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20:39 domenica 4 ottobre 2026
Le case editrici e le tipografie ucraine sono diventate uno degli obiettivi più colpiti dall’esercito russo Una vera e propria strategia, ormai. Tanto che in questi attacchi è andato distrutto un terzo dei libri stampati in Ucraina nel corso dell'anno.
È uscito un videogioco in cui l’unica cosa da fare è andare a un rave illegale e ballare tutta la notte Si chiama Afters, è gratuito e lo ha realizzato un game designer a cui l'idea è venuta dopo una notte passata tutta a ballare a un rave illegale.
La cosa incredibile di questa crisi energetica è che tutti sapevano che prima o poi sarebbe arrivata, perché tutti sapevano che le scorte di petrolio prima o poi sarebbero finite Ed evidentemente nessuno è riuscito a fare nulla per evitare lo scenario peggiore. Che è quello che stiamo vivendo in questi giorni.
Tilda Swinton ha scritto un’autobiografia, ma siccome non voleva fare la solita autobiografia ha deciso di raccontare la sua vita attraverso gli oggetti che ama Si intitola Material Evidence, uscirà nel 2028 e al suo interno ci saranno: un abito da battesimo, una lettera, una gamba di legno, una felpa, una matassa di seta da ricamo, una fotografia, una vita intera.
Per lanciare il loro nuovo album i Fontaines D.C. hanno organizzato dei listening party nei negozi di dischi indipendenti di tutto il mondo e l’Italia è uno dei Paesi in cui ce ne saranno di più Saranno ben 22 e si terranno tutti l'8 ottobre, sparsi dalla Liguria alla Sicilia e molti in "provincia", dentro negozi che sono pezzi di storia delle città.
La storia del Bosco Ospizio di Reggio Emilia, abbattuto per far posto anche a un supermercato, è molto più complicata e preoccupante di come la si sta raccontando Perché oltre al supermercato verranno costruiti anche una Casa della Comunità, una biblioteca e un polo sociale. E piantati 1350 nuovi alberi.
Negli ultimi cinque anni la Svizzera ha perso un quinto dei suoi ghiacciai Solo nel 2026 è sparito il 5,5 per cento del ghiaccio delle Alpi Svizzere. Gli scienziati parlano apertamente di «un anno catastrofico».
Esiste una mappa che raccoglie tutte le donne, militanti, scrittrici e studiose, che hanno fatto la storia dell’anarchia Si chiama Mujeres Anarquistas e al momento include sette grandi italiane: Virgilia D'Andrea, Luce Fabbri, Giovanna Berneri, Maria Roda, Tina Tomasi Ventura, Anna Maria Mozzoni e Marie Louise Berneri.

Rapiti per amore del cinema

Quando la storia si trasforma in un B-movie: la grottesca vicenda di un regista e di un'attrice sequestrati dal regime nordcoreano.

04 Gennaio 2016

Ogni marxista sa che la Storia si ripete due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Ma forse se Marx guardasse ai suoi figli e figliocci degeneri – i vari regimi socialisti durante gli ultimi cento anni – preferirebbe correggere il tiro: la Storia all’inizio è melodramma, e poi lentamente si trasforma in B-movie.

