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Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.
Il Segretario della Guerra Pete Hegseth si rifiuta di ammettere di aver citato Pulp Fiction in una preghiera per i soldati americani in Iran, nonostante la sua preghiera fosse identica al monologo “Ezechiele 25:17” di Pulp Fiction E nonostante il fatto che tutti si siano accorti subito che stava citando il monologo "Ezechiele 25:17" di Pulp Fiction. Anche perché l'unica altra spiegazione possibile è che Hegseth non conosca i versetti della Bibbia che cita.
La coppia formata da Cameron Winter e Olivia Rodrigo è un enigma che nemmeno i social riescono a risolvere Cosa unisce la principessa del pop gen alpha con il cantante dei Geese? In attesa di capire se facciano davvero coppia, internet non sembra farsene una ragione.
Lana Del Rey ha fatto una canzone per 007 ma non tutti hanno capito che si tratta del videogioco e non del film Molti sono ancora confusi da "First Light": la canzone più bondiana di Lana Del Rey, che sembra la intro di un film di 007 ma un film non ce l'ha.
Le persone che si sono accaparrate i biglietti per le prime proiezioni di Dune 3 li stanno rivendendo su eBay a migliaia di dollari Su eBay si trovano biglietti per gli spettacoli in IMAX venduti al 1500 per cento del prezzo originale.
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.

Nathan Devers, l’inferno è il metaverso

Intervista all'autore di Antimondo, appena uscito in Italia per Edizioni E/O, un romanzo che mescola filosofia e fantascienza per raccontare un mondo conquistato da Big Tech.

14 Aprile 2023

Nathan Devers ha venticinque anni, insegna filosofia all’università e si ricorda, anche se «vagamente», mi dice, il mondo prima della rivoluzione tecnologica e dell’onnipresenza dei social media. Mentre questo ricordo pian piano sbiadisce, durante la pandemia, in mezzo ai lockdown, esso viene sostituito dall’immagine via via sempre più definita di un mondo nuovo basato sulle liens artificiels (il titolo originale del libro), i collegamenti artificiali che formano l’utopia-incubo del metaverso in cui è ambientato il suo romanzo, l’Antimondo (parola scelta da E/O come titolo per l’edizione italiana del romanzo). Sottolineandomi spesso l’ironia di due persone che si ritrovano a parlare male della rivoluzione tecnologica via Zoom, ho intervistato Devers: abbiamo parlato di lockdown, della megalomania del tech mogul, del metaverso come paradiso artificiale e di quanto sia difficile oggi comprare casa, a Milano come a Parigi.

ⓢ Ho letto un’intervista in cui dicevi che questo romanzo è figlio della pandemia. Dov’eri durante i primi lockdown?
Durante la pandemia ero a Parigi. La mia ragazza aveva deciso di passare un fine settimana con i suoi genitori, un fine settimana diventato poi due mesi. E quindi sono rimasto solo nel mio appartamento di Parigi. Per me non è stata un’esperienza così difficile: alla fine, il tempo che si passa a scrivere un libro non è così diverso dal tempo che abbiamo passato in quarantena. Ma, allo stesso tempo, ovviamente, ero molto spaventato dalla situazione mondiale. Soprattutto perché, quando parlavo con amici e conoscenti, avevo la sensazione che fossero contenti della loro condizione. Era come se si sentissero coccolati: la possibilità di stare a casa, di prendersi cura di se stessi, di non preoccuparsi del mondo fuori. Questa parte di quell’esperienza per me era un incubo. Ho cominciato a immaginare quindi un mondo dominato dal progetto tecnologico, economico, persino civile di raggiungere un altro mondo senza muoversi da casa: il metaverso, appunto.

ⓢ Sentirsi coccolati non sarebbe stato possibile senza i social media. Hanno contribuito a rendere comodo quel momento, a trasformare quelle circostanze quasi in una fantasia escapista.
Io non credo che la pandemia, i lockdown siano stati un’esperienza di solitudine. All’inizio pensavo che stare chiuso in casa mi avrebbe fatto sentire solo. Ma in realtà è successo il contrario: c’è stata un’esplosione, persino una saturazione di connessioni. La cosa che trovavo paradossale di quei giorni era che pensavo a come il lockdown fosse l’esperienza che riuniva tutti i progressi che abbiamo fatto dall’inizio dell’ultima rivoluzione tecnologica e, in sostanza, della globalizzazione. Ma il paradosso era che al punto di arrivo della globalizzazione abbiamo scoperto di poter fare a meno del mondo fisico. Il mondo diventa lo scarto della globalizzazione. Quello che hai detto sulla comodità: sono assolutamente d’accordo. Il mio libro è, in sostanza, un libro contro il concetto di comodità. Il reale e il mondo esistono contro di me. Lo scopo delle cose reali, delle cose del mondo non è di servirmi. Le persone non esistono per darmi ragione. Il romanzo, d’altronde, nasce così, qui, nella distanza che separa l’individuo dal mondo. È la teoria di Georg Lukács. E nel mio, di romanzo, ho cercato di descrivere proprio questo momento paradossale della storia dell’umanità.

