Per David Grossman la scrittura è l’ultima, vera forma di ottimismo

Abbiamo incontrato lo scrittore a Torino, al Salone del Libro. È stata una lunga chiacchierata in cui ci ha raccontato di passeggiate mattutine, del suo passato in radio, dei Meridiani e dell'editor con cui lavora da 40 anni.

26 Maggio 2026

Incontriamo David Grossman, scrittore israeliano tradotto in decine di lingue, una delle voci da sinistra più critiche delle politiche del governo Netanyahu, una mattina di maggio a Torino. Grossman è in Italia per promuovere la pubblicazione del Meridiano che gli ha dedicato Mondadori, una specie di premio Oscar alla carriera. L’intervista è fissata nell’hotel contiguo al Salone del Libro, in sette minuti dalla hall passano Piperno, Severgnini, e il direttore dell’ufficio stampa del Quirinale. Grossman riceve in una sala riunioni appartata dell’hotel, sta finendo una videochiamata, parla piano, beve acqua naturale, indossa jeans e camicia sportiva blu, sembra più vecchio dei suoi settantadue anni, quasi fragile, finché non inizia a parlare.

Come stai? Sei felice di essere in Italia? Ci vieni spesso?
Abbastanza bene, grazie. Sono sempre felice di venire in Italia. Ultimamente vengo meno spesso, con tutto quello che sta succedendo in Israele, ma cerco comunque di tornare ogni tre mesi, se posso.

Ho letto nell’introduzione al tuo Meridiano che subito prima di sposarti, nel 1976, hai fatto un viaggio in macchina di dieci settimane dalla Finlandia a Brindisi. Com’era l’Italia a metà anni Settanta?
Non era la nazione raffinata e sofisticata che è diventata oggi. Era un posto molto rurale, il che mi sorprese parecchio. C’erano un sacco di persone devote al culto del balagan, che in israeliano vuol dire “casino”. Ecco, c’era un sacco di casino in giro. Mi sono sentito subito a casa in questo balagan, era un sentimento molto chiaro, impossibile da ignorare, caldo, amichevole. Mi è piaciuta moltissimo.

Penso che tante persone ti abbiano già detto quanto sia prestigioso essere pubblicati nella collana Meridiani. Sei stato coinvolto nel processo di curatela, o ti hanno contattato a cose già avvenute?
Mi hanno coinvolto in parte, quando la decisione di dedicarmi un Meridiano era già stata presa dai piani alti ho parlato con qualcuno del team. Mi hanno fatto qualche domanda, erano molto collaborativi. Mi sono fidato del loro gusto, del loro approccio. Penso che l’obiettivo della casa editrice fosse mostrare la diversità del mio lavoro, i romanzi, i libri per bambini, i saggi, le commedie, tutte le sfaccettature della mia carriera.

A proposito, hai iniziato a lavorare per la radio nazionale israeliana a nove anni. Eri una star precoce, un bimbo prodigio, o era comune, all’epoca, diventare famosi alle elementari?
Dovrei partire da tre o quattro passi indietro. C’era questo quiz radiofonico di cultura generale, in Israele, che trattava diversi argomenti. Un giorno hanno annunciato una puntata dedicata a Sholem Aleichem, scrittore con cui avevo una relazione particolare. Quando avevo otto anni, mio padre venne in camera mia e mi regalò un suo libro, piccolino e leggero, Che fortuna essere orfano!, dicendomi: «Tienilo David, questo racconta com’era stare in quel posto lì». Nel dizionario ebraico “quel posto lì” (eretz sham, ndr) significa la Shoah. Ho preso il libro, e mi sono messo in un angolino a leggerlo appassionatamente. C’era qualcosa di speciale nell’espressione di mio padre quando mi ha dato quel libro, come se anche lui fosse tornato bambino per un momento. Quel libro racconta la vita degli ebrei nella diaspora, prima della Shoah, della relazione con i non ebrei, dei pogrom, e di un sacco di cose di cui non sapevo un bel niente sulla vita di mio padre quando era un bambino, prima di trasferirsi in Palestina nel 1936. L’ho letto, e sono stato tramortito. Era un nuovo mondo per me, come un bambino che oggi scopre Harry Potter. Il linguaggio, gli aneddoti, le biografie dei luoghi. Quando la radio israeliana annunciò una gara di conoscenza su Sholem Aleichem, andai dai miei genitori e gli dissi “voglio partecipare, sono un esperto della materia”. Loro mi risero in faccia e mi risposero “e dai, su, sei solo un bambino”, al che io ribattei “no, no, conosco Aleichem, papà mi ha regalato il libro”. Non volevano darmi il permesso, pensavano che mi sarei coperto di ridicolo. Così sono uscito di casa e, per la prima volta in vita mia, ho comprato una cartolina. Ho seguito le istruzioni della radio, ho scritto il mio indirizzo, e in tre o quattro settimane mi è arrivata a casa una lettera, ricordo ancora la busta, dalla radio nazionale israeliana, dove mi comunicavano che volevano mettermi alla prova. I miei genitori sono quasi svenuti, è stato come se Ben Gurion in persona gli dicesse “datemi vostro figlio, il vostro unico e amato figlio”. Alla fine, superato lo shock, mi hanno accompagnato in radio e ho passato tutti i test, avevo un’ottima memoria quando ero bambino. Non più, purtroppo.

