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07:49 sabato 21 febbraio 2026
Il video di Robert Kennedy Jr. e Kid Rock che prima fanno palestra, poi vanno in sauna, infine bevono del latte ha lasciato interdetti persino i trumpiani Nelle loro intenzioni, il video voleva essere un invito ad adottare uno stile di vita sano. A giudicare dalle reazioni, il messaggio non è passato granché.
Grian Chatten dei Fontaines D.C. ha fatto una cover dei Massive Attack per la colonna sonora del film di Peaky Blinders E non solo: per il film, che uscirà nelle sale il 3 marzo e sarà su Netflix a partire dal 20, ha scritto anche due canzoni inedite.
Il primo film di Joachim Trier si trova su YouTube ed è un video di lui da ragazzo che fa skate con gli amici A 16 anni il regista di The Worst Person in the World e di Sentimental Value era un quasi professionista dello skate.
Abbiamo tutti il cuore spezzato per la storia di Punch, il cucciolo di macaco abbandonato da sua madre e scacciato dal suo branco Lui e il suo orango peluche sono diventati gli animali più famosi e amati di internet, con milioni di persone che negli ultimi giorni hanno condiviso l'hashtag #HangInTherePunch.
La paura di essere sostituiti dall’AI è ufficialmente una malattia e adesso ha anche un nome, “disfunzione da sostituzione dell’AI” I sintomi possono essere ansia, insonnia, paranoia, perdita di identità e possono manifestarsi anche in assenza di altri disturbi psichiatrici.
L’esposto che ha portato all’arresto del principe Andrea lo ha fatto un gruppo di attivisti che vuole abolire la monarchia inglese Il presidente del gruppo, Graham Smith, ha presentato la denuncia il 9 febbraio. Dieci giorni dopo, l'ex principe è stato arrestato.
Si è scoperto che una casetta in mezzo alle montagne vicino a Barcellona è in realtà un’opera di Antoni Gaudì Giusto in tempo per la ricorrenza dei 100 anni dalla morte del grande architetto catalano.
Nel suo nuovo video Lana Del Rey “omaggia” Sylvia Plath con una scena in cui mette la testa nel forno Dandoci un indizio dei rimandi nascosti in Stove, il possibile titolo dell'album che dovrebbe uscire tra poco più di tre mesi.

Rat-Man addio

La serie del supereroe senza i superpoteri è giunta alla conclusione con il n° 122, in edicola dal 28 settembre.

27 Settembre 2017

Italiano e in qualche caso addirittura italianissimo. E poi: ironico, divertente, satirico, appassionante, indimenticabile, un appuntamento fisso. Di cose su Rat-Man, in questi venti (e più) anni di pubblicazioni, ne sono state dette tantissime. E anche ora che la serie è finita, con il numero 122 in edicola, sempre edito da Panini Comics, di cose, molto probabilmente, se ne continueranno a dire. Perché Rat-Man, il personaggio, e Rat-Man, il fumetto, sono destinati a rimanere nell’immaginario comune. E con loro anche Leo Ortolani, l’autore: geologo pisano, uno che la passione per il disegno l’ha sempre avuta, fin da quando era bambino, tramandata dalla mamma pittrice; e che poi, dopo un momento iniziale di incertezza, ispirato anche da sua maestà Jack Kirby, ha deciso: da grande farò il fumettista (o “fumettiere”, come l’ha chiamato una delle sue bambine).

Centoventidue numeri sono tanti ma non tantissimi. Sono abbastanza per raccontare una storia e, anche, per lasciare il segno. Ma non per annoiare e far invocare a gran voce la ghigliottina dell’editoria. E non è un caso se di serie così, che hanno avuto il coraggio di finire, non ce ne sono state molte in Italia. Forse è perché è difficile dire basta. Oppure perché è praticamente impossibile trovare una conclusione adatta, coerente con tutto quello che è successo fino a quel punto e che riesca a soddisfare i lettori. Chi lo sa.

