Hype ↓
22:39 sabato 5 settembre 2026
C’è una casetta che è rimasta miracolosamente intatta nell’inondazione in Nepal e nessuno sta riuscendo a spiegare come sia stato possibile L'hanno ribattezzata "casa miracolosa" e le hanno dato un pin tutto suo su Google Maps, dove ora è classificata come "a prova di alluvione".
A 80 anni Paul Schrader ha provato l’ayahuasca e gli è piaciuta così tanto che ha deciso di farci un film Dopo otto trip consecutivi (otto!) e un mese in Costa Rica, Schrader ha capito che dall'esperienza era necessario trarre un film.
Anne Carson ha scritto un bellissimo saggio per dire che ama follemente Rosalía È così innamorata che ne perdona anche i difetti: ad esempio non sembra del tutto convinta dei testi delle sue canzoni, ma, ci tiene a specificare, lei «non è certo la giudice migliore».
La strana, stranissima storia che ha portato un collettivo antifascista italiano nella lista delle organizzazioni terroristiche degli Stati Uniti L'A/I Collective, che fornisce servizi internet anonimi, da adesso è considerata un'organizzazione terroristica di sinistra, accusata di sostenere la cosiddetta "rete antifa".
Una delle cose più belle scritte da Gloria Steinem è un capitolo del suo memoir in cui racconta che divenne femminista grazie a sua madre, che femminista non aveva mai potuto essere Un testo che si può leggere gratuitamente sul sito del Guardian, uno dei tantissimi lasciti della giornalista, scrittrice e attivista.
Se un adolescente vi dovesse dare del “poliestere”, sappiate che vi sta insultando pesantemente Polyester è il nuovo improperio preferito dei ragazzini: si usa per le persone che conducono una vita "finta" e superficiale. Ma anche per chi fa video brutti.
Tom Hardy ha pubblicato un album rap e la cosa sorprendente è che non è per niente male Si intitola Czarface Meets Frankie Pulitzer: quindici tracce con Inspectah Deck dei Wu-Tang Clan e 7L & Esoteric, più Busta Rhymes, Method Man ed El-P.
Putin ha deciso che da ora in poi le aziende che non sanno difendersi dagli attacchi dei droni ucraini verranno nazionalizzate E sarà lui (ovviamente) a decidere chi gestirà l'azienda, e come, dopo l'avvenuta nazionalizzazione.

Perché Salvini finge di non essere razzista

Le contraddizioni del leader leghista: l'immigrazione è pacchia o racket?

04 Luglio 2018

I primi tre mesi di esecutivo legastellato hanno visto Matteo Salvini impegnato sul fronte delle relazioni internazionali a tema immigrazione: in via indiretta, con l’Ue, e in via diretta, con le autorità libiche. Nel contesto a lui più familiare, il Ministro dell’interno ha seguito una sorta di politica dei due forni: a seconda delle volte, i migranti sono vittime (che vanno protette dai trafficanti) o una pericolosissima minaccia (da cui vanno difesi gli italiani), oppure ancora dei furbetti («la pacchia è finita»). La contraddizione è questa: il clandestino è vittima del sistema, voglio aiutarlo a casa sua, però intanto lo accuso di fuggire da una non-guerra e per di più di portarla in Italia.

È interessante notare come nella campagna anti-immigrazione condotta da Salvini i dati e le statistiche pubblicati dal suo stesso Ministero non abbiano alcun valore. Per esempio, gli sbarchi di migranti sulle coste italiane sono stati inferiori dell’80 per cento rispetto allo stesso periodo un anno fa. Certamente non un buon motivo per allentare la gestione del fenomeno migratorio, il cui peso specifico deve comunque essere considerato includendo le cifre – obiettivamente notevoli – relative agli ultimi tre anni. Ma anche la testimonianza di un trend invertito, da ben prima che Salvini si insediasse al Viminale. Da questo primo “fraintendimento,” parte dell’opinione pubblica prosegue dubitando delle condizioni dei clandestini, che magari non saranno esattamente tutti rifugiati di guerra, ma che certo non salpano da isole felici. A riguardo, un report del Ministero è utile per tracciare una panoramica meno sloganista e più attinente ai fatti. Dei 16.585 migranti sbarcati sin qui nel 2018, 4.042 si sono dichiarati provenienti da Sudan, Nigeria, Pakistan o Iraq: quattro dei quindici Paesi dove il livello di pace è considerato “molto basso” (fonte: Global Peace Index 2018). Altri 3.430 sono arrivati da Eritrea e Mali, dove il livello di pace è soltanto “basso” (in Eritrea, però, c’è una dittatura militare).

Lo stesso Salvini in più occasioni ha riconosciuto loro lo status di «esseri umani disgraziati», puntando il dito – ma in maniera non del tutto univoca, ed è qui che si vuole arrivare – contro il sistema architettato su misura per lucrare alle loro spalle. Le Ong, gli scafisti, la criminalità organizzata: una rete che, al netto dei legittimi sospetti, ad oggi non si è ancora in grado di definire nel dettaglio. E i cui rapporti con gli sbarchi, quindi, non sono del tutto chiari. Ma anche assumendo come esatta la convinzione di Salvini, emerge una contraddizione forte, netta, nel suo modo di parlare di immigrazione. Ovvero: se i clandestini sono vittime di un sistema pensato per lucrare sulle loro stesse vite, che cosa spinge il vice-premier ad utilizzare così spesso toni ed espressioni sprezzanti nei loro confronti? È evidente, tanto per portare un caso recente, la contraddizione tra il clandestino-vittima e il clandestino per cui «la pacchia è stra-finita». Posto che le due posizioni non sono conciliabili, quale delle due corrisponde al vero Salvini-pensiero?

