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MARSIGLIA

Primo porto mediterraneo, luogo ricco di storie e suggestioni: navi, odori, mala. Una città meticcia che è riuscita a reinventarsi con un urbanismo ambizioso.

05 Agosto 2013

Marsiglia, Rotterdam e Amburgo, tre dei quattro più grandi porti d’Europa. Le porte del continente, sul mondo e sul nostro futuro. Pubblichiamo tre reportage dalle tre città, dal numero 13 di Studio.


«È vecchia, fa rumore, puzza di nafta. Una bellezza». Jannic parla così della sua pointu, la tradizionale barca da pesca marsigliese.

«Questa barca è una filosofia. Un modo per diventare marsigliesi anche se sei un “estranger”» dice Denis Borg, ultimo di una famiglia che costruisce e restaura pointu.

La pointu è una metafora di Marsiglia. Ne rappresenta il fascino duro. Ma anche il senso cosmopolita, d’apertura verso chi è disposto a condividerne lo stile di vita. Marsiglia, a sua volta, è l’archetipo delle città-porto, questi snodi nomadici, queste feste mobili, dove il porto si è creato seguendo la natura del territorio.

Evolvendo in quest’immaginario archetipico, Marsiglia è stata eletta Capitale Europea della Cultura per il 2013. Ruolo che interpreta con scene e contenuti che, secondo la rivista Time, la classificano al secondo posto (dopo Rio) tra le città da visitare quest’anno. La prospettiva a lungo termine è divenire la capitale della cultura mediterranea nello scenario globale. Come già si discute negli annuali “Rencontres D’Averroès”, intitolati al filosofo arabo-andaluso del XII secolo, “simbolo della profondità dei legami tra le due rive del Mediterraneo”

Marsiglia è il primo porto francese e mediterraneo (valutandolo nel suo complesso). Nel 2012 vi sono transitati circa 950.000 passeggeri. Tra gennaio e settembre sono stati movimentati 64 milioni di tonnellate di merci e circa 900.000 Teu. Il Teu (acronimo di Twenty-Foot Equivalent Unit) è la misura di volume del container (circa 33 metri cubi), che prende nome dalla sua lunghezza standard di 20 piedi (circa 6 metri). È usato per determinare sia la capienza di una nave sia il numero di container movimentati. A Marsiglia, come in tutti i porti, è un elemento del panorama. Qui, quasi a consacrare una vocazione mercantile, è un monumento, uno degli elementi d’arredo urbano nel rinnovamento dello storico quartiere portuale di Joliette. È un’installazione dell’artista scozzese David Mach: un Teu sostenuto da due lottatori di sumo. S’intitola “It takes two to tango” ed è stato donato alla città dalla Cma-Cgm, terza compagnia marittima al mondo di portacontainer.

Marsiglia è il primo porto francese e mediterraneo (valutandolo nel suo complesso). Nel 2012 vi sono transitati circa 950.000 passeggeri.

Il rapporto simbiotico tra la città e il porto, con tutte le sue connessioni simboliche, ha trasformato Marsiglia in un luogo immaginario, letterario. Un po’ come accaduto al Bar de la Marine, al numero 15 di quai de Rive Neuve, sul Vieux Port. È divenuto famoso e si è a sua volta modellato sulla descrizione che ne ha fatto il regista e commediografo Marcel Pagnol, nella pièce Marius, messa in scena nel 1929. Da allora, e oggi ancor più, seduti al banco di quel bar per il rito dell’aperò, davanti a un pastis e un piatto di sardine, è difficile distinguere se si è dentro una scenografia o si rivive una tradizione.

Oltre Pagnol, molti altri hanno contribuito ad alimentare l’immagine mélo di Marsiglia, quella personificata dal le cake, il classico tipo con la catena d’oro al collo, e dalla cagole, la sua vistosa compagna. Il più noto è Jean Claude Izzo, il giornalista marsigliese considerato uno dei creatori del noir mediterraneo (con il nostro Camilleri e l’ateniese Petros Markaris). Ma forse chi ha descritto in modo più affascinante questa Marsiglia è il giornalista italiano Giancarlo Fusco nel romanzo, in bilico tra vita vissuta e immaginata, Duri a Marsiglia. La sua è la città degli anni ’30, quella del film Borsalino, con Jean Paul Belmondo e Alain Delon. Quell’immagine malavitosa un po’ romantica si trasforma in modo violento e realistico nel film che più di ogni altro ha rappresentato Marsiglia: The French Connection (Il braccio violento della legge), interpretato da Gene Hackman.

