le stesse scelte musicali che avremmo fatto in passato, solo rinnovate al 2021. Per musicisti come Coez, Marra, e Guè è stato un onore essere stati nostri ospiti, perché ci ascoltavano quando non erano ancora famosi. Erano nostri fan.

ⓢ Con che tipo di ambizione siete tornati, se si può chiamare ambizione?
T: L’auto-tune descrive molto bene l’era in cui ci troviamo e in cui tutto, troppo, si assomiglia. E noi abbiamo deciso, fin dal titolo del disco, di tornare all’origine, alle radici. E quindi all’originalità dello stile. Siamo quelli con più esperienza, e con la forza di staccarci dai trend del mercato, sicuri di quello che proponiamo. I giovani di oggi sono sfrontati, pensano di sapere tutto, e va bene così, ma noi siamo un’altra cosa. Abbiamo coltivato una passione non solo per avere successo, ma per la nostra felicità e il nostro star bene. C’è stato un periodo in cui abbiamo avuto un grande successo, ma se poi non stai bene, non te lo godi, cerchi altro. Delle radici solide ti danno una stabilità mentale ed emotiva più forte, questo significa crescere.

ⓢ In che modo avete lavorato sui testi? Penso soprattutto allo slang, che negli anni è cambiato molto.
T: Ci abbiamo fatto attenzione. Quando è uscito tha Supreme in molti dicevano che non capivano le sue parole ma io, pur essendo molto più grande, lo capivo benissimo. Lo slang di oggi ha radici in quello del passato.

F: In “Mastroianni” [primo singolo inedito dell’album, nda] le rime di Torme sono molto molto buone, fanno la differenza.

ⓢ Fish, credi che oggi i rapper più giovani facciano meno attenzione ai testi?
F: La cura che aveva Torme per i testi è ben diversa da alcuni ra- gazzi di oggi, che sicuramente curano di più l’immagine. Oggi Instagram la fa da padrone, la loro scelta è naturale, va da sé e ogni rapper è figlio del suo tempo.

ⓢ Vorrei salutarvi dicendo “ci becchiamo in Pergola” ma al posto dello squat ora c’è un residence di lusso all’ombra del Bosco Verticale. Quali sono gli spot giusti del momento?
F: Io di spot oggi conosco la mia camera da letto e la mia sala. Non frequento più molto ma sono sicuro che dopo questo lockdown i luoghi per fare musica e cultura hip hop si moltiplicheranno.

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