“B-movie”, “filmaccio” e “boiata pazzesca” non sono offese, ma generi a sé. Sono correnti di pensiero, categorie molto precise, fondamentali per spiegare la differenza che passa tra le grandi dittature del Novecento e i loro grotteschi rimasugli di oggi. Da un lato l’opera d’arte totale; tragedia orripilante ma grandiosa. Dall’altro la vera “puttanata”, categoria definitiva che riesce a spiegare perché un regime immondo come la Corea del Nord riesca spesso a farci sorridere, rivelando un che di comico nelle follie e negli eccessi da despota di Kim Jong-un, criminale patetico e cattivo da film. Quella di Pyongyang è una grande messa in scena, come ogni altra dittatura, uno spettacolo collettivo in cui, per esempio, i cittadini che non piangevano in tv durante le esequie di Kim Jong-il finivano in un campo di lavoro. Ma, a differenza delle messe in scena sovietiche o degli spettacoli di massa nazisti, quello nordcoreano è un film che presenta tutti i difetti del cinema trash: personaggi eccessivi, trama sopra le righe. Regia kitsch, soprattutto. Ma forse in pochi sanno che l’attinenza tra dittatura nordcoreana e cinema di serie B non è affatto casuale. Al contrario: come ci ricorda Paul Fischer in Una produzione Kim Jong-il. La storia incredibile ma vera della Corea del Nord e del più audace rapimento di tutti i tempi, da poco uscito per Bompiani, potremmo dire che quella di dirigere un film trash sia stata una delle aspirazioni più forti del Caro Leader scomparso nel 2011. Un’aspirazione realizzata, sia in campo artistico, sia in quel filmaccio a tinte forti che è stato, e ancora è, la dottrina Juche.

Daily Life In Pyongyang

Se il Grande Leader Kim Il-sung, negli anni Settanta, aveva riservato al figlio il seggio di ministro della cultura, era perché, prima di diventare a sua volta tiranno, il giovane Kim aveva espresso sempre e soltanto un desiderio: fare il regista di cassetta. I film d’azione americani, tutti proibiti dal regime, facevano bella mostra di sé nella sua collezione di ventimila nastri, tra cui James Bond, Rambo e Duffy Duck: i suoi preferiti in assoluto. Sorvegliava di persona le produzioni nazionali, piombando sui set per poi costringere gli attori a ripetere fino allo sfinimento le scene. I “classiconi” di regime, come La ragazza dei fiori e il colossal bellico anti-nipponico Mare di sangue, lo includono – a forza – nei titoli di coda.

Ma soprattutto Kim Jong-il si segnalò nel 1973 come unico dirigente del Partito ad essere autore di un manuale di cinematografia: Sull’arte del cinema. Libro grandioso, non tanto per le varie tirate sull’importanza di un’arte di Stato, ma perché unico manuale di governo camuffato da manuale di regia; una sorta di Principe munito di macchina da presa. Come si deve guidare un Paese? Esattamente come si guida una troupe: un’obbedienza militare alle gerarchie interne e una dottrina comunista ben radicata negli interpreti. «Il regista è responsabile non solo del lavoro creativo del gruppo ma altresì della sua vita politica e ideologica. (…) È il comandante, il capo supremo», perché «la regia è l’arte di guidare il prossimo». Fu la dottrina che permise la produzione di pietre miliari della filmografia nordcoreana quali Il destino predeterminato di un uomo dei Corpi di Auto-Difesa, La storia di un’infermiera e, dedicato ai più piccini, il cartone animato Comandante bambino.

Ma non era abbastanza. Kim, il film-maker, il ministro, il teorico del cinema, aveva una propria idea di arte che non corrispondeva ai risultati raggiunti. Lui non voleva accontentarsi: pretendeva l’ideale, come qualunque dittatore al comando. Fece rapire in quel periodo almeno undici intellettuali giapponesi per utilizzarli come promotori culturali: metà morirono di stenti, gli altri optarono per il suicidio. Fu allora che giunse una notizia intrigante. Nel 1978 il governo di Seul aveva appena fatto chiudere gli studi del più significativo regista del Sud: Shin Sang-ok. Lui, l’Orson Welles del grande oriente, il “Principe del cinema coreano”, nonché ex-marito dell’attrice Choi Eun-hee, negli ultimi anni era andato incontro a flop. Il cinefilo Kim decise di offrirgli la più surreale delle chance.