Un po’ come Momik in Vedi alla voce: amore.
Esatto. E questi pezzi grossi della radio hanno iniziato a farmi domande sempre più incalzanti, avevano di fronte questo bambino che ne sapeva quanto un adulto, e che magari avrebbe anche potuto vincere il premio in palio, circa centodieci dollari. Ho risposto a tutto. Così, perplessi, mi hanno fatto un’offerta che non si poteva rifiutare: dovevo stare in studio durante il quiz, e se qualcuno dei concorrenti non sapeva la risposta, intervenire. Accettai. Ero un bambino molto ambizioso. Quando uno dei concorrenti sbagliava non aspettavo che il conduttore lo correggesse, intervenivo io.

E da li è nata una carriera pluridecennale.
Già, quello è stato solo l’inizio. I dirigenti dell’azienda capirono che potevano usarmi per gli sceneggiati radio, all’epoca i bambini interpretavano ruoli femminili. Poi ho cominciato a fare interviste, programmi leggeri e di approfondimento. Mi ha cambiato la vita. All’improvviso sono stato catapultato dentro una realtà magica, in mezzo ai tecnici, ai giornalisti, ai taxi che mi venivano a prendere per portarmi dalle persone più importanti d’Israele, attori, giocatori di calcio. Ho lavorato nella radio nazionale israeliana per ventotto anni, fino a che non mi hanno licenziato.

Perché?
Avevo delle visioni politiche sui territori occupati, e sulla legittimità di uno Stato palestinese, diverse dai miei superiori.

Ho letto che proprio in quel periodo hai vinto un premio grazie al quale hai potuto smettere di lavorare, e focalizzarti soltanto sulla scrittura.
Sì, esiste ancora oggi. È un premio che ti permette di scrivere per un anno, senza pensare alle bollette. Lì, a metà anni Ottanta, è iniziata la mia carriera di scrittore a tempo pieno.

Molti dei tuoi libri sono racconti collettivi, voci diverse che alla fine trovano un compromesso, quasi sempre animate dalle migliori intenzioni. In quest’epoca dominata dai social, è ancora possibile trovare una sintesi fra miliardi di individualismi? Si può pensare agli esseri umani come un collettivo omogeneo?
Per me, come scrittore, la sfida più grande è riuscire a trovare il maggior numero di voci possibili. Il mio processo creativo è raccontare la stessa storia da diversi punti di vista. Sono convinto che la nostra vita sia arricchita dalla pluralità delle voci che la descrivono, il che è ciò che rende per qualcuno queste voci minacciose e ansiogene. Per uno scrittore invece è un piacere, è il paradiso. Ognuno di noi ha le sue espressioni simbolo, personalissime, racconta gli stessi aneddoti ricorrenti. È la bellezza del linguaggio. Una delle sfide più grandi che ho incontrato, per esempio, è stata scrivere dal punto di vista di una donna. È impegnativo, devi smettere di resistere alla donna che hai dentro di te. Esiste il bambino dentro di noi, esistono altre anime silenziate, e contemporaneamente noi siamo l’altro di qualcun altro. Quando stavo scrivendo A un cerbiatto somiglia il mio amore, a un certo punto mi sono trovato in difficoltà con Ora, la protagonista. Non riuscivo a scrivere la sua storia. Sull’onda di questa paranoia, mi sono seduto e le ho scritto una lettera: cara Ora, perché sei così? Perché non ti arrendi? Dopo averla scritta mi si è aperto un mondo, ho capito quanto fossi stato stupido. Non era lei che doveva arrendersi a me, ero io che dovevo arrendermi a lei. Da quel punto in poi, dovevo solo levarmi di mezzo e lasciare che la storia andasse avanti.

