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17:32 giovedì 18 giugno 2026
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.
Un videogioco in cui si gioca a nascondino ha venduto tre milioni di copie in appena una settimana Si intitola Meccha Chameleon e, oltre ad aver venduto tre milioni di copie, è diventato popolarissimo anche su TikTok, Twitch e YouTube.
Ormai gli affitti a New York sono così alti che diverse donne, pur di non lasciare la città, stanno andando a vivere in convento con le suore D'altronde, in una città in cui l'affitto medio è di 3600 dollari, se non ci si affida alla Divina Provvidenza è difficile davvero sopravvivere.
In Corea del Sud sono sempre più diffusi i “siti dopaminici”, cioè siti in cui fingi di comprare cose solo per far provare al cervello il piacere dell’acquisto Siti in cui si ordina cibo da ristoranti inesistenti o vestiti da negozi inventati. Tutto per avere quella scarica dopaminica senza spendere soldi.
In Antartide non ha mai fatto tanto caldo come nell’ultimo mese e gli scienziati dicono che la situazione ormai è «assolutamente pazzesca» Ci sono due gradi in più del precedente massimo registrato. La neve che copre il terreno si scioglie. In cima ai ghiacciai piove invece di nevicare.
La FIFA vuole coprire tutti i loghi dei brand con cui non ha accordi commerciali negli stadi del Mondiale, ma di questi loghi ce ne sono troppi e non ci sta riuscendo E dove ci è riuscita ha ottenuto un discreto effetto comico, come nel caso del telo bianco messo a coprire il logo Levi's al Levi’s Stadium di Santa Clara.
Nel loro concerto a Bologna i Kneecap hanno fatto salire sul palco Jose Nivoi del Calp per parlare del blocco con cui i portuali vogliono fermare le armi dirette in Israele Il sindacalista e attivista del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali ha anche annunciato un grande sciopero internazionale per ottobre, «a sostegno del popolo palestinese. A sostegno del popolo libanese. A sostegno di Cuba. Contro gli oppressori e contro gli imperialisti».

Gli Oasis e la storia

Esce nelle sale italiane Supersonic, il documentario che racconta i fratelli Gallagher, occasione per un bilancio: cosa hanno rappresentato e perché sono stati importanti?

07 Novembre 2016

A un certo punto per molti snob l’espressione “operazione nostalgica” è diventata sinonimo di malafede, un modo facile per fare soldi toccando corde sensibili. Come se qualunque tipo di pubblicazione non fosse a tutti gli effetti una mossa di mercato con lo stesso fine. Il documentario Oasis: Supersonic – che ha alle spalle gli stessi produttori del documentario premio Oscar Amy – è a tutti gli effetti un’operazione nostalgica dal successo garantito, considerando il gran numero di fan che vanta la band in giro per il mondo ancora oggi, ma non per questo risulta un prodotto a misura esclusiva di patito. L’enorme quantità di immagini di repertorio e la narrazione circoscritta ai fatti avvenuti nel cuore degli anni Novanta, lo rendono un documentario valido e interessante anche solo per puro spirito storiografico, e soprattutto è un’occasione per tracciare un’analisi panoramica lucida e a posteriori su un periodo storico ormai lontano vent’anni, attraverso il fenomeno culturale e mediatico che hanno rappresentato i fratelli Gallagher, non solo all’interno del Britpop, ma in senso più ampio negli anni del post-thatcherismo.

supersonic

Musicalmente gli Oasis ereditano il lascito degli Stone Roses, della new wave e del post punk, basta ascoltare i primissimi demo tape per accorgersi che le sonorità stanno tutte lì. Solo in un secondo momento sono arrivati gli accostamenti ai Beatles e via discorrendo, ma si tratta più che altro di una forzatura gonfiata dai magazine e desiderata ardentemente dagli Oasis, tuttavia i desideri non bastano e i paragoni da un punto di vista musicale lasciano il tempo che trovano. Al contrario il parallelo regge con gli altri decenni gloriosi del rock’n’roll britannico, per quanto riguarda il coinvolgimento delle folle e la formazione di una scena, perché assieme a gruppi come Suede, Blur, The Verve, Supergrass e se proprio vogliamo metterceli, a modo loro, anche i Radiohead, gli Oasis hanno cavalcato in primissima fila l’onda del Britpop, che sintetizza sotto il vessillo della Union Jack un calderone immenso che ha dentro tutti i riferimenti culturali d’Oltremanica e ovviamente prende a piene mani anche da quanto accaduto nei dischi di chi è venuto prima.

È ancora più importante il contesto sociale in cui si formano gli Oasis: la grigia Manchester industriale del liberismo e delle controculture, da una parte i rave e l’acid house e dall’altra il synthpop e la shoegaze, durante gli anni d’oro della cosiddetta Madchester. Questa è una delle caratteristiche peculiari degli Oasis, la periferia e la working class, che hanno delle tipicità impossibili da riprodurre altrove, ed è per questo che in Italia, per quanto si sia tentato, è sempre stato ridicolo cercare di importare forzatamente quel tipo di marchio di fabbrica, che soprattutto negli anni Zero è sfociato in un coacervo imbarazzante che si può ridurre a dei tizi che si fanno i capelli come Liam Gallagher e bevono birra al pub: niente di più stupido.