Ci vollero cinque anni di carcere nordcoreano perché il regista scoprisse il motivo del suo rapimento

La bella Choi Eun-hee si ritrovava in viaggio di lavoro a Hong Kong quando, semplicemente, svanì nel nulla. Shin Sang-ok stava camminando in strada, quando una mano misteriosa provvide a tappargli bocca e naso con la più classica salvietta al cloroformio. Ci vollero cinque anni di carcere nordcoreano perché il regista scoprisse il motivo del suo rapimento. Quando riuscì a rincontrare l’ex-moglie, era ormai il 1983. All’altro capo del tavolo al quale furono fatti accomodare sedeva un omino in uniforme maoista. Un loro «accanito ammiratore», così disse. Kim si scusò per gli anni di attesa e quindi iniziò a parlare d’affari. «I nostri film sono tutti piagnistei. Non era quello che avevo ordinato». La soluzione? «Mi sono detto: devo portarli da me!» Importazione a mano armata. La gloria del cinema d’oriente messa al servizio di Pyongyang. «Che ne pensate? Coraggio! Abbracciatevi!».

Seguirono tre anni lunatici: costretti a risposarsi, Shin Sang-ok e Choi Eun-hee furono eletti nuove star del cinema di propaganda della Nord Corea. Avrebbero avuto rispetto, mezzi, fama assicurata, a patto ovviamente che la loro arte servisse la causa comunista. Inutile dire che un rifiuto non era la strada consigliabile. «Odiavo il comunismo, ma dovevo far finta di essere devoto per scappare da questa follia», avrebbe dichiarato Shin, costretto a giurare di avere lasciato Seul volontariamente e per scelta ideologica. Prima di una rocambolesca fuga nel 1986, la coppia si ritrovò a girare – con Kim a guidarli e a benedirli – ben sette film in soli tre anni, e provò forse, nel frattempo, la più esasperata e illuminante di tutte le esperienze artistiche. Sempre sognando l’evasione, e poiché il genio è comunque orgoglioso, Shin si sforzò di produrre film validi, adatti a dei festival internazionali. Portò, controvoglia, una ventata di freschezza al pessimo cinema di Pyongyang (suo il primo bacio sul grande schermo nordcoreano) e avrebbe più tardi dichiarato di aver realizzato con La fuga (1984) il suo prodotto più riuscito.

Daily Life In Pyongyang

Kim Jong-il era in estasi. Dopo due anni annunciò a Shin che era il momento del colpaccio: la nuova opera non si sarebbe limitata ad applicare le regole de L’arte del cinema, ma avrebbe sposato finalmente anche i gusti del popolo. Pulgasari: ecco il titolo! Il primo Godzilla comunista che fosse mai apparso sugli schermi. Che dire di questo capolavoro della categoria della boiata virata in senso totalitario (disponibile anche su youtube per i più curiosi)? La trama: Il proletariato contadino, oppresso da un despota ricchissimo, alleva un enorme mostro rosso che distrugge il castello del capitalista. I contadini si abbandonano a danze e festeggiano. Ma Shin volle aggiungere dell’altro: sconfitto il cattivo, il mostro rosso inizia a mangiare anche i beni del popolo. Messaggio chiarissimo, ma che passò inosservato.

Il Caro Leader si disse entusiasta, e questo, più o meno, fu l’ultimo atto della collaborazione forzata. Fingendo un viaggio di lavoro per vendere il film, Shin e Choi si rifugiarono nell’ambasciata americana a Vienna per non rimettere mai più piede a Pyongyang. Fino alla morte, il regista dovette affannarsi perché il Sud Corea credesse alla sua versione dei fatti e non lo bollasse come traditore. Pulgasari restò per interi anni in soffitta, almeno fino al ’98, quando fu proiettato con successo a Seul. Quanto al deluso Kim Jong-il, un anno dopo la fuga di Shin dava alle stampe un nuovo saggio, Il Cinema e la regia (1987), ultima traccia di un sogno che sfuggiva. Ben altre platee lo stavano attendendo, una nazione di comparse da dirigere, un grande B-movie tramutato in realtà. Da proiettare in mondovisione, e in cui poter essere, finalmente, protagonista assoluto.

Nelle immagini un reportage da Pyongyang di Feng Li (Getty Images).
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