Come ti sei sentito quando Vedi alla voce: amore è diventato il tuo primo successo planetario?
Mi ha sorpreso un sacco (ride, ndr) e continua a sorprendermi. Ogni volta è lo stesso, mi sembra impossibile che stia succedendo a me.

Qual è la più grande soddisfazione della tua carriera, per ora?
Mmm…

A parte la pubblicazione nei Meridiani, ovvio…
Bè, finire su un Meridiano è qualcosa di cui andare davvero fieri. Mi spiace solo che i miei genitori non siano più qua, sarebbero stati orgogliosissimi. Comunque, penso che la più grande medaglia della mia carriera sia la seconda parte di Vedi alla voce: amore, quella che parla di Bruno Schultz, lo scrittore ebreo…

Il salmone!
Esatto. Quello è il capitolo che è stato meno capito e apprezzato del libro che mi ha reso famoso, ho sentito anche il risentimento del pubblico, ho sopportato domande stupide tipo “perché scrivi così complicato”? Io però ricordo come mi sentivo mentre lo scrivevo, era come se una tempesta mi stesse attraversando, non potevo fare niente per fermarla, dovevo solo farmi da parte, umilmente, e aspettare che finisse, o che si sviluppasse, non lo so. È stato un piacere fisico, sentivo che stavo facendo la cosa giusta.

Ho letto che lavori con lo stesso editor da quarant’anni, dai tempi dei tuoi primi articoli sulle riviste letterarie. È vero?
Sì, il mio adorato Menachem Peri. Ho parlato giusto ieri con lui, sto per finire un altro libro e così… l’ho avvisato di prepararsi. Credo che adesso lo stia leggendo.

Ah…! Di che si tratta? Un romanzo, un saggio?
È la storia di un padre e di un figlio, ma per ora preferisco non dire di più.

Credi che saresti stato uno scrittore se fossi nato da qualche altra parte?
Chi lo sa. È più facile essere uno scrittore in Israele, ci sono così tanti argomenti che aspettano di essere approfonditi. Ogni essere umano che ha più di 75 anni ha avuto a che fare con la Shoah, storie incredibili, gente che cammina intorno a noi con vicende dolorose e drammatiche sul groppone, basta ascoltarli per scoprire filoni narrativi d’oro. Persone che si sono salvate per miracolo. E poi le guerre, i morti. Il mistero di tutte le diaspore e delle persecuzioni contro gli ebrei nella storia. Tutta questa sofferenza. Scrivendo, in un certo senso, cerco di trovare una poesia in questo dramma. In molte nazioni le persone vivono una vita tranquilla, solida, dove magari c’è un problema una volta al decennio. Noi ci portiamo dietro l’enorme peso degli eventi che ci hanno preceduto. A volte mi piacerebbe scrivere una storia semplice, che inizia con la A e finisce con la Z, come quelle che inventano i bambini.

Negli ultimi giorni ho letto una vagonata di tue interviste, e tutte hanno una caratteristica in comune: per metà si parla della tua attività da scrittore, per metà di politica. È una consuetudine che ti piace? Una pigrizia degli intervistatori? Sei un po’ stufo di dover rendere conto a sconosciuti delle azioni del tuo governo?
Eccoti qua che anche tu fai lo stesso…

Giuro, è l’unica domanda politica.
Quando le domande sono un po’ ripetitive capita di annoiarmi, ovviamente. Tuttavia penso di essere fortunato, la maggior parte delle persone che mi intervistano sono interessate a quello che scrivo, hanno letto i libri. Parlare di politica, per me, è meno stimolante. Siamo intrappolati nella stessa situazione, con diverse sfumature, da più di cent’anni, è ormai esasperante, mi sento quasi in dovere di lottare contro i cliché delle discussioni, dei dibattiti politici. È anche una sfida: devi descrivere la situazione, parti con una versione formale di quello che sta accadendo, e presto ti accorgi che c’è una storia dietro alle versioni ufficiali, e se ti immergi in questa storia ti ritrovi in un altro posto, e ci sono milioni di sotto trame… oh, mi sa che sto parlando troppo.