Come dimostrano i clan dei marsigliesi o la French Connection, l’organizzazione francese che tra i ‘50 e ’60 forniva eroina alla mafia italo-americana, la leggenda di Marsiglia deriva da storie tanto reali quanto drammatiche. Storie degli immigrati dal Maghreb che si stabilirono attorno alla centrale rue La Canebière. Degli uomini passati per il centro reclutamento delle Legione Straniera (ancora aperto, in una nuova, moderna caserma). Dei sommozzatori della Comex, la Compagnie Maritime d’Expertise, società di lavori subacquei creata da Henri-Germain Delauze, che ha da poco concluso la sua “vida formidable” come diceva nel patois delle cinque lingue che parlava, raccontando trame d’avventura e tecnologia, geopolitica ed economia globale.

Tutte queste storie, a loro volta, attingono a una tradizione di anticonformismo, non-omologazione. È così dall’epoca della fondazione, 2600 anni fa, a opera di marinai greci di Focea (l’odierna Foça, nel golfo di Smirne, in Turchia). I Focei si integrarono rapidamente nel territorio sul substrato di popolazioni Liguri. Allora come oggi, non era importante stabilire a che stirpe appartenessero uomini come Pytheas da Massilia, l’esploratore e geografo che raggiunse l’estremo nord d’Europa. Erano tutti accomunati dal desiderio di prendere il largo, dagli interessi commerciali. Il concetto del mare come luogo di traffici e non di conquista appare evidente nel salone d’onore della Borsa, decorato con gli stemmi delle città con cui Marsiglia era in rapporti d’affari: da Trieste, porta dell’Europa Centrale per il traffico di grano, a Calcutta, da dove venivano gli olii per il sapone. Non a caso il museo aperto in quel palazzo è dedicato alla Marina e all’Economia. «Città di marinai in quanto commercianti» commenta Patrik Boulanger, direttore del Patrimonio della Camera di Commercio.

Qui non si avverte il classico sciovinismo francese. Anche perché la città ha sempre reclamato la propria indipendenza dal potere centrale, cambiando bandiera e sovrano in base ai propri interessi. Il marsigliese è un tipo umano sovranazionale: l’abitatore dei porti. «Il mare unisce» dicono tutti i marsigliesi, vantando il metissage di una città con un quarto della popolazione musulmana, dove ognuno dichiara una discendenza italiana, greca, maltese, nordafricana, indocinese. «Siamo venuti da tutti gli orizzonti» è la magnifica sintesi del giovane Nicolas, che alterna pesca e scienze politiche.

«Il mare unisce» dicono tutti i marsigliesi, vantando il metissage di una città con un quarto della popolazione musulmana, dove ognuno dichiara una discendenza italiana, greca, maltese, nordafricana, indocinese.

«Qui vivi in una dimensione culturale influenzata dal mare. E il mare induce a osservare nuovi orizzonti» dice Richard Campana, rovesciando la prospettiva. Eclettico pittore di scenografie, design industriale e cahiers de voyages che ricordano le avventure di Hugo Pratt, Campana è testimone di tempi in cui Marsiglia poteva essere scena per le avventure di Corto Maltese. Eppure, osservando il cambiamento, non s’abbandona al rimpianto. «Le avventure continuano ma prendono direzioni differenti»

Al finale di tante storie, più che della French Connection, Marsiglia è il centro di una connessione globale, modello di una città-porto che si è reinventata. «Per secoli il porto è stato all’origine della città e oggi le città hanno iniziato a riqualificare i loro fronti sul mare per rivitalizzare la loro condizione urbana» scrive Lorenzo Pagnini nel saggio Aree portuali, città potenziali. Alla base del cambiamento c’è il progetto di Euromediterranée, considerato la più grande operazione di rinnovamento urbano d’Europa, realizzata secondo i principi dello sviluppo sostenibile. Destinata a rimodellare il fronte sul mare e le aree retrostanti, dal vecchio porto sino all’estremo occidentale della baia, si sviluppa su un territorio di circa 480 ettari dove sono stati investiti sette miliardi di euro (1,4 pubblici e 5,1 privati). «La città vuole il porto, per il porto la città è un limite: Euromediterranée concilia gli opposti» dice l’architetto Eric Castaldi, uno degli artefici della trasformazione dei magazzini sul porto in tecnologico quartiere commerciale, e de Le Silo, deposito di granaglie divenuto teatro.

