Attualità

I film e le serie per bambini che guardano anche gli adulti

Sta per uscire la seconda stagione di Una serie di sfortunati eventi. È solo l'ultimo esempio di una nuova tendenza di Netflix (e del cinema).

di Arianna Giorgia Bonazzi

A Series of Unfortunate Events

Non si sa se lo facciamo per affetto o per infantilismo; ma siamo una generazione di genitori che va al cinema coi figli a vedere Wonder e Coco, ascolta Ghali e lo Stato Sociale insieme a loro, li porta al concerto di Jovanotti, si scambia i libri di Harry Potter coi bambini di nove anni. Io non credo che sia per l’ossessione di stare addosso ai ragazzini, ma perché veramente abbiamo i loro stessi gusti. Cioè, non abbiamo abdicato al cervello a forza di festicciole in ludoteca: noi godiamo per davvero con Hunger Games e Sfera Ebbasta. E d’altra parte, è un po’ la base del successo dei film per famiglie, da E.T. alla Pixar, e dei libri cross-over, che dal 2000 hanno trasformato il mercato editoriale per l’infanzia in quello più redditizio del settore.

Forse, solo la televisione era rimasta un luogo di barricate, coi piccoli a fare zapping dal 40 al 47, tra cartoni digitali di una bruttezza e demenzialità incomprensibili, e noi ad aspettare di narcotizzarli per poter finalmente guardare Il trono di spade. Oggi, Netflix ha cambiato anche le regole di questo gioco, trasformando noi e i nostri figli in un unico pubblico informe, assetato di trapper, saghe più o meno fantasy e serie di super-qualità.

Il fenomeno, per me, è iniziato in tempi non sospetti, nel 2016, quando ancora Netflix non aveva pianificato un’offerta che sfruttasse il lato immaturo dei genitori Xennials. Esauriti i giochi da tavolo e bandite le consolle, ho iniziato a cercare le serie animate giapponesi su Netflix: è vero, si trattava di prodotti più adatti a genitori accompagnati da teen che da mocciosi. Ma ho sperato che potessero andare anche per degli ottenni, e così le nostre droghe sono diventate Hano Hana e Sword Art Online. Ero soddisfatta: era da molto che non trovavo complessità e delicatezza in un prodotto televisivo per ragazzi.

Nel primo show, una ragazza morta prematuramente tornava, sotto forma di fantasma insieme candido e sexy, a popolare le vite dei suoi amici d’infanzia pubescenti, facendoli innamorate e chiedendo loro di restare uniti per organizzarle un’ultima festa d’addio a base di fuochi d’artificio. In SAO, invece, un gruppo di amici è intrappolato in una sorta di Second Life, perché il progettatore impedisce loro di “risvegliarsi” dal videogioco prima di aver passato determinati (e meravigliosi) livelli. La cosa per noi è diventata una specie di mania, e abbiamo poi acquistato i fumetti e visto il film al cinema, negli unici due giorni di proiezione: l’ho trovata insieme una bella educazione estetica, oltre che un buon compromesso tra esigenze diverse.

Credo che Netflix abbia imboccato con più decisione il filone young adult un anno fa, con Una serie di sfortunati eventi, versione a puntate degli omonimi romanzi di Lemony Snicket (alias Daniel Handler), usciti nei primi anni del 2000, e dell’omonimo film con Jim Carrey, Jude Law e Meryl Streep. Non solo da ragazza avevo collezionato i libri e comprato il dvd, ma oggi me lo riproponevano con Barney Stinson di How I met your mother al posto di Jim Carrey, nei panni del cattivo! E con la mitica Robin Scherbatsky, sempre di HIMYM, peraltro nella stessa veste di misteriosa mamma/non mamma. La storia era la solita degli orfani perseguitati dal tutore avido, ma il prodotto si presentava di grande qualità sin dai titoli di testa, con un cast studiato per ammiccare agli adulti, ambientazione meravigliosamente steampunk, costumi e scenografie degne di Tim Burton, puntate da un’ora abbondante.

E in più, rispetto alla versione cinematografica, la promessa di coprire tutti i nove tomi della saga nel giro di tre stagioni, occupando un sacco di pomeriggi piovosi coi bambini, che già sbavavano all’invito della sigla di apertura: non guardare, non guardare, questo show rovinerebbe la tua vita notte e giorno… nient’altro che disagio e orrore incontrerai. Per di più, il testo, cantato proprio da Neil Patrick Harris, cambia un po’ ogni volta, inglobando la sigla nella narrazione e abolendo la pratica bulimica di saltarla a piè pari. La seconda stagione verrà pubblicata il 30 marzo, e i miei figli si sono segnati la data a penna sul calendario, coprendo un appuntamento preso a matita con l’odontoiatra, che a questo punto credo sposterò per l’occasione.

Qualcosa di simile ci è capitato con Chiamatemi Anna, che Netflix l’anno scorso ha comprato alla tv canadese: un adattamento del romanzo del 1908 Anne of Green Gables, cioè Anna dai capelli rossi. La trama è ancora quella dell’orfana bistrattata, ma la fotografia è pazzesca, e il tema è di grande attualità: a un’anziana coppia di fattori viene data in adozione per sbaglio una femmina anziché un maschio. Ma perché, sbotta Anna nell’episodio 1, una ragazza non può fare esattamente le stesse cose di un maschio, in fattoria? A me piace molto di più mungere le mucche che fare la calzetta.

Insomma, ormai eravamo dentro fino al collo nella nuova pratica del binge di famiglia, e ci siamo appassionati con lieve ritardo a Troll Hunters, il riuscitissimo tentativo di Guillermo del Toro di contagiare una nuova generazione di spettatori con la sua passione per i mostri: ci siamo gustati la seconda stagione nel magico momento in cui La forma dell’acqua era candidato agli Oscar, per cui nel sedermi sul divano coi bambini alle 6 p.m. non avvertivo più il minimo senso di colpa: non era solo un cartone su un ragazzino che trovava un amuleto magico, e scopriva una città sotto la sua città abitata da troll che lui doveva difendere… Era molto di più: un anello evolutivo tra il mostro del Labirinto del Fauno e quello dell’attesissimo film in uscita; la versione disegnata di quei meravigliosi esseri squamati e verdognoli che avrebbero popolato i nostri sogni dopo il Tritone mangia-uova del premio Oscar.

Oggi, entro nel profilo Netflix di mio figlio e vedo che esiste proprio una striscia (del tipo di quelle “i più visti”, “film tratti da libri”, “scelti per te”) che si chiama “tv da guardare insieme alla famiglia:” non più solo reality sul cibo o simil-ninja-warriors. Guardo il trailer di Haters back off, la storia di una youtuber imbranata con pochissime views, e di Wolf Blood, sull’adolescenza di una piccola licantropa. C’è anche una produzione Mediaset per Netflix Italia: Tutta colpa di Einstein, una serie di documentari dove Annalisa, la cantante, va a visitare il CERN di Ginevra e lo racconta ai bambini.

Cosa chiediamo di più, di poter guardare uno show ben fatto, anche a ora di cena, coi bambini che non solo ci lasciano liberi di rilassarci davanti a una serie, ma ne traggono motivo di complicità coi genitori? Finalmente, Netflix ci ha fornito l’ultima scusa morale per continuare a consumare gli stessi prodotti culturali dei ragazzini, ma con la foglia di fico di una qualità certificata.

 

Immagini da Una serie di sfortunati eventi (Netflix)

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