Nell’introduzione al tuo Meridiano viene citata una tua frase: «È possibile far fronte alle contraddizioni quando si ha a che fare con una persona e non con uno stereotipo, un cliché. Si diventa più umani». È una filosofia che ha chance di essere maggioritaria, o tutti questi social media ci spingono inesorabilmente a polarizzarci e a dividere il mondo fra nemici e alleati dei nostri pregiudizi?
Vedi, anche i giornali ormai parlano con questo linguaggio semplificato, non cercano di descrivere il mondo con più sfumature possibili, con diverse dimensioni. È più facile presentare un solo punto di vista sulla realtà. Lo scopo di scrittori e giornalisti non dovrebbe essere di affermarsi, ma di ricrearsi. Ogni relazione corre il rischio di rimanere congelata, stabile, ma in realtà, è molto più facile collaborare, essere dinamici. Se ti concedi di osservare la tua realtà attraverso diversi punti di vista, puoi crescere. Vale per tutti, sposi, genitori, figli, fratelli, insegnanti. Ciascuno si crea un suo linguaggio ufficiale, rassicurante, ma è un errore. La storia che ci raccontiamo sarà sempre parziale. Dovremmo metterci in discussione molto più spesso. Cerchiamo in continuazione rifugi, certezze che si auto dimostrano. Quando scrivo, per me è l’esatto opposto. All’inizio del lavoro mi servono formule statiche, solide, ma dopo un po’ smetti di essere in contatto con la consuetudine, entri in dialogo con le tue paure, con i tuoi desideri. E stai meglio.

Com’è la tua routine di scrittura?
Scrivo ogni volta che posso. Se tu mi mettessi in un frullatore, scriverei lo stesso. Io e mia moglie ci svegliamo molto presto, alle sei meno un quarto, e camminiamo per tre o quattro chilometri. Viviamo in un paese nei sobborghi di Gerusalemme, a dieci minuti di distanza dalla città. Poi torniamo a casa, facciamo colazione e io inizio a lavorare nella mia stanza, o meglio, mi metto a camminare in cerchio. Faccio così da anni, mia moglie dice che lascio scie di fuoco sul tappeto. E scrivo, in continuazione, appena posso. Non mi serve una routine.

È ancora possibile scrivere letteratura con uno sguardo ottimista sul futuro? I libri possono consolarci, o più spesso ci ricordano che la fine è vicina?
Il fatto che stiamo scrivendo, con i tempi che corrono, è già un atto di ottimismo. Questo mondo sta diventando sempre più un contenitore di catastrofi. Di certo, il signor Trump non è l’ultimo dei colpevoli di questo disastro. Credo che Trump rappresenti la maggior parte dei problemi della nostra era. La sua attitudine verso la moralità, la verità, i fatti, è disdicevole. Ha dimostrato che non ci sono sanzioni abbastanza forti contro la violenza. Sono molto scettico e spaventato riguardo a quello che ci aspetta. Credo che siamo solo all’inizio di quello che Trump ci imporrà. È tempo che i giovani inizino a combattere per il loro futuro. La mia generazione ormai è impotente, non possiamo offrire molto, ma i giovani – anche tu, mi spiace dirtelo…

Temo di non essere più così giovane.
Anche tu dovresti fare qualcosa. Se i giovani, con la loro energia, non lottano per il futuro e per i giusti valori diventeranno collaboratori di questo approccio distruttivo, offensivo e razzista. Anzi, peggio di collaboratori, diventeranno delle vittime. Credo che i più giovani abbiano la responsabilità di intervenire. Se non lo fanno, siamo tutti spacciati.

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