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07:25 sabato 21 marzo 2026
Chopper, il medico della ciurma Cappello di Paglia in One Piece, è stato nominato ambasciatore di Medici Senza Frontiere «La convinzione che si debba curare tutti, indipendentemente da etnia o nazionalità, è ciò in cui crediamo anche noi», ha detto il presidente di MSF, spiegando la scelta del nuovo ambasciatore.
La foto che tutti i giornali stanno pubblicando negli articoli sulla vera identità di Banksy non ritrae Banksy ma un tizio qualunque fotografato mentre lavorava vicino a un’opera di Banksy L'uomo si chiama George Georgiou, ha 69 anni e di mestiere fa l'operaio. Ha definito quello che gli è successo «assurdo».
Al trailer di Spider-Man: Brand New Day è bastato un giorno per diventare il trailer più visto di tutti i tempi Ha totalizzato 718 milioni di visualizzazioni in 24 ore, sbriciolando il precedente record detenuto dal trailer di No Way Home.
Hachette ha cancellato l’uscita di un romanzo horror molto atteso perché si è scoperto che l’autrice l’ha scritto usando l’AI L’autrice di Shy Girl, Mia Ballard, si è difesa sostenendo che a usare l'AI non è stata lei ma un suo conoscente al quale aveva affidato il compito di correggere le bozze.
Un marinaio della portaerei francese Charles de Gaulle ne ha rivelato a tutti l’esatta posizione loggando la sua corsetta mattutina su Strava Non è il primo militare a rivelare informazioni sensibili registrando i propri allenamenti, tanto che è stato coniato un nome per il fenomeno degli Strava Leaks.
Il nuovo film di Alice Rohrwacher, Three Incestuous Sisters, sarà tutto ambientato tra Roma e Stromboli La regista inizierà le riprese ad aprile e passerà la primavera tra la Capitale e le Eolie assieme a Dakota Johnson, Saoirse Ronan, Jessie Buckley e Josh O'Connor.
C’è solo un Paese al mondo che non è affatto preoccupato dalla crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente: la Cina La Repubblica popolare raccoglie adesso i frutti di anni di enormi investimenti nelle energie rinnovabili e in particolare nell'elettrico.
Steven Soderbergh sta per lanciare una app che racconta e spiega ogni singolo giorno di riprese de Lo squalo L'app comprenderà una saggio di 25 mila parole scritto da Soderbergh e tutti i dettagli possibili e immaginabili sulle riprese del capolavoro di Speilberg.

L’era dello scrivere gratis

E se il problema non fossero gli editori che non pagano mai noi che scriviamo gratis sui social network? Una riflessione a partire da Andrew O’Hagan.

15 Novembre 2017

Tutti abbiamo, o così almeno mi piace pensare, una fantasia sadica ricorrente con cui trastullarci nei momenti difficili. La mia è questa: il caporedattore di una testata «piccola ma prestigiosa», l’ennesima, mi telefona per chiedermi un pezzo; che però, sai come vanno queste cose, non possono pagare; io, magnanima, accetto, promettendo di consegnare giusto a ridosso della deadline, poi però non mando nulla; a quel punto il caporedattore mi richiama per sollecitare e io gli rispondo che, boh, ho cambiato idea, così lui resta con la pagina vuota. Nelle sue edizioni più sgargianti, la fantasia prosegue col caporedattore che protesta, gli impegni presi si rispettano o almeno si avvisa, e io che rispondo che, visto che era una cosa non pagata, non gli dovevo alcunché, se tu non prendi un impegno con me perché dovrei prendere sul serio un impegno con te?

Naturalmente, è una fantasia che non si è mai avverata. Un po’ perché l’educazione che ho ricevuto, a metà strada tra l’etica calvinista e un bootcamp dell’esercito israeliano, mi ha inculcato un senso del dovere cui, mio malgrado, proprio non riesco a sfuggire: la sola idea di dare buca a qualcuno mi farebbe venire un coccolone. Ma soprattutto perché, salvo rarissime eccezioni, il più delle quali riguardano ricatti, non scrivo gratis.

Quello dello scrivere o non scrivere gratis è uno dei temi più divisivi tra i giovani creativi e lavoratori culturali. Da un lato c’è il campo di chi scrive per la gloria o per la visibilità, oppure, perché no, per l’amore di scrivere; dall’altro chi si scandalizza alla sola idea, questo è un lavoro, perdiana, chiederesti a un idraulico o a un dentista… insomma, conosciamo l’argomentazione. In mezzo c’è una pletora di dorotei, coi loro distinguo: dipende dal caso, se un progetto proprio mi piace, se ha un prestigio tale da valerne la pena, se me lo chiede un amico, o se in quel momento sto già guadagnando tanto per i fatti miei. Quanto a me, sarei ben felice di unirmi ai terzisti della realpolitik, se non fosse per il dettaglio che, guarda un po’, devo dosare le forze: i giorni liberi dagli impegni redazionali di Studio sono pochi e preferisco dedicarli a progetti remunerativi o, in alternativa, al parrucchiere. Per me è una questione di tempo, prima ancora che di orgoglio o di portafoglio. E se fosse davvero questa la questione centrale, il tempo?

O'Hagan

L’impressione però è che, in questo dibattito, finora ci siamo persi un pezzo. Mentre stiamo ad azzuffarci, su Twitter e su Facebook, sul fatto che sia giusto o meno scrivere gratis, non ci siamo accorti che scrivere gratis è esattamente quello che stiamo già facendo. Su Twitter, su Facebook, su Medium o sui nostri blog. Il dato di fatto è che vivere di scrittura sta diventando sempre più difficile anche perché abbiamo contribuito a creare un ecosistema sovrappopolato di parole scritte gratis. È una cosa diversa, si dirà: sui social scrivo per me, non per un editore che non mi paga, i social non sostituiscono i libri, se qualcuno vuole leggersi qualcosa di mio che vale deve farlo comprando un libro o un giornale o cliccando su un sito. Eppure. Eppure sappiamo che non è proprio così. In molti casi, il tempo passato leggere materiale su Facebook o Medium è tempo sottratto a leggere altre cose. E intanto abbiamo abituato il lettore a leggere cose non retribuite, e noi stessi a scriverle.

Una volta il direttore di Studio mi ha detto che sta diventando sempre più difficile convincere la gente che la scrittura ha un valore economico, quando noi siamo i primi a regalare le nostre parole sui social network. In un pezzo che pubblicheremo sul prossimo numero della rivista, lo scrittore scozzese Andrew O’Hagan, la mette giù ancora più dura: «Gli scrittori prosperano nella privacy, non su Twitter, e lo stesso vale per i lettori. Dare via le proprie frasi senza pensarci, e per giunta gratis, danneggia la scrittura come professione, l’idea di pagare qualcuno perché è bravo a scrivere, e uccide la concentrazione».

Di O’Hagan è appena uscito per Adelphi La vita segreta, una raccolta di tre saggi che incarnano i «dilemmi collettivi delle nostre esistenze semi-digitali», come scriveva qualche tempo fa Cristiano de Majo. O’Hagan sarà uno degli ospiti della prossima edizione di Studio in Triennale, l’annuale festival di Studio che si terrà alla Triennale di Milano il prossimo 25 novembre. Magari in quell’occasione potremo fare due chiacchiere sullo scrivere gratis. Non è meglio di scriverne gratis su Facebook?

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