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Per addestrare la sua intelligenza artificiale, l’azienda Anthropic avrebbe comprato, scansionato e poi distrutto due milioni di libri usati L'azienda avrebbe approfittato di un cavillo legale e sostiene di avere tutto il diritto di usare in questa maniera libri che ha regolarmente acquistato.
Maison Margiela ha reso disponibile il suo intero archivio, per tutti, gratuitamente, su Dropbox L'iniziativa fa parte del progetto MaisonMargiela/folders, che porterà il brand in Cina con 4 mostre, e una sfilata programmata ad aprile.
Su Vanity Fair è uscita la prima intervista mai fatta a Bianca Censori Per la prima volta ha parlato di sé, in occasione della mostra che sta presentando a Seoul (anche se, ovviamente, Ye si è messo in mezzo).

Il Limonov del Donbass

Intervista a Pierre Sautreuil, autore di Le guerre perdute di Jurij Beljaev, cronaca del conflitto del Donbass visto attraverso gli occhi di uno dei suoi protagonisti più inquietanti e affascinanti.

28 Novembre 2022

Di seguito trovate un’intervista a Pierre Sautreuil, giovanissimo reporter di guerra, autore di Le guerre perdute di Jurij Beljaev, libro a metà tra reportage e letteratura da poco arrivato in Italia grazie a Einaudi. Sabato 26 novembre Sautreuil è stato uno degli ospiti di Ripensare tutto, undicesima edizione del nostro festival, come sempre nel Salone d’onore di Triennale Milano. A Cristiano de Majo, Sautreuil ha raccontato come si sia ritrovato appena 21enne in mezzo al conflitto del Donbass, accanto a una figura come Jurij Beljaev, e come quell’esperienza abbia cambiato la sua vita e la sua carriera. Esperienza che Pierre racconta e approfondisce anche in questa intervista.

Ci siamo un po’ assuefatti alla guerra in Ucraina, diciamo la verità: non ci coinvolge più come una volta. Le cronache sui giornali sono retrocesse intorno a pagina quindici, in tv si discute di altre faccende, e risulta difficile indignarsi sui social nove mesi di fila per lo stesso motivo. Persino in questi mondiali con focus sulle battaglie sociali, dove si rischia la pelle rimanendo in silenzio durante l’esecuzione dell’inno nazionale, non si parla mai dell’Ucraina, forse perché la nazionale di calcio non si è qualificata (come noi) per la fase finale. In libreria, intanto, continuano a uscire libri interessanti sul tema. Einaudi ha tradotto e pubblicato Le guerre perdute di Jurij Beljaev, debutto di Pierre Sautreuil, uscito in Francia nel 2018.

Il libro è la storia in prima persona del battesimo di Sautreuil da cronista di guerra in Ucraina, nel 2014, e dei suoi dialoghi confidenziali con Jurij Beljaev, detto il Gatto, un pluriomicida russo dalle idee politiche confuse ma tendenti al nazismo, nato povero, diventato milionario negli anni ’90 con le liberalizzazioni seguite al disfacimento dell’Unione Sovietica e grazie agli agganci giusti, sfruttando anche la guerra in Bosnia. Sopravvive a un attentato dove la sua scorta viene freddata a mitragliate, spreca tre o quattro vite, finché perde tutti i soldi e viene perseguitato per via giudiziaria dal governo di Mosca, che lo accusa di ogni nefandezza, quindi fugge nel sud-est dell’Ucraina dove si arruola fra i combattenti secessionisti filo-russi, abbacchiato e sconfitto. Sautreuil lo intervista vicino al fronte, lo va a trovare a casa, si fa portare in giro. Nasce una specie di strana amicizia, affettando salame in stanzette tristissime a pochi chilometri dai colpi di mortaio o in cucine con le tende alle finestre tirate a San Pietroburgo, vicino alla Prospettiva Nevskij.

Incontro Sautreuil un sabato soleggiato di fine novembre a Milano, nel chiosco davanti alla Triennale. Indossa un allegro maglione rosso e beve acqua frizzante. A qualche tavolino di distanza da noi, un signore sta leggendo proprio il suo libro, bevendo una birra.

