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Il MoMA di New York ha organizzato una gara di sosia di Marcel Duchamp e della sua alter ego Rrose Sélavy Anche uno dei più importanti e prestigiosi musei del mondo cede al trend dei lookalike contest. L'appuntamento per i sosia è a New York il 30 aprile.
Dopo anni di digitalizzazione, la Svezia reintrodurrà carta e penna nelle scuole per contrastare il crescente analfabetismo di ritorno degli studenti Dopo che nel 2019 era stato deciso l'uso dei dispositivi digitali persino negli asili, ora il Paese spenderà oltre 200 milioni di euro in libri "veri e propri" da usare nelle scuole.
Il Cancelliere tedesco Mertz ha detto che nei colloqui di pace la diplomazia iraniana sta surclassando quella statunitense Secondo Merz, gli Usa hanno gravemente sottovalutato l'Iran e adesso non sanno come uscire da una situazione di stallo che loro stessi hanno creato.
Dopo quasi tre anni di distruzione, due ragazzi hanno aperto la prima nuova libreria di Gaza Si chiama Phoenix Library ed esiste grazie all'incessante lavoro di Omar Hamad e Ibrahim Massri.
Bon Iver ha fondato una cover band di Bob Dylan e l’ha chiamata Bon Dylan Band che farà soltanto due concerti, il 24 e il 25 luglio a Eau Claires, Wisconsin, città in cui Bon Iver ha vissuto tutta la vita.
C’è un’estensione per browser che quando passi troppo tempo a scrollare blocca il pc facendo comparire l’immagine di un gatto grassottello L'ha creata uno sviluppatore giapponese per frapporre tra sé e il doom scrolling un dissuasore felino a cui è difficile resistere.
Il nuovo libro di Haruki Murakami sarà il primo della sua carriera con una protagonista femminile The Tale of KAHO sembra una risposta diretta alle tante accuse di misoginia che gli sono state rivolte dal 1979, anno del suo esordio, a oggi.
Park Chan-wook è finalmente riuscito a trovare i soldi e il cast per girare il film western a cui sta lavorando da dieci anni Sessanta milioni di dollari, un cast composto da Matthew McConaughey, Austin Butler e Pedro Pascal e un titolo: The Brigands Of Rattlecreek.

Roma senza Sordi

A dieci anni dalla scomparsa dell'attore la città ricorda il suo simbolo con una sgangherata mostra tra copioni, costumi e un significativo striscione.

22 Febbraio 2013

Sono passati dieci anni dalla morte di Alberto Sordi e a lui oggi sarebbe piaciuto molto il contesto in cui la sgangherata mostra al Vittoriano romano lo celebra, tra centurioni a truffare turisti sulla scalinata di botticino che guarda piazza Venezia, guardiani sulla cinquantina con improbabili tinture di capelli, che aiutano visitatori disabili stranieri su seggiole elettriche (“aho, che hai torto er freno?”). Si è poi sotto lo stesso Campidoglio dove nel 2000 al suo ottantesimo compleanno il sindaco Francesco Rutelli (immortalato con un perplesso premier Giuliano Amato) lo nominò sindaco per un giorno – anche se nelle foto Sordi ha l’aria un po’ malinconica, sembra un po’ troppo una fanfaronata persino a lui.

Non si sa cosa direbbe oggi di questa Roma e dell’Italia pre-elettorale, lui inventore tra l’altro del detto er più pulito cià la rogna (dal Moralista, 1959), tra aspiranti leader senza laurea e atmosfere alla Tutti dentro, il suo film (1984) forse profetico, con un Ingroia-Di Pietro con capelli però alla De Michelis. Soprattutto non si sa cosa direbbe di questa Roma senza Papa, lui che da cattolico romano ha sempre avuto rapporti devozionali intensi, fino all’incontro con un già malatissimo Wojtyla, il 17 dicembre 2000; a cui ribadì il suo impegno bambino di chierichetto in Santa Maria in Trastevere. Unico attore ad aver avuto funerali quasi pontificali – il 27 febbraio 2003, in San Giovanni in Laterano, celebrati dal cardinal Ruini. Come romanità, gli è sopravvissuto il suo unico alter ego possibile, il senatore a vita Giulio Andreotti, suo ospite di vettura nel Tassinaro, con cui condivideva oltre a un certo cinismo e al riconoscimento di un unico potere possibile, quello d’Oltretevere, la passione per la Roma. «Se nasci nella capitale non puoi non essere romanista»; e «i laziali so quelli di fuori le mura, ce portano le ova fresche e la ricotta e quando arrivano in città alzano la testa e dicono ‘mbo». E sul feretro, esposte sciarpe e maglie, con scritte “all’Ottavo re di Roma” e “Ciao, Albé”.

I funerali, dunque, abbastanza unici: un aereo da turismo sorvola San Giovanni con uno striscione: “Stavorta ciai fatto piagne”. Duecentocinquantamila persone presenti. Prima pagina del Messaggero, con foto gigante e titolo “Ciao!”, e commento in taglio basso di Walter Veltroni (“La grande anima di Roma”). Laziali negletti, oltre che romanisti, giocano col lutto al braccio la domenica successiva. La bara viene portata al Verano, alla tomba di famiglia, dove viene vegliata da alcuni centurioni forse parenti di questi che oggi presidiano abusivi le scalinate del monumento a Vittorio Emanuele. E omaggi per settimane intere alla mitica villa di via Druso, casone da compound diplomatico tra porta Metronia e Caracalla, con piscina e palmizi, oggi sempre con tapparelle abbassate. Tutti i cimeli di questa mostra romana vengono infatti dal casale disegnato dall’architetto Busiri-Vici, inventore del concept rustico-imperiale molto in voga nel Dopoguerra.

Sordi lo compra nel 1958 per ottanta milioni di lire, battendo De Sica, per celebrare l’ormai definitiva ascesa – in quell’anno è stato nominato commendatore della Repubblica dal presidente Gronchi; apparteneva già a Dino Grandi, ministro degli Esteri e poi liquidatore del fascismo. Il casone viene riempito di mobili e tendaggi. A vegliare sugli “aggeggi della prudenza e della demenza domestiche” sordiane, le sorelle, che anche accumulano commoventi album in tela verde e etichette rosse con scritte dorate con tutte le recensioni di tutti i duecento film di Sordi. Poi anche un  toro meccanico, fatto costruire in Baviera, forse dagli eredi degli ingegneri delle macchine di Ludwig; rosso, sta al centro del salone; sembra una grande affettatrice Berkel. Poi, viene spiegato, due De Chirico, molte immagini religiose in camera da letto. Molto Settecento; «Se non fossi stato attore avrei voluto fare l’antiquario». Un tavolo rococò anche per l’ufficio in via Emilia, dietro i fasti della Dolce Vita, dove una solerte segretaria Annunziata valuta copioni, smista telefonate, tiene segreti, forse su imitazione della Enea andreottiana. E poi qui ci sono tanti cimeli, il cappello e gli stivaloni del Vigile (1960), il cappello da poliziotto di Un americano a Roma (1954): e tutti gli abiti e i bozzetti del più romano tra i suoi film: Il marchese del grillo (1981). E uno striscione gigante, al funerale celebrato con telecronaca sommessa da voce di annunciatore Rai-Luce: “Tu sei tu, e noi nun semo un cazzo”.

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