Si intitola Dreams on a Pillow ed è stato finanziato grazie a una campagna di crowdfunding a cui hanno contribuito persone da tutto il mondo.
La giuria di un prestigioso premio letterario ha premiato un racconto generato con l’AI senza accorgersi che era chiaramente generato con l’AI
The Serpent in the Grove di Jamir Nazir sarebbe tutta farina del sacco di una AI. E, forse, Jamir Nazir nemmeno esiste davvero.
Nelle prime ore di domenica 17 maggio 2026, un tweet del critico letterario nigeriano Chimezie Chike ha scatenato una delle più grandi shitstorm della storia recente della letteratura. L’accusa è chiara e grave: Jamir Nazir, fresco vincitore del prestigioso Commonwealth Short Story Prize 2026 per la regione dei Caraibi, avrebbe ottenuto questo riconoscimento grazie a un testo interamente generato da un’intelligenza artificiale. Il pezzo in questione, The Serpent in the Grove, pubblicato come da tradizione su Granta, è diventato in poche ore il campo dell’ennesima battaglia tra gli apocalittici e gli integrati dell’AI (una battaglia la cui ultima vittima è stata la Premio Nobel Olga Tokarczuk).
La vicenda è diventata così rilevante perché il Commonwealth Prize, giunto alla sua quattordicesima edizione, non è un premio qualsiasi. È un’istituzione tanto letteraria quanto democratica, gratuita e aperta agli inediti, progettato per dare voce a scrittori economicamente svantaggiati o provenienti da aree geografiche marginalizzate. Sapere che i 7 mila testi in gara sono stati scremati da lettori professionisti e da una giuria internazionale, e che il risultato di questo processo di selezione è un premio assegnato a un Large Language Model (LLM), ha scatenato ovviamente un risentimento feroce.
Una rabbia amplificata dalle successive indagini degli utenti, che hanno portato alla luce il profilo LinkedIn di Nazir, fitto di post da “AI-enthusiast”. Ethan Mollick, un professore della Wharton School che studia gli effetti dell’AI sull’istruzione e sul lavoro, ha sottoposto il racconto di Nazir all’analisi di Pangram, un software che scova testi generati con l’AI con un’accuratezza del 99 per cento. Il risultato dell’analisi di Pangram è stato abbastanza inequivocabile: il 100 per cento di The Serpent in the Grove è farina del sacco di una macchina. Altro indizio scovato dai detective di internet riguarda il mistero che circonda l’identità di Nazir: nessuno sa dove si trovi, nella sua bio si legge che è «uno scrittore trinidadiano di origine indiana, la cui opera esplora le intersezioni culturali tra i Caraibi e la diaspora indiana», ma di questa opera finora nessuno ha mai sentito parlare (di suo si trova soltanto un libro di poesiole asprazionali, disponibile su Amazon). Quattro giorni fa, il Jamaica Observer scriveva che Nazir ha 61 anni. E queste sono le uniche informazioni reperibili su di lui.
Il problema di questa vicenda è che, stando a chi oramai ha sviluppato un certo occhio nel riconoscere la scrittura AI, il trucco di Nazir non era così difficile da vedere. Nel testo con cui ha vinto il premio c’erano tutti i tic tipici delle macchine che si improvvisano scrittrici: la prosa melodrammatica, l’abbondanza di trattini lunghi (em dash), le ripetizioni liriche e il feticcio per le metafore complesse. Ma la storia può anche essere letta da un punto di vista opposto: com’è possibile che una giuria di adddetti ai lavori si sia fatta ingannare. Le risposte, qui, sono diverse. Una è che le AI stanno diventando sempre più brave a imitare gli esseri umani, soprattutto nella scrittura. E quindi per gli esseri umani, in assenza di ausili a loro volta digitali (Pangram, appunto), sta diventando sempre più difficile riconoscere la scrittura non umana. C’è poi un’altra risposta, data su Instagram dallo scrittore Tony Tulathimutte: «Chi ha familiarità con ciò che piace alle giurie dei premi letterari non può certo dirsi sorpreso dall’accaduto».