ⓢ Adrian Sterner, uno dei protagonisti del tuo romanzo, è evidentemente ispirato ai tech mogul della Silicon Valley. Cosa pensi di queste figure-simbolo del capitalismo tecnologico?
Quando ho immaginato il personaggio di Adrian ovviamente le mie fonti d’ispirazione sono state Mark Zuckerberg, Elon Musk, Steve Jobs, Bill Gates. Ho letto le loro biografie. Piano piano, mi sono convinto che se vogliamo capire queste persone la chiave interpretative migliore non è quella economica né del potere. Quindi, immaginando il romanzo, ho pensato che una buona chiave di lettura potesse essere quella religiosa, spirituale. I progetti di queste persone sono progetti religiosi. Facebook: liberare le connessioni umane dal limite della distanza geografica. È il sogno di sant’Agostino, la creazione della città di Dio. Twitter: creare l’agorà perfetta, dove ogni cittadino-user può tenere il suo discorso-dibattito pubblico. Instagram: costruire il più grande museo della storia, dove ognuno ha la sua galleria personale. E il metaverso: creare un mondo nuovo, quindi mettersi al posto di Dio. Queste persone credono nella religione della tecnologia. Liel Leibovitz, un filosofo americano, ci ha scritto un libro che si intitola God in the Machine. Credo sia proprio questo. Non credono nel Dio delle religioni semitiche, le loro divinità sono la riconfigurazione tecnologica del mondo. E loro stessi.

ⓢ Profeti più che businessman.
Si comportano come profeti. Vogliono superare tutti i limiti imposti dalla finitezza umana. Abbiamo parlato del metaverso, ma pensa anche a Neuralink, per esempio, o all’esplorazione di Marte. Il loro obiettivo è creare un “uomo aumentato”. Penso che tutta l’umanità, oggi, sia parte di questa religione. Non si tratta soltanto di venerare Dio o di praticare la spiritualità. Si tratta del significato originale della religione: creare collegamenti tra le persone. In questo momento io e te stiamo criticando la tecnologia, i social media, usando Zoom. Quindi sì, siamo tutti parte di questa religione.

ⓢ Non credi che il metaverso sia invecchiato male e in fretta? Due anni fa era la frontiera tecnologica. Ora persino Meta lo ha messo in secondo piano, dando la priorità all’AI.
Il Metaverso è un progetto mastodontico, complesso. È completamente diverso dalle idee che lo hanno preceduto. Prendi Facebook: quando era ragazzino, mi veniva facile spiegare a mia nonna cosa fosse, mi bastava una frase. Con il Metaverso è impossibile, dovrei stare lì per un’ora a provare a spiegarle questo punto di arrivo di tutte le innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni. Uno dei motivi per i quali il Metaverso è finito in sordina è proprio la difficoltà di Zuckerberg e Meta di spiegarne la ragion d’essere. Quando Zuckerberg ha provato a farlo è sembrato confuso: c’è un video di presentazione su YouTube che dura quattro ore. Il punto non è, però, se il Metaverso funzionerà. Il punto è: esiste in questo momento, in questo mondo, la possibilità che funzioni? Io credo di sì. Perché abbiamo già distrutto le connessioni precedenti, quelle di amicizia, di politica, di lavoro. Per quanto riguarda l’AI: sì, parliamo molto di ChatGPT, di Midjourney, del Papa con il Moncler e ci chiediamo se le macchine ci sostituiranno. Ma l’AI è un concetto molto vecchio, sviluppato negli anni ’40. Per quel che mi riguarda, dal punto di vista intellettuale il metaverso è più rilevante dell’AI perché il metaverso potrebbe sostituire il nostro mondo mentre l’AI non sostituirà mai la nostra mente. C’è anche da dire che l’AI non è figlia di una rivoluzione tecnologica. Il concetto nasce prima dell’introduzione delle tecnologie che l’hanno resa possibile, con un movimento filosofico che provava a dare una definizione della mente umana basata sul concetto di informazione. La mente come una macchina capace di ricevere, elaborare ed emettere input/output informativi: una rappresentazione meccanica della mente umana, appunto. L’AI parte da qui, quindi altro non è che la reificazione di una delle possibili spiegazioni del funzionamento della mente umana. Ed è per questo che non riuscirà mai ad arrivare a quella phenomenal consciousness di cui parlava Thomas Nagel: noi due, parlando, non riceviamo solo informazioni ma avvertiamo sensazioni. Le macchine non possono farlo, questo. Il metaverso, invece, è il ritorno ad antichi sogni metafisici di liberazione dalla materialità, di raggiungimento del paradiso. E anche sogni apocalittici: l’apocalisse è, in fondo, un momento in cui abbandoniamo la materia e raggiungiamo la città spirituale. L’AI si limita a rispondere a nostre necessità. Il metaverso realizza nostri sogni antichi.