La copertina del tuo libro è molto bella.
Grazie. La foto è di una mia amica, per caso, io non ho avuto voce in capitolo sulla scelta. È strano prendere in mano un libro con il tuo nome in copertina, ma con le pagine scritte in una lingua che non conosci.

Ti secca se fumo una sigaretta?
No, tranquillo. Io però fumo solo in Ucraina. Ci sono stato due volte quest’anno da quando è iniziata l’invasione, e mi sono dato una regola: fumo solo lì.

Come sei finito, così giovane, in Ucraina nel mezzo di una guerra?
Sono arrivato in Ucraina per la prima volta nell’estate del 2014. La guerra era già iniziata, io non avevo nemmeno 21 anni. Ero ancora uno studente, mi ero preso un anno sabbatico fra il primo e il secondo anno del mio master in giornalismo a Parigi. Il giornalismo è un settore molto competitivo, ho pensato che prendermi un po’ di tempo per lavorare da qualche parte potesse essere una buona idea per la mia carriera. Così ho deciso di partire per Mosca. Ero già molto interessato alla Russia…

Perché? Motivi familiari, amore per gli scrittori russi?
In realtà non avevo nessun legame con la Russia. Diciamo che avevo una certa curiosità per come veniva rappresentata sulla stampa europea. Mi affascinava più del Medio Oriente o dell’Africa. Molti vanno in Russia per le ragazze o per gli autori russi, che io non ho nemmeno letto a fondo. Ero affascinato dal pazzo, osceno tentativo sovietico di trasformare l’umanità attraverso un’agenda politica. Mi faceva venire le vertigini. Fino a che punto è possibile cambiare la natura umana e la nostra cultura? Se ti interessa la politica, vuoi vedere che cosa è in grado di fare quando si potenzia manipolando le paure della popolazione. Non ero attratto dal comunismo, ero interessato alle conseguenze del suo crollo. Scusa, torno alla tua domanda: come si sarà ormai capito, avevo un interesse intellettuale per la Russia.

Parlavi russo?
Ho iniziato a studiarlo a 18 anni e quando sono arrivato là lo parlucchiavo.

E che hai fatto, quando sei arrivato a Mosca?
Ho iniziato a collaborare con un giornale locale in lingua francese, molto filo-Cremlino, cosa di cui non ero del tutto consapevole all’inizio. Era anche l’anno in cui si sono inasprite le leggi contro la comunità Lgbtq+, e io mi sono trovato presto in disaccordo con la testata. Il tirocinio sarebbe dovuto durare tre mesi: mi hanno cacciato dopo un mese, sono stato licenziato per divergenze sulla linea editoriale. Ero giovane e più irascibile di oggi, abbiamo chiuso la nostra collaborazione con una litigata.

Non ti sentivi in pericolo? Ti guardavi intorno per controllare di non essere pedinato?
Non proprio. La Russia all’epoca non era un posto esattamente rilassato, ma comunque molto più di oggi. Il problema è che quando vieni licenziato lo Stato ti revoca il permesso di soggiorno. Mi hanno dato tre giorni per lasciare il Paese. Non sapevo cosa fare, avevo ancora undici mesi del mio anno sabbatico da riempire. Ho parlato con un amico che lavorava per un’agenzia di stampa a Mosca, lui mi ha detto “Sei giovane, hai un anno intero davanti a te, c’è una guerra in Ucraina: vai a fare il freelance. Parti per Kiev con un biglietto di sola andata”. E così ho fatto. Un fotografo italiano che avevo conosciuto a Mosca, Alfredo Bosco, mi ha portato con lui in Donbass. Ho cercato una rivista che accettasse di pubblicare i miei reportage. Qualche sì, qualche no, a un certo punto ho iniziato a farmi un nome e sono diventato un giornalista professionista.

