The Serpent in the Grove di Jamir Nazir sarebbe tutta farina del sacco di una AI. E, forse, Jamir Nazir nemmeno esiste davvero.
Dei game designer palestinesi stanno realizzando un videogioco che racconta la storia della Nakba
Si intitola Dreams on a Pillow ed è stato finanziato grazie a una campagna di crowdfunding a cui hanno contribuito persone da tutto il mondo.
Rasheed Abueideh vive a Nablus, in Cisgiordania, ed è palestinese. È uno sviluppatore e il suo primo progetto risale al 2016, si chiama Liyla and The Shadows of War e racconta la vita dei bambini durante gli attacchi di Israele alla Striscia di Gaza. Il gioco ha vinto premi internazionali e lo ha consacrato come uno dei pochi sviluppatori palestinesi a lavorare su giochi narrativi che parlano di politica.
Il suo nuovo progetto si chiama Dreams on a Pillow ed è in piena produzione con un team di dodici persone. È un gioco di avventura, dall’impronta sempre fortemente narrativa, che racconta la Nakba (la cacciata dei palestinesi da parte delle forze israeliane nel 1948, la parola in arabo significa catastrofe) attraverso la storia di Khadra, una giovane donna che fugge da un massacro nella sua città natale portando con sé solo un cuscino. Il gameplay mescola puzzle e sequenze oniriche ispirate al foklore alestinese. Due livelli giocabili sono già completati, entrambi ambientati a Tantura, città palestinese dove si sono verificati alcuni degli episodi di violenza più gravi durante la pulizia etnica, mentre il lancio del gioco su PC è previsto per il 2027.
Ma il progetto esiste perché nel 2024 una campagna di crowdfunding ha superato ogni aspettativa: obiettivo iniziale 194800 dollari, risultato finale oltre 240 mila, donazioni da più di 3300 sostenitori in tutto il mondo. Come riporta The National, «abbiamo ricevuto sostegno da giocatori, giornalisti, artisti e palestinesi di tutto il mondo che si sono profondamente identificati con la storia e la missione del gioco», dice Abueideh. Aggiungendo che, «una parte significativa di quel sostegno è arrivata da un pubblico non arabo e non musulmano, che si è avvicinato alla causa attraverso il racconto del progetto».
La storia del gioco si basa su testimonianze e resoconti diretti di sopravvissuti alla Nakba, e il processo narrativo nell’ultimo anno si è evoluto in modo significativo. La storia è stata adattata (non manipolata, sia ben chiaro) per renderla giocabile, «tagliando molto e mantenendo solo gli elementi fondamentali che rendono il gioco e la sua narrazione più coinvolgenti per i giocatori» spiega Abueideh. È una descrizione del lavoro creativo che suona familiare ma applicata a un materiale che raramente entra nei videogiochi.