In questa sintesi, i moli verranno sovrastati da una passeggiata che partirà dall’ottocentesca Cattedrale de La Major e condurrà a La Cité de la Mediterrané, un complesso di centri culturali e per il tempo libero. All’entrata del Vecchio Porto – cui sarà collegato da una magnifica passerella sospesa – apre il MuCem, Museo delle Civiltà d’Europa e del Mediterraneo. Ideato dall’architetto Rudy Ricciotti, è una struttura dentellata di 40.000 mq che, per i giochi di chiaroscuri che crea al suo interno, è stata definita una “casbah verticale”. Accanto al MuCem, in un contrasto che riproduce le frastagliature dei porti, si sta completando Villa Méditerranée. Centro espositivo progettato da Stefano Boeri, ha la forma di una L rovesciata, poggiata sul trattino più corto, mentre il più lungo si protende verso il mare come un molo aereo.

Si delinea uno skyline dominato dai 147 metri della torre progettata dall’anglo-irachena Zaha Hadid per la Cma-Cgm. Accanto, lungo i moli d’Arenc, Jean Nouvel realizzerà una torre di uffici di 135 metri, affiancata da altre due di 113 e 99 destinate a residenze di lusso. Un altro polo culturale, Euromed Center, è stato disegnato da Massimiliano Fuksas e comprende un multiplex d’intrattenimento concepito da Luc Besson. Nel bacino della Joliette, un tempo quartiere di transito merci ed equipaggi, sta per aprire il Frac (Fond Régional d’Art Contemporain), opera dell’architetto giapponese Kengo Kuma. Coperto da pannelli di vetro bianco a differente opacità che appaiono come pixel, manifesta la vocazione definita dal suo direttore Pascal Neveux: «È un posto di ricerca e sperimentazione».

Si delinea uno skyline dominato dai 147 metri della torre progettata dall’anglo-irachena Zaha Hadid per la Cma-Cgm. Accanto, lungo i moli d’Arenc, Jean Nouvel realizzerà una torre di uffici di 135 metri, affiancata da altre due di 113 e 99 destinate a residenze di lusso.

I segni del cambiamento s’avvertono anche nel Vieux Port, stretto tra i forti secenteschi Saint-Jean e Saint-Nicolas: il piano di Norman Foster e del paesaggista francese Michel Desvigne lo rende un’immensa piazza d’acqua circondata da un’area semi-pedonale. Con l’apertura sul mare cambia anche l’interno. Le equivoche traverse de La Canebière sono illuminate dalle vetrine di stilisti e profumieri. Nel popolare quartiere del Panier che prima della guerra era il vero “fronte del porto”, si aprono gallerie d’arte contemporanea, atelier di creativi e botteghe che vendono nostalgie: saponi all’olio d’oliva, cioccolato, sardine sotto sale, bottiglie della birra locale, la Cagole, nella nuova etichetta déco. La zona circostante Notre Dame du Mont e cours Julien, il nuovo salotto cittadino, a metà tra il Marais e il Greenwich Village, è scenario di ristoranti etnici, librerie underground e design hotel come il Mama Shelter di Philippe Starck.

Si rinnova anche la popolazione: arrivano i BoBo, “bourgeois bohémien”, e giovani professionisti attratti da nuovi lavori – dal 2000 a oggi hanno aperto 7200 nuove società – da collegamenti con il Tgv che raggiunge Parigi in tre ore e Lione in una e mezzo, e da un clima dove il vento Mistral assicura circa 300 giorni di sole l’anno. «Basta saper scegliere il bar in modo da non trovarsi sottovento» avvertono. Proseguono i lavori per l’ampliamento delle strutture portuali vere e proprie, con un bacino di riparazioni navali destinato ai megayacht dei nuovi ultraricchi, un terminal per navi da crociera e uno per portacontainer che dovrebbe portare il movimento a oltre 2 milioni di Teu l’anno. Entro i prossimi cinque anni dovrebbe essere pronto il nuovo Parco Logistico Multimodale di 200.000 mq connesso al porto di Marsiglia-Fos (poco a nord, integrato al tessuto metropolitano) che rappresenterà lo snodo per il traffico di container tra Mediterraneo e Centro Europa.

Appaiono immutabili solo l’ottocentesca chiesa di Notre Dame de la Garde, sopra la città, dove i marinai continuano ad arricchire la sua collezione di ex voto, e i mercati del pesce dove trovi quei pesci piccoli che danno sapore alla bouillabaisse.

Dal numero 13 di Studio

Nella foto, un’immagine del porto di Rotterdam, di Freek van Arkel

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