Quali sono le differenze fra la guerra del 2014 e quella di oggi?
Oggi non è più un conflitto ibrido, dove ci sono elementi di propaganda, tentativi di sabotaggio dell’economia, attacchi cibernetici insieme a combattimenti tradizionali. Ora assistiamo a un’invasione su larga scala, con dimensioni che erano difficili da pronosticare. Il 24 febbraio ero scioccato, chi avrebbe potuto immaginare… Bè, in realtà gli americani lo avevano non solo immaginato, lo stavano gridando da mesi, ma noi europei abbiamo negato l’evidenza. Non ci eravamo accorti che il sistema politico russo stesse lavorando come stava lavorando. Il vero momento “oh, merda…” è stato tre giorni prima dell’invasione, quando abbiamo visto in tv questo teatrino comico orchestrato da Putin, dove lui sedeva alla sua scrivania mentre i suoi ministri e consiglieri stavano su piccole, scomode sedie a metri di distanza da lui, terrorizzati, e uno alla volta dovevano dirsi favorevoli o contrari al riconoscimento delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, il perfetto casus belli. Lì ho pensato, come molti analisti e giornalisti, che non avevamo capito la Russia, e che le cose erano molto peggio di come sembravano: non era una democrazia verticale o un’oligarchia, era una tirannia.

Ti aspettavi una resistenza così strenua dalla popolazione ucraina?
No, direi di no. Distinguerei due concetti: il desiderio di resistere e la capacità di resistere. Ci aspettavamo la volontà di difendersi degli ucraini. Zelensky ha subito detto ai russi: “Non vedrete la nostra schiena, ci guarderete in faccia. Combatteremo”. Nessuno però si aspettava che avessero la capacità di non soccombere. Sapevamo che l’esercito ucraino fosse tosto, molti civili hanno combattuto in Donbass per anni, la loro società era già in parte militarizzata. La popolazione era preparata psicologicamente alla guerra. Tuttavia, nessuno si aspettava che potessero resistere all’invasione e addirittura contrattaccare. Quando abbiamo visto le foto di quella lunghissima colonna di carri armati diretti a tutta birra verso Kiev abbiamo pensato “Ok, è quasi finita”. Poi la colonna non si è mossa per ventiquattro ore, poi ne sono passate quarantotto, settantadue, novantasei, e allora abbiamo pensato: “Che succede”?

Forse abbiamo sopravvalutato l’esercito russo.
Fra i pochi vantaggi della guerra c’è quello di fornirti informazioni. Ho letto recentemente un paragone fra l’esercito russo e quello cinese. Certo, la Cina ha un esercito enorme, e forse distruggerà Taiwan, ma la Cina non è impegnata in un vero conflitto da quarant’anni. Non conosciamo la sua potenza militare e non sappiamo se è veramente il secondo esercito più grande del mondo. La Russia, invece, non era alla prima guerra negli ultimi anni, e avevamo già assistito a dimostrazioni di forza impressionanti. Evidentemente non sono stati in grado di coordinare un’armata così grande, e hanno sottovalutato la capacità di resistenza ucraina. Si aspettavano che Kiev sarebbe caduta in tre giorni, ma per conquistare l’Ucraina non bastano centocinquantamila soldati.

Intanto, dall’altra parte, non abbiamo visto proteste contro la guerra in Russia.
Molte persone fanno confronti fra la Russia, dove la popolazione sembra complice, e l’Iran, dove non vedi la stessa passività nei confronti di un regime. È da qualche anno che non vado in Russia, ma direi che là non c’è molto entusiasmo verso la guerra. Di sicuro c’è una piccola forma di consenso, forse non così piccola, perché i media sono sotto il controllo totale del Cremlino. Le Olimpiadi di Sochi sono state il punto di svolta, da lì Putin ha iniziato a intensificare la sua influenza e adesso controlla l’informazione. Putin sta anche stuzzicando un desiderio di grandeur presente nella società russa, che sente di avere perso prestigio dalla fine della Guerra fredda. Questo, unito alla natura autoritaria del regime: se protesti, vai in galera per sette anni, e le prigioni russe non sono uno scherzo. I russi hanno un’abitudine consolidata fin dai tempi dell’Unione Sovietica, un’attitudine verso lo Stato. Per sopravvivere in un regime autoritario devi nasconderti. Se lo Stato si interessa a te, hai un problema. È un mix complesso fra l’eredità dell’Unione Sovietica, la natura autoritaria del regime e il fatto che buona parte della popolazione tutto sommato approva le azioni di Putin. 