L’ultimo decennio del Novecento, con tutte le sue contraddizioni e assurdità, ha permesso che due fratelli arroganti e fondamentalmente mediocri potessero diventare le ultime grandi rockstar, rendendo il Britpop a sua volta l’ultimo movimento globale della storia del rock. In questo gli Oasis sono stati perfetti, hanno combinato grandi canzoni pop a un’estetica efficace, accordi semplici in barrè, qualche plagio e qualche appropriazione indebita nei riferimenti culturali e, come dice nel documentario Liam Gallagher: «Eravamo sopravvissuti per poter combattere un altro giorno ancora», non hanno lasciato trascorrere un solo giorno senza combattere per arrivare al vertice. È lo stesso Noel Gallagher a confermarlo: «Presi singolarmente non potevamo dire di essere i migliori in quello che facevamo, ma gli Oasis insieme erano una forza della natura». Non c’è niente di più vero. L’equilibrio perfetto creato da un numero di ingredienti mischiati quasi a caso ha generato un capolavoro inattaccabile quantomeno dal punto di vista dell’efficacia, dove per efficacia si intende: capacità di essere i protagonisti. Si può discutere per ore di tutto il resto, ma sarebbe sostanzialmente inutile e nessuno vuole costringervi a comprare i dischi degli Oasis, non ci guadagno niente e non mi considero un loro fan. I gossip, le prime pagine dei giornali, i tabloid inglesi, Mtv e le domande idiote dei vj, le classifiche, le rivalità, le interviste da strafatti, facevano parte di un gioco che i fratelli Gallagher nei ’90 hanno vinto creando e cavalcando un’attitudine fintanto che è durata, per poi lasciare spazio a una lenta decadenza loro e di tutto quel mondo attorno, all’inizio del nuovo millennio, fino alla sua sostanziale morte di oggi.

(FILES) Members of the British rock band

Durante la costruzione di un’immagine da copertina, la band di Manchester ha mantenuto costantemente un’autenticità di fondo: le risse, le droghe, le liti, gli scioglimenti, le scenette sul palco, il Manchester City, il loro dialetto incomprensibile. Per non parlare dell’amore e odio fraterno che i due hanno sviscerato e messo su piazza. È inevitabile che lo spettacolo sia garantito quando due scarti della società all’apice del successo salgono sul palco di fronte a folle immense, con una felpa dell’Umbro di un paio di taglie più grandi e una birra. Per quanto si possa cercare di dimostrare il contrario riempiendolo di significati che non gli appartengono, che piaccia o meno, il rock pop non è e non deve essere nient’altro che questo: spettacolo.

Spettacolo e iconografia. La sagoma di Liam Gallagher nella sua posa classica al microfono, il tamburello per sbattere in faccia a tutti di essere lì pur non sapendo fare un bel niente, la camminata insolente e lo sguardo spaesato verso la folla, che cambia un attimo prima che venga tirata fuori quella voce grezza e del tutto priva di una tecnica studiata, a volte roca, a volte stonata, a volte nasale, nei momenti migliori solo puro istinto sublime, la giugulare che si gonfia e la bocca spalancata a far vedere le carie e la faringe mentre si consuma. Tutto ciò è pura e semplice iconografia. I media non desiderano niente di meglio, soprattutto quelli inglesi, perciò fa parte del gioco anche spedire nell’albergo dove alloggiano i due Gallagher in tour, il padre che non vedono dall’ultima volta che ha picchiato la madre quando erano ragazzini. Una strana versione di “Carramba che sorpresa” che rischiava di finire con una hall messa sottosopra e chissà quanti nasi rotti.  Benzina sul fuoco per il pubblico che ti adora e adora anche tutto quello che va oltre alla musica e le ballate tipiche degli Oasis, i riff, i bridge e i ritornelli, molti dei quali che se è vero che rimarranno nella storia non per questo potranno mai essere considerati innovativi o di rottura. Ogni gesto, intervista o dichiarazione dei Gallagher al di fuori del palco non è mai stata priva di conseguenze mediatiche, e anche questo tipo di irriverenza non è mai cambiata col successo, che si tratti di un tifoso qualsiasi della squadra avversaria o di Damon Albarn, non fa differenza.

"Supersonic" Oasis Documentary - Special Screening - Red Carpet Arrivals

Insomma, un po’ di nostalgia non è necessariamente un male, soprattutto se i tempi sono cambiati così radicalmente da non rendere possibile alcun revival sguaiato, perché quello che è accaduto è irripetibile e fa ormai parte del passato e della storia, che è bella perché si può ripercorrere, analizzare e interpretare, proprio perché non si può tornare giovani e invincibili. L’importanza degli Oasis è un dato di fatto. Non è solo una questione di numeri (se fosse così, sarebbe comunque un dato di fatto), né esclusivamente di musica (se fosse così Definitely Maybe e (What’s the story) Morning glory? sarebbero semplicemente dei dischi perfetti nel loro genere), né si tratta solo di pose, bei tagli di capelli, occhiali strani e sigarette tra le dita. Si tratta di aver lasciato un segno profondo da qualche parte e in qualche modo e come tutte le cicatrici, è sempre un bene tenerle a mente, per orientarsi meglio e capire quello che succede o che succederà, anche con un po’ di nostalgia.

Immagini Getty Images.
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