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23:25 martedì 18 agosto 2026
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.

L’era dello scrivere gratis

E se il problema non fossero gli editori che non pagano mai noi che scriviamo gratis sui social network? Una riflessione a partire da Andrew O’Hagan.

15 Novembre 2017

Tutti abbiamo, o così almeno mi piace pensare, una fantasia sadica ricorrente con cui trastullarci nei momenti difficili. La mia è questa: il caporedattore di una testata «piccola ma prestigiosa», l’ennesima, mi telefona per chiedermi un pezzo; che però, sai come vanno queste cose, non possono pagare; io, magnanima, accetto, promettendo di consegnare giusto a ridosso della deadline, poi però non mando nulla; a quel punto il caporedattore mi richiama per sollecitare e io gli rispondo che, boh, ho cambiato idea, così lui resta con la pagina vuota. Nelle sue edizioni più sgargianti, la fantasia prosegue col caporedattore che protesta, gli impegni presi si rispettano o almeno si avvisa, e io che rispondo che, visto che era una cosa non pagata, non gli dovevo alcunché, se tu non prendi un impegno con me perché dovrei prendere sul serio un impegno con te?

Naturalmente, è una fantasia che non si è mai avverata. Un po’ perché l’educazione che ho ricevuto, a metà strada tra l’etica calvinista e un bootcamp dell’esercito israeliano, mi ha inculcato un senso del dovere cui, mio malgrado, proprio non riesco a sfuggire: la sola idea di dare buca a qualcuno mi farebbe venire un coccolone. Ma soprattutto perché, salvo rarissime eccezioni, il più delle quali riguardano ricatti, non scrivo gratis.

Quello dello scrivere o non scrivere gratis è uno dei temi più divisivi tra i giovani creativi e lavoratori culturali. Da un lato c’è il campo di chi scrive per la gloria o per la visibilità, oppure, perché no, per l’amore di scrivere; dall’altro chi si scandalizza alla sola idea, questo è un lavoro, perdiana, chiederesti a un idraulico o a un dentista… insomma, conosciamo l’argomentazione. In mezzo c’è una pletora di dorotei, coi loro distinguo: dipende dal caso, se un progetto proprio mi piace, se ha un prestigio tale da valerne la pena, se me lo chiede un amico, o se in quel momento sto già guadagnando tanto per i fatti miei. Quanto a me, sarei ben felice di unirmi ai terzisti della realpolitik, se non fosse per il dettaglio che, guarda un po’, devo dosare le forze: i giorni liberi dagli impegni redazionali di Studio sono pochi e preferisco dedicarli a progetti remunerativi o, in alternativa, al parrucchiere. Per me è una questione di tempo, prima ancora che di orgoglio o di portafoglio. E se fosse davvero questa la questione centrale, il tempo?

O'Hagan

L’impressione però è che, in questo dibattito, finora ci siamo persi un pezzo. Mentre stiamo ad azzuffarci, su Twitter e su Facebook, sul fatto che sia giusto o meno scrivere gratis, non ci siamo accorti che scrivere gratis è esattamente quello che stiamo già facendo. Su Twitter, su Facebook, su Medium o sui nostri blog. Il dato di fatto è che vivere di scrittura sta diventando sempre più difficile anche perché abbiamo contribuito a creare un ecosistema sovrappopolato di parole scritte gratis. È una cosa diversa, si dirà: sui social scrivo per me, non per un editore che non mi paga, i social non sostituiscono i libri, se qualcuno vuole leggersi qualcosa di mio che vale deve farlo comprando un libro o un giornale o cliccando su un sito. Eppure. Eppure sappiamo che non è proprio così. In molti casi, il tempo passato leggere materiale su Facebook o Medium è tempo sottratto a leggere altre cose. E intanto abbiamo abituato il lettore a leggere cose non retribuite, e noi stessi a scriverle.

Una volta il direttore di Studio mi ha detto che sta diventando sempre più difficile convincere la gente che la scrittura ha un valore economico, quando noi siamo i primi a regalare le nostre parole sui social network. In un pezzo che pubblicheremo sul prossimo numero della rivista, lo scrittore scozzese Andrew O’Hagan, la mette giù ancora più dura: «Gli scrittori prosperano nella privacy, non su Twitter, e lo stesso vale per i lettori. Dare via le proprie frasi senza pensarci, e per giunta gratis, danneggia la scrittura come professione, l’idea di pagare qualcuno perché è bravo a scrivere, e uccide la concentrazione».

Di O’Hagan è appena uscito per Adelphi La vita segreta, una raccolta di tre saggi che incarnano i «dilemmi collettivi delle nostre esistenze semi-digitali», come scriveva qualche tempo fa Cristiano de Majo. O’Hagan sarà uno degli ospiti della prossima edizione di Studio in Triennale, l’annuale festival di Studio che si terrà alla Triennale di Milano il prossimo 25 novembre. Magari in quell’occasione potremo fare due chiacchiere sullo scrivere gratis. Non è meglio di scriverne gratis su Facebook?

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