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A Cannes vince sempre Neon

Con Anora di Sean Baker la casa di produzione americana ha vinto la quinta Palma d'oro consecutiva, e ora punta a strappare la corona di regina del cinema indie ad A24.

di Studio
27 Maggio 2024

La Palma d’oro vinta da Anora di Sean Baker ha sorpreso tutti, tranne quelli che sapevano che i diritti per la distribuzione del film in America del Nord erano stati acquisiti da Neon. È una questione di precedenti, molteplici e consecutivi: nelle ultime cinque edizioni del Festival di Cannes, Neon è sempre riuscita a mettere il suo logo nei titoli di testa dei film che hanno vinto la Palma d’oro. Se indovinare una volta può essere considerata fortuna, due volte intuito, tre volte talento, alla quinta volta (consecutiva) bisogna riconoscere il metodo. Il co-fondatore e amministratore delegato di Neon si chiama Tom Quinn e fino al settembre del 2019 nessuno nell’industria cinematografica americana aveva idea di chi fosse. Nel settembre del 2019, però, Tom Quinn era in prima fila alla premiere americana di Parasite, proiettato per la prima volta negli Stati Uniti durante il Telluride Film Festival. Quel posto in prima fila Quinn lo aveva “comprato” rischiando una discreta parte del capitale dell’azienda – Neon, appunto – che aveva fondato nel 2017, scommettendo su un film il cui successo nessuno in quel momento avrebbe mai potuto prevedere.

Neanche due mesi dopo la prima a Telluride, Nicole Sperling scriveva sul New York Times che “Parasite Has Shocked the Box Office, Helped by an Upstart Studio“. La parola “upstart” non ha una traduzione esatta in italiano, ma una delle possibili perifrasi che restituiscono il suo significato è “ultimo arrivato”. A Quinn questo aggettivo non è mai piaciuto granché: era presente – non in prima né tra le prime file – anche alla proiezione di Parasite al Festival di Cannes, e mentre tutti si spellavano le mani in una standing ovation lunga otto e passa minuti, lui già sapeva tutto, già aveva capito tutto. Se io sono l’ultimo arrivato, gli altri che cosa sono, dirà poi Quinn ricordando la serata che ha cambiato la vita sua e la storia del cinema mondiale. Per noi, Parasite è diventato quello che sappiamo; per Quinn è diventato invece il film che ha cambiato gli aggettivi che venivano attaccati al suo nome e alla sua azienda: da “upstart” Neon divenne velocissimamente “the Oscar-maker Studio“, affiancata a storie di successo del presente (A24) e del passato (Miramax).

Ovviamente, Quinn voleva dimostrare subito che la sua non era stata la fortuna del principiante ma il metodo del professionista (e dire che era stato il primo a riconoscere il talento da attrice protagonista di Margot Robbie: Tonya è stato il primo film brandizzato Neon). La luce del successo di Parasite si è subito riflessa su di lui, illuminando un mestierante del cinema – inteso nella migliore accezione possibile della parola: quando lavorava per Magnolia Pictures aveva portato in America The Host e Madre di Bong, e poi aveva impedito che Snowpiercer venisse tagliuzzato da quelli convinti che il pubblico occidentale non lo avrebbe capito – fino a quel momento sottovalutato dall’industria per ragioni misteriose. Si scoprì che aveva lavorato a lungo con Weinstein quando Weinstein era il produttore che stava riscrivendo gli usi e costumi del cinema americano. Si venne a sapere che era un cinefilo onnivoro che passava giornate intere a guardare film provenienti da tutto il mondo, e che è stato uno dei primi americani a vedere all’orizzonte l’onda della Hallyu sudcoreana. Nei numerosi profili di Quinn che sono stati scritti da Parasite in poi, viene sempre raccontato un aneddoto: era talmente sicuro della grandezza di Bong Joon-ho che quando seppe che il regista aveva appena iniziato a lavorare sul film che sarebbe diventato Parasite, Quinn fece immediatamente sapere che il film in America lo avrebbe portato lui. Comprò i diritti di distribuzione del film senza saperne nulla, ambientazione, storia, cast, costi: «Comprai a scatola chiusa. Ero disposto a rischiare la bancarotta pur di distribuire quel film». Su Parasite aveva investito una considerevole somma quando Bong aveva a malapena una sceneggiatura da mandare ai produttori e distributori per convincerli all’investimento. Quinn fu il primo a farlo, quell’investimento, subito dopo aver avuto per vie traverse una copia della sceneggiatura. Era il 2018 e di Parasite non si sapeva nemmeno se alla fine sarebbe diventato davvero un film. Ma Quinn dice che già all’epoca si immaginava di festeggiare la vittoria dell’Oscar assieme a Bong, nel loro barbecue coreano preferito a SoHo, New York (come poi è successo: alla festa era presente anche Céline Sciamma).

