Stili di vita | Moda

Come ci vestiremo dopo la pandemia?

Sembra la questione meno pressante di tutte, eppure racconta molto su come sta cambiando la percezione di sé.

di Silvia Schirinzi

Anna Wintour, direttrice di Vogue Us, mentre corre durante la sua quarantena

Per chi sta lavorando da casa, il problema dev’essere sorto alla prima videochiamata su Zoom, e cioè come mi vesto per sentire, anzi vedere, il capo e i colleghi? Metto un maglione decente e sotto lascio il pigiama, scelgo una felpa non troppo sgangherata, magari metto gli orecchini oppure chi se ne frega, rimango in tuta tanto la visuale è sempre spixelata e comunque destinata a bloccarsi in pose imbarazzanti? Il Coronavirus, tra le altre cose, sembra aver dato il colpo finale alla tradizionale distinzione tra abbigliamento formale e abbigliamento per il tempo libero, una commistione in realtà iniziata da molto tempo che la pandemia in corso ha solo vertiginosamente accelerato. È successo così anche per tutto il resto, no? Come (e quando, ma questa è un’altra storia) usciremo dalla quarantena e quanto l’aver vissuto (e lavorato) fra le mura domestiche per un periodo così lungo avrà influenzato il modo in cui ci rapportiamo ai nostri vestiti è una domanda legittima da porsi – tanto più che pure Anna Wintour, morto Karl Lagerfeld, s’è mostrata al mondo in tuta – perché potrebbe raccontarci qualcosa dell’evoluzione del lavoro, e dei lavoratori, nella società.

Il lavoro contemporaneo, che era già frammentato e spesso precario, durante l’isolamento forzato è infatti uscito definitivamente dagli uffici per approdare sui divani e all’interno di studi improvvisati negli spazi casalinghi, angoli ricavati appositamente per le “call” quotidiane, creando uno sfondo fisso che ha finito per sostituire e mescolare insieme la sala riunioni, la scrivania, l’open space, l’ufficio del capo e persino la macchinetta del caffè. In queste settimane di videochiamate abbiamo visto librerie, armadi, muri bianchi o colorati, finestre, cucine, addirittura testate di letto – «Scusate, qui prende meglio e non entrano i miei figli» – e abbiamo visto l’effetto che il lockdown aveva sul viso e i capelli dei colleghi, ma anche su come si vestivano. Ha scritto Rachel Tashjian su Gq Us che il “quarcore”, e cioè il normcore [quella tendenza che privilegia gli abiti funzionali e senza pretese, ndr] venuto fuori dalla quarantena, ha qualcosa sia del “warcore”, ovvero quell’altra derivazione che, negli ultimi anni, ha portato in passerella abiti e accessori militareschi (la balaclava, i pantaloni e il bomber da poliziotto, le scarpe con la suola a carro armato), che della moda da “prepper”, fenomeno e nicchia molto americana che raccoglie e unisce coloro che si preparano a una eventuale apocalisse accumulando cibo, studiando piani di sopravvivenza e vestendosi a metà tra Bear Grylls, un pescatore di lucci su DMAX e un Viet Cong. Lasciati i pigiami e il leisurewear a casa, quando usciremo, lo faremo bardati per la fine del mondo?

In parte lo facevamo già, vedi alla voce tessuti tecnici e abbigliamento di montagna ormai sdoganato in città, ma l’esperienza del lavorare e vivere in casa molto più a lungo di quanto avessimo mai fatto prima modificherà un’altra volta – proprio come l’ansia per il cambiamento climatico ha fatto di recente – il modo in cui rapportiamo agli abiti che indossiamo. Sulla perdita di centralità dell’abito formale, soprattutto quello maschile, si è scritto moltissimo in questi anni di strapotere dello streetwear e proprio ora che le passerelle tornavano a riempirsi di eleganti completi che cercavano di salvare quella parte della filiera che li produce, le sfilate sembrano un miraggio come le Olimpiadi. Sono poche le professioni che richiedono oggi un completo d’ordinanza e Zoom potrebbe aver dato loro la spinta definitiva iniziata con le felpe e gli infradito della Silicon Valley e cristallizzatasi poi nel gilet in pile di Patagonia, ma codificare l’abbigliamento da lavoro, ormai del tutto sovrapponibile a quello che indossiamo in casa o per uscire, non diventerà per questo motivo più facile.

Il completo formale, in quest’ennesima apocalisse Millennial, può diventare una scelta di stile, come auspica Cam Wolf sempre su Gq Us, e non più un obbligo sociale; il revenge spending, quella voglia di shopping da dopoguerra che si affaccia sui mercati asiatici che stanno riaprendo, potrebbe portarci a voler comprare giacche dai tessuti preziosi che durano nel tempo, scarpe con i tacchi e deliziose borse color pastello come quelle che ora i concept store stanno svendendo su Instagram, perché tra due mesi saranno già troppo vecchie, mentre la pausa imposta alla nostra vita sociale, e di conseguenza a molte relazioni, potrebbe riportarci alla sensualità, che pure era ricomparsa sulle passerelle. Potremmo orientarci verso uno stile che mescola le tendenze degli ultimi anni, dallo streetwear al ritorno del sartoriale fino ai tessuti poveri o iper tecnologici, in una nuova eleganza sobria e ragionata lontana dalla logomania – siamo pur sempre sopravvissuti a una pandemia, un po’ di rigore l’abbiamo interiorizzato – mentre in molti potrebbero abbracciare posizioni radicali nei confronti di abiti, accessori e moda più in generale, allontanandosi da un settore percepito come privo di etica, dispendioso e inquinante. Anche loro, però dovranno vestirsi per la prossima pandemia che, gli esperti ce lo ripetono, arriverà e dovrà trovarci pronti, questa volta.

E poi c’è la mascherina. Ora che è entrata con prepotenza nelle nostre vite, sarà difficile pensare di non indossarla più: dopo i dubbi, etici e scientifici, sulla sua reale efficacia nella prima fase dell’emergenza sanitaria, ora è obbligatoria per direttiva – nazionale, regionale, dell’Oms che a un certo punto ha deciso che dovevamo mettercela tutti – ed è la manifestazione più ovvia che no, non viviamo in tempi normali. Come saranno le mascherine post quarantena? Ancora mutuate dallo streetwear e dall’abbigliamento tecno-raver, nere o con i loghi, oppure manterranno questo nuovo minimalismo chirurgico che suggeriscono il bianco, il verde, l’azzurrino? Com’è successo in Cina e in molti Paesi asiatici, che dalle passate epidemie hanno imparato a usare la mascherina come segno di appartenenza e cura verso la comunità, anche noi continueremo a indossarle quando avremo il vaccino? Oppure ce ne libereremo in un moto di stizza per lasciarci alle spalle un periodo pesante di ansia collettiva? Guardare all’Oriente, d’altra parte, dove il Coronavirus è arrivato prima e prima sembra essersene andato, può esserci d’aiuto anche in quanto a lezioni di stile, soprattutto se si parla di drama e film coreani: dai protagonisti di Itaewon Class a quelli di Time to Hunt su Netflix, di spunti per come vestirsi dopo la pandemia ce ne sono tanti, speriamo di arrivare presto a preoccuparcene di nuovo.

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