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Aiuto, la resilienza ci ha circondato

Come fa un termine tecnico a diventare una parola di moda? Abbiamo provato a ricostruirlo.

di Andrea Beltrama

Il cactus è una pianta resiliente, in grado di sopravvivere persino nel deserto (Photo by BRENDAN SMIALOWSKI/AFP/Getty Images)

Metropoli. Cinema. Piante. Pure parti intime. La resilienza ci ha circondato, e non accenna ad andarsene. Basta spulciare distrattamente questa raccolta di tweet, in continua espansione, per farsi un’idea del fenomeno: l’ascesa di una parola che un tempo potevamo incontrare forse sul testo di educazione tecnica, e ora si è imposta come pervasiva stregoneria verbale. Può invocare bene e bello, cuore e cervello, arte e meccanica. Si accompagna alle persone e alle cose, ai concetti e agli ambienti. Non ci resta allora che fermarci a osservare il suo inarrestabile trionfo. Divertiti, sbigottiti. E impazienti di infilarla in un discorso alla prima occasione utile. Rimane però uno sfizio che possiamo toglierci: capire come abbiamo fatto ad arrivare sin qui.

L’epidemia è partita di soppiatto agli inizi del nuovo millennio. Un processo fulmineo, che si snoda attraverso tre fasi. Inizialmente, resilienza è un termine tecnico per descrivere la capacità di un materiale di assorbire energia se sottoposto a deformazione elastica — in sostanza, di non rompersi in caso di urto. Uno dei tanti tipi di resistenza che figurano tra le proprietà meccaniche dei materiali: vecchie reminiscenze delle lezioni di educazione tecnica, diventate poi competenze specifiche di chi ha deciso di specializzarsi nel settore. Poi arriva la prima espansione: la resilienza diventa, più genericamente, la capacità di un sistema di fare fronte ad eventi che ne minacciano l’equilibrio. In psicologica cognitiva designa l’abilità dell’individuo di reagire a situazioni traumatiche senza sviluppare un quadro psicopatologico; in ecologia, quella di un ecosistema di mantenere il proprio funzionamento a fronte di situazioni di stress. Il termine compare in economia, in informatica, nelle scienze sociali. Ma la faccenda è ancora sotto controllo, tutto sommato: la parabola della resilienza, del resto, non si discosta troppo da quella di entropia, equilibrio, shock. Altri termini nati come settoriali e poi diventati gergo comune di molte discipline scientifiche, secondo la logica di estensione metaforica con cui spesso nuovi significati si fanno strada in una lingua.

È solo negli ultimissimi anni – dal 2011 in poi, secondo la meticolosa ricostruzione della Crusca – che la situazione è esplosa, sfondando i confini dell’assurdo. La resilienza è diventata una buzzword: una parola magica, versatile, puramente evocativa. Il cui impatto comunicativo è in gran parte slegato dal significato letterale. Per il solo fatto di essere proferita, riesce a imprimere al nostro discorso forza e profondità, incarnando le qualità più diverse. E così, la Copenaghen resiliente ce la immaginiamo affascinante, sinuosa, molto ecologica; un rock resiliente è dolce, sofferto, sottilmente innovativo; e un pensionato resiliente è presumibilmente sveglio, vissuto, che attende sornione per poi contrattaccare. Si intravvede ancora un timido legame con lo studio dei materiali e i sistemi: quell’idea di essere più forti delle circostanze, di sapersi adattare senza perdere l’identità, adottata peraltro aggressivamente in discorsi motivazionali e video di coaching mentale sparsi per la rete. Ma quello che era un brutale concetto meccanico è ora diventato un ideale estetico e morale. Altissimo, forse irraggiungibile. Ma a cui tutti dobbiamo tendere.

