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19:47 giovedì 19 marzo 2026
Gli impallinati di alieni sono convinti che gli Usa stiano per dire che gli alieni esistono perché il governo ha registrato il dominio aliens.gov Tutti quelli che non sono impallinati di alieni, invece, dicono che è solo un altro tentativo di Trump di distrarre l'opinione pubblica dagli Epstein Files.
Qualcuno si è inventato un traduttore che traduce qualsiasi cosa dici nella ridicola lingua tipica di LinkedIn Si chiama Kagi Translate e vi insegnerà come trasformare qualsiasi cosa vi succede sul lavoro in un «nuovo emozionante capitolo!».
Dopo averci investito 80 miliardi di dollari e averci guadagnato zero dollari, Zuckerberg ha chiuso il metaverso di Meta Quattro anni a ripetere che in futuro avremmo tutti vissuto in Horizon Worlds. Oggi Horizon Worlds non esiste più.
Per i 25 anni della saga si terrà un rave party a tema Signore degli Anelli in cui il dj sarà Elijah Wood, cioè Frodo Baggins Insieme all’attore Zach Cowie, suo partner nel duo Wooden Wisdom, Wood guiderà un «rave in pieno stile Terra di Mezzo» il prossimo 31 maggio.
Zendaya sarà la protagonista di tutti i film più attesi del 2026 Sette film in un anno, uno più atteso dell'altro: si inizia con The Drama l'1 aprile e si finisce a dicembre con Dune 3.
Tulsi Gabbard, la Direttrice dell’Intelligence Usa, ha detto che non c’è nessuna prova che l’Iran stesse costruendo una bomba atomica Contraddicendo apertamente Trump, che il 4 marzo aveva detto che «se non avessimo attaccato entro due settimane, avrebbero avuto l'atomica».
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.

A Parigi si cerca la nuova eleganza maschile

Il ritorno all’eleganza sartoriale si mescola a una ritrovata sensualità nelle collezioni maschili.

20 Gennaio 2020

Sono ormai un po’ di stagioni che sulle passerelle della moda maschile è tornata una certa idea di eleganza sartoriale, frutto se non altro della circolarità della materia (la moda stessa) e della tanta paventata overdose da streetwear. Nella realtà, se per streetwear intendiamo la sovversione dei classici codici dell’abbigliamento, soprattutto quello formale e legato perciò al lavoro, lo streetwear non è andato proprio da nessuna parte. Allora la trafila di completi, cappotti, giacche e pantaloni sartoriali che si sono visti a Firenze, a Milano e a Parigi non è che una lunga lista di cose già viste, alcune bellissime altre meno, che finiranno per non avere la stessa presa sulla realtà che negli ultimi dieci anni hanno avuto le sneaker, le felpe e lo sportswear applicato a tutto quello che non è sport.

Il finale della sfilata di Dior Men, 17 gennaio 2020, Parigi. Foto di FRANCOIS GUILLOT/AFP via Getty Images

Ciononostante, le collezioni parigine offrono molti spunti di riflessioni sul corpo e sul guardaroba maschile più in generale, intanto per la quantità di cose diverse che hanno calcato le passerelle di questi giorni. È difficile non sentirsi esausti di fronte alla moltitudine di accessori inutili, come gli harness per le scarpe visti da Louis Vuitton, o i colpi di teatro divertenti ma che hanno fatto già il loro tempo, come le finte celebrity da Vetements oppure l’enorme spazio nel quartiere La Défense in cui ha sfilato Jacquemus, forse per sottolineare il contrasto con le borsette sempre più piccole cui il marchio è ormai associato. Copriscarpe a parte, la pausa sembra aver fatto bene a Virgil Abloh, che ha presentato probabilmente la sua collezioni più riuscita da quando è da Louis Vuitton, mentre lo stakanovista Kim Jones, anche lui attivissimo su Instagram, ha dedicato il suo show da Dior Men a Judy Blame, personaggio tragico e irripetibile scomparso poco meno di un anno fa: stylist e art director ante litteram, è stato una figura di spicco nella Londra degli anni Ottanta e Novanta, quella di Leigh Bowery e Stephen Jones, ha lavorato per magazine quali The Face, i-DBlitz e ha curato l’immagine di molte star, tra cui Boy George e Björk. Insieme a John Moore, nel 1985, aveva fondato il collettivo The House of Beauty and Culture, dove negli anni sono passati Martin Margiela, John Galliano e Rei Kawakubo fra gli altri. Kim Jones ha lavorato con lui quand’era da Louis Vuitton: nella sua collezione i celebri ciondoli di Blame si appendono ai cappelli, alle orecchie, chiudono le giacche o pendono dalle cinture, accompagnati sempre da lunghi guanti in suede a contrasto, forse uno degli accessori più interessanti di questi giorni.

Il finale della sfilata di Dries Van Noten, 16 gennaio 2020, Parigi. Foto di Thierry Chesnot/Getty Images

Da Louis Vuitton, infatti, i guanti erano rosa e di quelli con le dita tagliate, mentre in pelle nera sono comparsi  da Juun J, da Palomo Spain e da Ludovic de Saint Sernin, tre collezioni che non potrebbero essere più diverse fra loro, dall’eleganza brutalista di Juun J a quella barocca del giovane designer spagnolo Alejandro Gómez Palomo fino alla celebrazione della nudità di Saint Sernin, che offre un’ulteriore versione del “breastplate” (accessorio in realtà che ha una lunga storia di moda) oltre a quella di Tom Ford visto recentemente su Gwyneth Paltrow e Zendaya. C’era tanta pelle in esposizione anche da Rick Owens – meno male che c’è Rick Owens – con i suoi David Bowie usciti da Blade Runner, mentre erano vestitissimi al punto da recuperare il manicotto di pelliccia, i ragazzi di Raf Simons, anche loro provenienti dal futuro ma intubati in una silhouette rigidissima. Erano morbidi invece i gentiluomini di Valentino e quelli di Hermès, per i ricchi che vogliono sembrare tali, ma quello che sembra essersi divertito di più è Jonathan Anderson da Loewe, con la giacca che diventa vestito in lamé che diventa grembiule. E poi c’è Dries Van Noten, con una collezione eccellente che celebrava «il piacere di vestirsi e l’utilizzo della propria energia sessuale per sentirsi bene»: colli di (finta) pelliccia, stivaletti con la zeppa, una giacca portata sull’altra e tessuti contrapposti, come velluto e denim, a segnalare che quest’uomo ci ha pensato un sacco, a come vestirsi. Anche Yohji Yamamoto ci pensa molto, e a 76 anni si chiede se fare vestiti abbia ancora un senso in un’industria che gli piace sempre meno, come ha dichiarato. Eppure la sua sfilata era una tra le più belle. 

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