Un altro esempio. Pochi giorni fa, quando le italiane della 4×400 hanno conquistato l’Oro ai Giochi del Mediterraneo, Salvini ha pubblicato un post in cui precisava, tra le altre cose, che «il problema è la presenza di centinaia di migliaia di immigrati clandestini che non scappano da nessuna guerra e la guerra ce la portano in casa». Inutile ribadire l’inesistenza di una relazione comprovata tra criminalità ed immigrazione, come ha illustrato il Post nel dettaglio lo scorso febbraio appoggiandosi, anche ad un report del Ministero dell’Interno.

Detta con altre parole, non si capisce bene dove Salvini voglia andare a parare con il principio della #tolleranzazero, uno degli hashtag diffusi per riassumere la propria policy. La conclusione più banale a cui si potrebbe giungere è quella del duplice obiettivo: respingere i clandestini da un lato e impedire al “sistema” di arricchirsi dall’altro. Eppure sono molte le sottigliezze che ci inducono ad individuarne uno prioritario, tra questi due obiettivi. Quando la scorsa estate uscì il brano di Giuseppe Povia a sostegno delle politiche anti-immigrazione, Salvini si affrettò a condividerlo chiosando con il consueto #stopinvasione. Ma “Immigrazia” non parlava di Ong, di scafisti o di mafia; né tantomeno etichettava i clandestini come portatori di criminalità o, ancora peggio, di guerra: delineava piuttosto i caratteri di una futura sostituzione etnica («Gli immigrati di domani saranno i nuovi italiani»), tema che Salvini non ha mai spinto più di tanto. Quindi che senso aveva dargli visibilità? Forse perché era uno spot di grande impatto contro l’immigrazione, e come tale, molto genericamente, Salvini lo ha interpretato e diffuso.

Nei rapporti istituzionali Salvini tende ad assumere un certo tipo di volto: quello di chi ha a cuore il rispetto delle leggi, e che non tollera i presunti profitti illeciti delle Ong; quando parla al pubblico (specialmente se è il suo) tende invece a mutare bersaglio. O meglio, il bersaglio è lo stesso, ma lo tratta in maniera diversa: parla dei clandestini come delinquenti, scrocconi, eccetera, e toglie spazio alle invettive contro il sistema. Gli conviene perché il singolo cittadino teme i crimini dei clandestini, e non quelli commessi da entità lontane, che non lo riguardano in prima persona. E infatti l’elettorato di Salvini pare ben più orientato verso l’idea di espellere i clandestini piuttosto che su quella di contrastare l’operato del “sistema” che trama alle loro spalle.

Dovremmo chiederci perché questo accade, ossia perché anche tanti elettori leghisti finiscano per travisare il messaggio del loro Capitano. La risposta più ovvia, forse, è che lui stesso non ha mai sciolto le riserve. Non ha mai detto di stare dalla parte dei clandestini-vittime; e a pensarci bene ci stupiremmo se lo facesse, perché andrebbe in controtendenza con un linguaggio da sempre ostile (e anzi, oggi paradossalmente più moderato) nei loro confronti. A Salvini non interessa alleviare il peso dell’immigrazione sugli italiani quanto, con più immediatezza, bloccare gli sbarchi e rimpatriare gli irregolari. Liberarsene, in una parola. Il tutto celandosi dietro al dito del “Piano Marshall per l’Africa”. Un contesto in cui il contrasto alla criminalità organizzata appare più un mezzo che il fine.

Se otto italiani su dieci (fonte: Doxa, dicembre 2017) si dicono «molto o abbastanza preoccupati» per l’immigrazione, data una situazione reale che lo giustifica solo in piccola parte, molto si deve a un sentimento popolare che tende ad etichettarli come oggetti indesiderati, prima che come vittime. Una fiamma su cui Salvini ha sempre soffiato, contribuendo a minare i processi di integrazione. Alla base di tutto questo, si diceva, sta quella contraddizione: il migrante è vittima, ma viene considerato artefice. Una contraddizione senza dubbio utile a confondere le acque, a prescindere dal fatto che sia stcata studiata a tavolino o meno, perché la Lega continua a crescere vertiginosamente e fino ad ora non si è occupata d’altro. A Pontida, durante il raduno annuale del Carroccio, Salvini ha detto testualmente di «adorare le diversità». Eppure, almeno sin qui, quel pizzico di xenofobia che rovescia l’interpretazione della figura del clandestino (da vittima a non-vittima) è parso proprio la chiave di volta della sua politica. E, naturalmente, del suo consenso.

Foto Getty (Matteo Salvini e Bruno Vespa durante la puntata di “Porta a Porta” del 20 giugno 2018)
Articoli Suggeriti
Tutto casita e chiesa: l’improbabile ma non impossibile crossover tra Bad Bunny e Papa Leone a Madrid

In questo fine settimana il Pontefice e la popstar più famosa del mondo saranno entrambi a Madrid. E le rispettive "diplomazie" stanno facendo di tutto per favorire un incontro.

Dua Lipa ha pubblicato gratuitamente su YouTube il film concerto di Radical Optimism nonostante avesse ricevuto offerte milionarie dalle piattaforme streaming

Si intitola Dua Lipa - Live From Mexico, dura due ore e in nemmeno una settimana ha già superato i due milioni di visualizzazioni.