Pollici all’insù spuntano dalla passerella della sfilata di Anya Hindmarch alla AW London Fashion Week 20014 (Photo by ANDREW COWIE/AFP/Getty Images)

Ricostruite le tappe, resta però la domanda più insidiosa: perché è successo tutto questo? A  posteriori, il termine resilienza si è rivelato perfetto per fare contenti tutti: micidiale nel fare presa su chi ha voglia di novità; eppure implacabile nello sfuggire al radar degli oltranzisti della lingua, normalmente pronti ad attaccare qualsiasi cosa minacci le nostre abitudini linguistiche. Resilienza è una parola neolatina, rassicurante, da sempre attestata nel lessico dell’italiano. E la cui diffusione, almeno all’inizio, ha saldamente preservato il significato originario, stroncando le critiche sul nascere. Se proferire espressioni oltraggiose come “Abbiamo letteralmente fatto a pezzi gli avversari” presta facilmente il fianco alle bordate conservatrici – “allora, sveglia, come fa a essere letterale se è metaforico?” –  molto più difficile è attaccare qualcuno per il solo fatto di applicare un termine tecnico a un altro campo del sapere, a meno di lanciarsi in deliranti filippiche del tipo “allora, sveglia, come fa a essere un bambino resiliente se non è un metallo?”. Persino la Crusca, gongolante, la definisce bonariamente come una parola che ha goduto di «sorprendente, improvvisa popolarità», lasciando da parte l’atteggiamento bellicoso che tipicamente sfodera contro certe innovazioni linguistiche. E così, come un prolifico erbivoro senza predatori naturali, la resilienza ha potuto procedere indisturbata. Incontrando solo la blanda insofferenza di chi non poteva fare a meno di percepirla come un fastidioso calco anglo-americano, nonostante le documentate origini nostrane. Peraltro a ragion veduta.

Arriviamo infatti all’aspetto forse più affascinante della storia: la resilienza ha vissuto una sorte simile anche in inglese. Affermandosi prima come termine scientifico interdisciplinare, e poi spargendosi agli ambiti quotidiani. Gli allenatori sportivi americani, ad esempio, la adorano. “La squadra è stata resiliente” è un tipico mantra entusiasta da conferenza stampa post partita, ripetutamente sentito con le nostre orecchie. Soprattutto dopo una vittoria in rimonta, o dopo essere sopravvissuti a una rimonta altrui. È una testimonianza di come anche dall’altra parte dell’Oceano la resilienza è ormai una virtù morale, coltivata attraverso il gioco di squadra. C’è dunque qualcosa di più grande che si cela dietro alla sua ascesa? Una forza che si annida nel momento storico-culturale, più che nelle dinamiche interne di una lingua? Impossibile dare una risposta che non sia speculativa. Ma siccome le lingue sono difficilmente separabili dal contesto sociale, è plausibile che dietro al bisogno di resilienza ci sia anche un bisogno più generale. Ad esempio reagire positivamente alle crisi economiche, o farsi trovare pronti in un momento di rottura con il passato. È lo stesso meccanismo per cui, nel contesto angloamericano, parole come diversity e inclusion sono diventate ancora più centrali nel dibattito pubblico quando si sono trovate a essere minacciate dal clima politico circostante.

Attenzione però all’antropologia un tanto al chilo. In barba alle spiegazioni razionali, buona parte del segreto delle buzzword rimane annidato nella loro ineffabile, insondabile carica emotiva. O, più precisamente, in quello che i linguisti chiamano il significato sociale: un fascio confuso di attributi e sensazioni che una parola è in grado di trasmettere, e che poco ha a che fare con il suo contenuto logico. È un aspetto di cui gli studiosi della grammatica normalmente non si occupano, ma che è fondamentale per capire il gigantesco impatto che certe espressioni hanno sulla nostra vita. Viene in mente l’ultima scena di The Founder, il film che racconta la gloriosa storia imprenditoriale di McDonald’s. Quando Ray Kroc, l’imprenditore che ha lanciato la catena, si rivolge a un afflitto Dick McDonald, uno dei proprietari del ristorante originale, rimasto con un pugno di mosche. «Il segreto del successo non sta nel sistema. Sta in quel nome. McDonald’s. Non ha barriere, non ha limiti. Può essere qualsiasi cosa che vuoi che sia». Una spiegazione assurda, eppure perfetta, di una cavalcata trionfale. Esattamente come quella di resilienza.

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