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21:32 sabato 8 agosto 2026
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.
I lavoratori dei musei di Venezia minacciano lo sciopero perché sono costretti a lavorare con 30° gradi al chiuso a causa dell’aria condizionata che funziona male o manca del tutto Una situazione così grave da portare al rischio di «spossatezza, crampi e colpi di calore» per i lavoratori, ai quali mancherebbe anche la formazione adeguata per affrontare questa emergenza.
Per sopperire al taglio dei fondi per la ricerca, un gruppo di scienziati che studia le marmotte ha aperto un canale OnlyFans tutto dedicato alle marmotte OnlyMarms (si chiama proprio così) è gratuito, pubblica «contenuti non censurati di marmotte dalle Montagne Rocciose» e accetta mance per la buona causa della scienza.
Le ondate di caldo potrebbero far aumentare il prezzo del cibo più della guerra in Iran e della crisi nello Stretto di Hormuz Addirittura un punto percentuale di inflazione alimentare in più, un aumento del costo del cibo che nel 2027 rischia di arrivare al 3 per cento.
Il ristorante Trippa ha tolto dal menù i suoi due piatti più celebri perché troppe persone prendevano solo quelli per fotografarli L'ha spiegato lo chef Diego Rossi, per provare a sfuggire alle tendenze dettate da Instagram anche sulla ristorazione.
Il Pentagono ha improvvisamente cambiato il modo in cui conta i morti e i feriti nella guerra in Iran Pare su richiesta diretta dalla Casa Bianca. Risultato: 4 morti "in meno" e circa 600 feriti in più.
Fred Again ha passato 50 ore consecutive in livestream su YouTube per completare il suo nuovo mixtape Lo ha fatto insieme al collettivo LATIN MAFIA, registrato tutto a Città del Messico e intitolato (didascalicamente ma efficacemente) 9 months & 50 hours.

Perché Salvini finge di non essere razzista

Le contraddizioni del leader leghista: l'immigrazione è pacchia o racket?

04 Luglio 2018

I primi tre mesi di esecutivo legastellato hanno visto Matteo Salvini impegnato sul fronte delle relazioni internazionali a tema immigrazione: in via indiretta, con l’Ue, e in via diretta, con le autorità libiche. Nel contesto a lui più familiare, il Ministro dell’interno ha seguito una sorta di politica dei due forni: a seconda delle volte, i migranti sono vittime (che vanno protette dai trafficanti) o una pericolosissima minaccia (da cui vanno difesi gli italiani), oppure ancora dei furbetti («la pacchia è finita»). La contraddizione è questa: il clandestino è vittima del sistema, voglio aiutarlo a casa sua, però intanto lo accuso di fuggire da una non-guerra e per di più di portarla in Italia.

È interessante notare come nella campagna anti-immigrazione condotta da Salvini i dati e le statistiche pubblicati dal suo stesso Ministero non abbiano alcun valore. Per esempio, gli sbarchi di migranti sulle coste italiane sono stati inferiori dell’80 per cento rispetto allo stesso periodo un anno fa. Certamente non un buon motivo per allentare la gestione del fenomeno migratorio, il cui peso specifico deve comunque essere considerato includendo le cifre – obiettivamente notevoli – relative agli ultimi tre anni. Ma anche la testimonianza di un trend invertito, da ben prima che Salvini si insediasse al Viminale. Da questo primo “fraintendimento,” parte dell’opinione pubblica prosegue dubitando delle condizioni dei clandestini, che magari non saranno esattamente tutti rifugiati di guerra, ma che certo non salpano da isole felici. A riguardo, un report del Ministero è utile per tracciare una panoramica meno sloganista e più attinente ai fatti. Dei 16.585 migranti sbarcati sin qui nel 2018, 4.042 si sono dichiarati provenienti da Sudan, Nigeria, Pakistan o Iraq: quattro dei quindici Paesi dove il livello di pace è considerato “molto basso” (fonte: Global Peace Index 2018). Altri 3.430 sono arrivati da Eritrea e Mali, dove il livello di pace è soltanto “basso” (in Eritrea, però, c’è una dittatura militare).

Lo stesso Salvini in più occasioni ha riconosciuto loro lo status di «esseri umani disgraziati», puntando il dito – ma in maniera non del tutto univoca, ed è qui che si vuole arrivare – contro il sistema architettato su misura per lucrare alle loro spalle. Le Ong, gli scafisti, la criminalità organizzata: una rete che, al netto dei legittimi sospetti, ad oggi non si è ancora in grado di definire nel dettaglio. E i cui rapporti con gli sbarchi, quindi, non sono del tutto chiari. Ma anche assumendo come esatta la convinzione di Salvini, emerge una contraddizione forte, netta, nel suo modo di parlare di immigrazione. Ovvero: se i clandestini sono vittime di un sistema pensato per lucrare sulle loro stesse vite, che cosa spinge il vice-premier ad utilizzare così spesso toni ed espressioni sprezzanti nei loro confronti? È evidente, tanto per portare un caso recente, la contraddizione tra il clandestino-vittima e il clandestino per cui «la pacchia è stra-finita». Posto che le due posizioni non sono conciliabili, quale delle due corrisponde al vero Salvini-pensiero?