In Italia c’è un movimento, supportato da pensatori di estrema sinistra e di estrema destra, che chiede di smetterla con l’invio di aiuti all’Ucraina. Che ne pensi?
In Francia è lo stesso. Secondo me, queste istanze vengono da due forme di pensiero diverse. L’estrema destra, per esempio, potrebbe aver ricevuto finanziamenti dal Cremlino di recente. Questa informazione può aiutarci a capire meglio certe politiche. Qualche militante francese di estrema destra considera la Russia una forza che potrebbe proteggere l’Europa dall’invasione di valori considerati pericolosi e che sarebbero una minaccia per un presunto ordine tradizionale. La Russia, fra l’altro, non è certo il gotha dei cosiddetti valori tradizionali: c’è un numero incredibile di divorzi, gravidanze fra teenager, aborti. Per l’estrema sinistra è diverso: c’è questa tradizione di supportare i movimenti pacifisti che risale alla Guerra Fredda. L’Unione Sovietica sosteneva i partiti comunisti e le forze pacifiste extraparlamentari in giro per l’Europa. La pace era vista come un obiettivo in sé e per sé. È un’opinione molto discutibile. Di solito, si tende a pensare che la pace è sempre la soluzione migliore in qualsiasi caso. Si potrebbe obiettare: il cessate il fuoco in Ucraina, ora come ora, è la cosa più desiderabile per l’Ucraina e per l’Europa? È anche una questione di campanilismo. Una parte minoritaria della sinistra ha questa tendenza a mettere in discussione il capitalismo e il neoliberalismo, indentificati come un lascito imperialista statunitense, criticandone – con ragioni spesso valide – gli aspetti peggiori. Quindi in certi ambienti di sinistra si vede ogni oppositore degli Stati Uniti come un alleato.

Nel tuo libro descrivi molti soldati cattivissimi che si fanno chiamare dai commilitoni con nomi di battaglia spesso buffi, tipo Batman, il Cavaliere, il Ricco. Perché non si scelgono un nomignolo più truce?
La guerra è un carnevale. Un po’ più triste del carnevale, ma si possono paragonare. I nomi di battaglia servono per proteggere l’anonimato, avere un alias può essere utile. Ma ci sono anche motivi psicologici. I reporter di guerra fanno lo stesso. Io mi sono rasato a zero in Donbass, vestivo in un certo modo, fumavo sigarette, bevevo birre in bottiglie di plastica da due litri. Crei un personaggio, come cammini, come ti poni con le altre persone. Penso sia un modo di distrarti e non pensare a tutta la violenza che ti circonda. È un carnevale in maschera, e la maschera ti protegge dagli eventi intorno a te.

Che cosa ti manca di più quando sei al fronte?
La mia fidanzata.

Dev’essere molto spaventata!
Sì, ma ci sentiamo spesso al telefono quando sono via e sa che non sono un incosciente.

Certo che ti sei scelto un lavoro proprio pericoloso.
C’è un sentimento comune fra i miei colleghi: trovarsi in un contesto caotico aiuta a dimenticare il caos interiore. Molti diventano dipendenti dalle scariche di adrenalina che provi quando sei in una situazione pericolosissima. A me non succede, io le trovo stressanti e ho solo voglia di andarmene. Quando mi sono trovato sotto il primo bombardamento ho pensato: “Morirò per questo stupido lavoro”. Certo, ti dà qualcosa di speciale, c’è un’infatuazione sociale verso i reporter di guerra, è un qualcosa di intossicante. I tuoi amici ti presentano alle loro nuove fidanzate come reporter di guerra, la gente si aspetta che tu vesta sempre di nero. Non so perché sono finito a fare questo lavoro, di sicuro non perché è socialmente cool, non vale il rischio. Io non mi vedo neanche come un reporter di guerra, le circostanze mi hanno portato a trovarmi lì.

Ultima domanda, la più difficile. Quando finirà la guerra in Ucraina?
Quando smetteremo di sostenere l’Ucraina. Non è sicuro, ma di sicuro per loro sarebbe più difficile difendersi. Anzi, pensandoci meglio, nemmeno così finirebbe questa guerra: se smettessimo di supportarli, loro resisterebbero ancora più strenuamente, per orgoglio. Hanno già fermato i russi per un po’, prima che tutti i nostri equipaggiamenti arrivassero. Comunque, nessuno sa quando finirà la guerra. A breve tornerò a dare un’occhiata lì in zona, e saprò dirti meglio che cosa succede.

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