ⓢ Il tuo campo di competenza è la filosofia. Quali pensatori e movimenti ti hanno ispirato nella scrittura del libro? Ti sei fatto influenzare anche da prodotti e personaggi della cultura pop?
La prima ispirazione filosofica è Martin Heidegger. Perché è il pensatore che più di ogni altro ha cercato di definire il concetto di mondo e di cosa significhi per l’essere umano esistere nel mondo. In Essere e tempo lui definisce il mondo non come la totalità delle cose che lo compongono, quello è lo spazio, ma come l’insieme dei collegamenti che tengono assieme queste cose. Heidegger capì prima di tutti che essere nel mondo significa essere collegati. È fondamentalmente da lui che ho tratto l’ispirazione per il mio anti-mondo. Un’altra influenza filosofica, anche se forse sarebbe più corretto dire teologica, è stato sant’Agostino. Poi ho letto molti libri sui videogiochi. Ready Player One, film e libro. Anche se la maggiore influenza pop non ha niente a che vedere con la tecnologia. Del romanzo ho scritto molte versioni e a un certo punto, nel mezzo di una di queste riscritture, ho deciso di introdurre il personaggio di Serge Gainsbourg. L’ho fatto perché lo considero l’incarnazione di tutto ciò che oggi è impossibile nel mondo dell’arte francese, europea, mondiale. Quella tendenza all’autodistruzione, che è poi una forma di libertà assoluta. Quel modo di tendervi senza vergogna. E poi la sua capacità di conciliare poesie e musica.

ⓢ Esiste, secondo te, una differenza tra Stati Uniti ed Europa nell’affrontare le conseguenze della rivoluzione tecnologica?
Io penso che gli Stati Uniti vivano già in un mondo “fratturato”. È un Paese pazzesco in cui metà della popolazione ritiene che Biden sia un falso presidente. Gli americani, già ora, non vivono tutti nella stessa realtà. La differenza tra Europa e Stati Uniti è questa: loro nell’Anti-mondo ci vivono già, noi siamo ancora in parte nel mondo. E poi, storicamente, in America esiste questa confusione tra liberale e libertario, una confusione che ha aperto un’altra frattura dalla quale sono emersi personaggi come Elon Musk. Il libertario è colui che è convinto che la libertà esista e vada cercata oltre i confini del controllo dello Stato. È quello che Musk vuole fare con Twitter, senza però rendersi conto che, come abbiamo detto prima, già ora queste corporation esercitano poteri maggiori degli Stati. In Europa, per il momento, siamo ancora liberi, noi sì, da questa utopia libertaria. Che è un’illusione e poco più.

ⓢ Credi che la Gen Z, le nuove generazioni, abbiano gli anticorpi necessari per combattere questa malattia portata dalla tecnologia?
Non credo che né la mia generazione né quella successiva siano vaccinate contro il virus tecnologico. Anzi. Credo che a queste generazioni appartengano tutte le vittime delle nuove forme di alienazione, di questa “derealizzazione” del mondo che stiamo vivendo e che abbiamo accelerato con le decisioni prese durante la pandemia, quando per motivi sanitari abbiamo costretto giovani e giovanissimi a separarsi dal mondo fisico confinandoli in quello digitale. Ma questo processo di separazione era in corso già da tempo. Pensa al fatto che oggi, in una metropoli occidentale, per un giovane uomo o una giovane donna è praticamente impossibile comprare casa. Comprare una casa è la prima forma di appropriazione della realtà: un pezzo di essa diventa mio. Per queste generazioni di cui stiamo parlando sta diventando impossibile o quasi essere proprietarie della loro realtà. Ed è per questo che ne cercheranno una nuova.

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