Il nuovo libro di Olivia Laing è un Mr. Ripley con dentro Fellini e Pasolini

In Specchio d'argento, il secondo romanzo di una delle voci più riconoscibili della non fiction contemporanea, Roma e Cinecittà si trasformano in terre dell’illusione, dove tutti stanno fingendo qualcosa.

12 Novembre 2025

Olivia Laing, una delle voci più riconoscibili della non fiction contemporanea – autrice di libri come Città sola e Viaggio a Eco Spring – è tornata alla narrativa, lasciando momentaneamente la forma del memoir-saggio che l’ha consacrata. The Silver Book, tradotto da Katia Bagnoli e pubblicato in Italia dal Saggiatore con il titolo Specchio d’argento, è il suo secondo romanzo dopo Crudo (2018). Con The Lonely City, Laing aveva indagato la solitudine come condizione creativa, intrecciando la propria esperienza con le vite di artisti come Edward Hopper e David Wojnarowicz. In Specchio d’argento l’atto del creare resta al centro, ma cambia prospettiva: la creazione non è più rifugio o rivelazione, bensì una forza ambigua, capace di generare e distruggere allo stesso tempo. Laing ha raccontato di aver iniziato il romanzo «volendo scrivere qualcosa di simile a Il talento di Mr. Ripley», ma senza trovare la giusta ispirazione. Finché, durante la pandemia, guardando i film di Fellini e Pasolini, ha scoperto un intreccio di persone, collaboratori e storie che scivolavano l’una dentro l’altra. Da lì,  il libro ha preso forma.

Roma, Venezia e il doppio sguardo del cinema

Il romanzo è ambientato tra Venezia e la Roma di Fellini e Pasolini. I protagonisti sono Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini e Danilo Donati – storico costumista e scenografo di entrambi i registi, che diede forma visiva all’immaginario di quegli anni. Attorno a loro ruota un personaggio di fantasia: Nicholas Wade, artista inglese ventiduenne in fuga da Londra per ragioni non del tutto chiare e che custodisce un segreto. Donati, allora quarantottenne, incontra Nicholas a Venezia il 17 settembre 1974. Lo porta con sé a Roma, facendone il suo apprendista e amante. Attraverso la loro relazione, Laing esplora il confine tra desiderio e creazione, tra finzione e verità. Il loro rapporto diventa il luogo dove l’arte si confonde con la vita, e l’immaginazione si fa corpo, gesto, rischio. Specchio d’argento diventa così un romanzo sul prezzo del creare: ogni gesto artistico implica perdita e rischio. Ma anche sul disfare – incarnato da Nicholas – la forza che mette in crisi l’artista e l’opera.

Roma e Cinecittà si trasformano in terre dell’illusione, dove tutti – registi, amanti, artisti – stanno fingendo qualcosa. Donati, in quel periodo, lavora contemporaneamente a due film straordinari: Casanova di Fellini, specchio del dubbio su ciò che resta del desiderio; e Salò di Pasolini, cinema politico e ammonitore, che racconta il sadismo del potere e le conseguenze della complicità. La narrazione esalta anche la distanza tra la vivacità brutale di Fellini e la calma ipnotica e gentile di Pasolini. L’urgenza del fare – il bisogno di creare, anche nel caos – è il cuore pulsante del romanzo. In filigrana si potrebbe cogliere una riflessione sul presente: su come gli artisti, oggi, navigano l’ambiguità, l’incertezza, l’unmaking del proprio posto nel mondo.

Scrivere come in trance: la stesura medianica

Oltre a restituire un ritratto dell’industria cinematografica italiana degli anni Settanta, Laing racconta la crisi sociopolitica del Paese alla vigilia degli Anni di Piombo, culminata nell’omicidio di Pasolini, che l’autrice riscrive con elementi di fantasia. È un realismo intriso di immaginazione: il risultato di un intenso lavoro d’archivio, di ricerca, ma anche di vissuto. Laing ha infatti trascorso un mese e mezzo a Roma durante la stesura, «rubando qua e là, facendo la spia», come lei stessa ha raccontato.

Con la stessa urgenza creativa che ne costituisce il fulcro, è nato il libro, in appena due mesi e mezzo, in modo quasi medianico, ha raccontato Laing: «C’è stato molto meno controllo rispetto al solito. Il libro si è quasi scritto da solo». Una scrittura dettata da una sorta di possessione letteraria, dovuta alla «radioattività» del materiale. Tutto è al presente, come se il lettore stesse guardando un film che accade davanti ai suoi occhi. Laing agisce come un medium che dà voce ai personaggi – tutti maschili – e al flusso collettivo di emozioni di quell’epoca.

Pasolini, cinquant’anni dopo

The Silver Book arriva esattamente a cinquant’anni dalla morte di Pasolini. Non è un caso. Il romanzo si confronta apertamente con il suo omicidio, riscrivendolo in modo parzialmente diverso, con un elemento di finzione che Laing ha scelto di non rivelare. Il risultato è un testo che, pur ambientato nel passato, parla con forza al presente: alla fragilità dell’identità, al rischio della creazione, al potere magnetico e distruttivo dell’arte. Con questo romanzo per la prima volta Laing entra nel territorio del noir mescolando biografia e immaginazione, artificio e verità, ricostruzione storica e tensione erotica.

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