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Ortolani, però, ce l’ha fatta. Era il 1989 quando Rat-Man fece la sua prima apparizione su Spot, supplemento de L’Eternauta. Nacque come una parodia dei supereroi americani (uno spunto iniziale abbastanza importante venne dal Batman di Tim Burton) per poi, molto presto, diventare altro: una serie con una sua dignità e un suo spessore, con una sua identità – cosa, forse, ancora più importante – e una sua riconoscibilità. Ortolani ha preso un omino con le orecchie da topo e il muso da scimmia (“io, i volti, non li ho mai saputi disegnare”), l’ha vestito di giallo e gli ha fatto fare le cose più difficili: l’ha spezzato, ricostruito, spezzato ancora una volta; l’ha usato come maschera e come sacco da boxe.

Uomo e topo, tutte e due le cose insieme. Non uno che vince. Non il tipico supereroe. Nessun potere, nessuna grande abilità e nemmeno un cervello degno di nota. È un idiota, Rat-Man. Certo, un idiota simpatico. Rappresenta perfettamente l’uomo medio: mediocre, piatto, senza talenti. E in più, come se non bastasse, è anche buono: uno che alle cose ci crede, che si fida; uno che a modo suo ha una morale. E quindi, incassa. Pugni, legnate, colpi di scena, cattiverie del suo autore, situazioni tragicomiche da cui sembra impossibile uscire. E poi, ecco: all’improvviso ha fortuna. E la parabola dell’eroe trova in qualche modo la sua misura. La sua quadra. È per questo che alla fine, dopo tutto questo tempo e questa carta, dopo tutte le storie, le battute, gli incontri/scontri, dopo i crossover, le parodie e gli episodi speciali, Rat-Man è diventato un cult.

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Chi non ha mai sentito parlare di Rat-Man? Chi non ha mai letto una sua storia o sfogliato un suo albo? Chi non l’ha mai visto disegnato su qualche pagina? Chi è che oggi, l’anno della fine, non saprebbe riconoscerlo? La silhouette, le orecchie che svettano nella penombra, l’orsacchiotto Piccettino sotto un braccio, il trans Cinzia al proprio fianco. Se questa serie ha avuto tanta fortuna, è stato in buona parte per la sua semplicità e la sua immediatezza. Perché tutti possono leggere Rat-Man, tutti possono sentirsi come lui. Qui le responsabilità ci sono, come in Spider-man, ma non c’è nessun potere per affrontarle. E tutto è alla portata di tutti: schiacciato sotto la livella della vita quotidiana, dell’insuccesso, del fallimento e impreziosito, anche quello, da un certo modo di vederlo.

Rat-Man è uno di quei pochi fumetti che sono riusciti ad entrare nelle case degli italiani (dalla porta d’ingresso, spesso; ma anche di nascosto, pigiato sul fondo degli zaini di amici), a resistere alla moria delle edicole, a vincere premi, a far sempre ridere, a non ripetersi mai, ad andare sempre meglio, sempre oltre, e a trovare, quand’è arrivato il momento, il giusto equilibrio tra storia e personaggi, tra ironia e serietà, tra commedia e drammaticità. Un po’ com’è stato per il Fantozzi di Paolo Villaggio (ma meno meschino, meno farabutto); un po’ com’è successo alle vignette di Jacovitti.

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È difficile riuscire a mettere d’accordo pubblico e critica, ed è difficile arrivare alla fine così, ancora letti e ancora seguiti. E questo nonostante le uscite ballerine, le pause, la bimestralità che s’allungava, che dimezzava, che s’allungava di nuovo. “La pazienza che hanno avuto i tuoi lettori ancora mi commuove”, ha scritto Leo Ortolani sulla Repubblica di domenica scorsa. Più che pazienza, quella dei lettori di Rat-Man è stata passione, amore e dedizione. Il fan di Rat-Man è uno come il suo autore: che sa scherzare, di solito; che non si prende troppo sul serio. E quindi che sa che alcune volte è importante aspettare e anche, alla fine, saper dire basta. Perché fa ridere, la fine di Rat-Man. Come tutte le grandi battute, come tutte le grandi storie: se si chiude con un sorriso e un inchino, un saluto e un grazie, non si può volere di più. E anzi viene quasi da dire: “va bene così, sono contento”.

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