Questa ostinazione, questa propensione al rischio, questa spregiudicatezza radicale sono diventate poi il metodo Neon. E non ci sono voluti anni, nemmeno: nello stesso anno in cui ha portato negli Stati Uniti Parasite, Neon ha scommesso su Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma. Scommesso rilanciando, tra l’altro: di questo film Neon non è stata solo distributore ma anche produttore. Da quell’anno mirabile, il 2019, la striscia di Neon non ha conosciuto interruzioni (al massimo alterni successi). Nemmeno la devastante crisi del settore causata dalla pandemia è riuscita a scalfire le convinzioni di Quinn e cambiare la missione di Neon. Anzi, pure la pandemia è diventata occasione per un altro rilancio: nel 2021 a Quinn arriva la voce che Julia Ducournau – che all’epoca aveva in curriculum un solo lungometraggio, Raw, sufficiente però a farsi la fama di regista con la quale era difficilissimo lavorare – stava lavorando a un nuovo film e decide di fare la stessa cosa che aveva fatto con Parasite. Investe nel film quando Ducournau non ha nemmeno finito di definirne il soggetto, e figuriamoci se a quel punto la regista si immaginava che con Titane avrebbe vinto la Palma d’oro. Quinn probabilmente sapeva: «In Julia ho visto una persona che avrebbe contribuito a portare il cinema in un nuovo mondo», ha detto a chi gli chiedeva come aveva fatto a indovinare la seconda Palma d’oro consecutiva.

Nel frattempo di Palme d’oro ne sono arrivate altre tre: Triangle of Sadness, Anatomia di una caduta e adesso Anora. E poi ci sono state una dozzina di candidature e cinque vittorie agli Oscar, e statuette di varia forma e peso collezionate nei festival di tutto il mondo. Tra produzioni e distribuzioni, Neon ha costruito un catalogo di oltre cento film (solo per citarne una manciata presa tra i più noti e amati: Palm SpringsSpencerThe Worst Person in the WorldAll the Beauty and the BloodshedFerrari) tra fiction e documentari. Quinn è sempre rimasto fedelissimo alla sua linea, e cioè: arrivare prima di tutti e fare lo stretto indispensabile. Gli addetti ai lavori sanno che il metodo Neon funziona perché si basa sulla distribuzione limitata: il giusto numero di sale raggiunte (e quindi spese contenute, sia per distribuire che per promuovere), nei quartieri giusti, per il pubblico giusto, limiti autoimposti che hanno permesso a questa azienda che conta soltanto 55 dipendenti di competere con piccoli giganti come A24 – che ha tre volte i dipendenti di Neon – e con i giganti veri e propri di Hollywood.

Pubblico giusto, vale a dire per giovani e giovanissimi soprattutto, obiettivi demografici che hanno reso le campagne di marketing di Neon dei veri e propri case study. Se siete addentro a #FilmTok sapete che poche cose hanno acceso l’immaginazione del pubblico come la campagna di marketing di Longlegs, film prodotto e distribuito da Neon, diretto da Oz Perkins (sì, è il figlio di Anthony) e con protagonista Nicolas Cage. Tra trailer che non sono trailer, foto che nascondo indizi scovabili solo per chi è avvezzo alla modifica delle immagini, e un protagonista – Cage – che non compare in nessuno dei materiali promozionali fin qui distribuiti, Longlegs è il caso più unico che raro di un film di cui tutti gli appassionati sanno senza però saperne nulla.

Anora è dunque la conferma del metodo Neon/Quinn, che anche stavolta ha acquisito i diritti di distribuzione del film assai prima della premiere di Cannes. Ed è anche la conferma del fatto che nel cinema indipendente americano stanno succedendo altre cose oltre ad A24 (che, ci mancherebbe, ha giustamente preso sempre più spazio nel dibattito cinematografico di questi anni, occupandolo del tutto da Everything Everywhere All at Once). Il paragone tra A24 e Neon è sempre più frequente, tra l’altro. La prima ha il doppio degli anni della seconda, e la seconda vanta una striscia di successi assai più corta di quella detenuta dalla prima (per il momento). Soprattutto, a Neon manca la coolness che ha fatto di A24 un brand vero e proprio, il fascino che ogni giorno fa spendere a migliaia di persone centinaia di dollari in oggettistica varia ed eventuale targata A24. Quinn detesta il paragone con A24, e ogni volta che qualcuno gli chiede cosa può fare la sua azienda per superare la competizione, lui risponde piccato che «sicuramente non ci metteremo a vendere candele profumate da 50 dollari l’una» (è un riferimento abbastanza diretto alle A24 x Joya Genre Candles disponibili nello store online A24, unica imprecisione: costano 48 dollari, non 50). C’è da dire, però, che dopo la Palma d’oro vinta da Anora, il modo in cui Neon viene raccontata è finalmente cambiato e le definizioni usate per descriverla finalmente piacciono anche a Quinn. Fin qui ce n’è una che è nettamente la sua preferita: “Palm d’or Whisperer”, così hanno preso a chiamarlo in America.

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