Un altro esempio. Pochi giorni fa, quando le italiane della 4×400 hanno conquistato l’Oro ai Giochi del Mediterraneo, Salvini ha pubblicato un post in cui precisava, tra le altre cose, che «il problema è la presenza di centinaia di migliaia di immigrati clandestini che non scappano da nessuna guerra e la guerra ce la portano in casa». Inutile ribadire l’inesistenza di una relazione comprovata tra criminalità ed immigrazione, come ha illustrato il Post nel dettaglio lo scorso febbraio appoggiandosi, anche ad un report del Ministero dell’Interno.

Detta con altre parole, non si capisce bene dove Salvini voglia andare a parare con il principio della #tolleranzazero, uno degli hashtag diffusi per riassumere la propria policy. La conclusione più banale a cui si potrebbe giungere è quella del duplice obiettivo: respingere i clandestini da un lato e impedire al “sistema” di arricchirsi dall’altro. Eppure sono molte le sottigliezze che ci inducono ad individuarne uno prioritario, tra questi due obiettivi. Quando la scorsa estate uscì il brano di Giuseppe Povia a sostegno delle politiche anti-immigrazione, Salvini si affrettò a condividerlo chiosando con il consueto #stopinvasione. Ma “Immigrazia” non parlava di Ong, di scafisti o di mafia; né tantomeno etichettava i clandestini come portatori di criminalità o, ancora peggio, di guerra: delineava piuttosto i caratteri di una futura sostituzione etnica («Gli immigrati di domani saranno i nuovi italiani»), tema che Salvini non ha mai spinto più di tanto. Quindi che senso aveva dargli visibilità? Forse perché era uno spot di grande impatto contro l’immigrazione, e come tale, molto genericamente, Salvini lo ha interpretato e diffuso.

Nei rapporti istituzionali Salvini tende ad assumere un certo tipo di volto: quello di chi ha a cuore il rispetto delle leggi, e che non tollera i presunti profitti illeciti delle Ong; quando parla al pubblico (specialmente se è il suo) tende invece a mutare bersaglio. O meglio, il bersaglio è lo stesso, ma lo tratta in maniera diversa: parla dei clandestini come delinquenti, scrocconi, eccetera, e toglie spazio alle invettive contro il sistema. Gli conviene perché il singolo cittadino teme i crimini dei clandestini, e non quelli commessi da entità lontane, che non lo riguardano in prima persona. E infatti l’elettorato di Salvini pare ben più orientato verso l’idea di espellere i clandestini piuttosto che su quella di contrastare l’operato del “sistema” che trama alle loro spalle.

Dovremmo chiederci perché questo accade, ossia perché anche tanti elettori leghisti finiscano per travisare il messaggio del loro Capitano. La risposta più ovvia, forse, è che lui stesso non ha mai sciolto le riserve. Non ha mai detto di stare dalla parte dei clandestini-vittime; e a pensarci bene ci stupiremmo se lo facesse, perché andrebbe in controtendenza con un linguaggio da sempre ostile (e anzi, oggi paradossalmente più moderato) nei loro confronti. A Salvini non interessa alleviare il peso dell’immigrazione sugli italiani quanto, con più immediatezza, bloccare gli sbarchi e rimpatriare gli irregolari. Liberarsene, in una parola. Il tutto celandosi dietro al dito del “Piano Marshall per l’Africa”. Un contesto in cui il contrasto alla criminalità organizzata appare più un mezzo che il fine.

Se otto italiani su dieci (fonte: Doxa, dicembre 2017) si dicono «molto o abbastanza preoccupati» per l’immigrazione, data una situazione reale che lo giustifica solo in piccola parte, molto si deve a un sentimento popolare che tende ad etichettarli come oggetti indesiderati, prima che come vittime. Una fiamma su cui Salvini ha sempre soffiato, contribuendo a minare i processi di integrazione. Alla base di tutto questo, si diceva, sta quella contraddizione: il migrante è vittima, ma viene considerato artefice. Una contraddizione senza dubbio utile a confondere le acque, a prescindere dal fatto che sia stcata studiata a tavolino o meno, perché la Lega continua a crescere vertiginosamente e fino ad ora non si è occupata d’altro. A Pontida, durante il raduno annuale del Carroccio, Salvini ha detto testualmente di «adorare le diversità». Eppure, almeno sin qui, quel pizzico di xenofobia che rovescia l’interpretazione della figura del clandestino (da vittima a non-vittima) è parso proprio la chiave di volta della sua politica. E, naturalmente, del suo consenso.

Foto Getty (Matteo Salvini e Bruno Vespa durante la puntata di “Porta a Porta” del 20 giugno 2018)
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