Industry | Dal numero

Millennial pile

Come un tessuto considerato per lungo tempo povero e brutto è diventato l'ultima tendenza.

di Jacopo Bedussi

JW Anderson per Uniqlo Autunno Inverno 2019-2020

Per noi Millennial il pile è un grande rimosso collettivo. È stato prima imposizione genitoriale durante livide infanzie brianzole e poi presenza importante in scuole medie padane e feroci, abbinato a pantaloni in triacetato con bottoni automatici lungo i lati. Outfit ruvidi e standard, crisalidi in poliestere per preadolescenti spaventati. Ma dall’età della scelta consapevole della propria immagine in avanti, poco o niente. Capita di imbattercisi ormai di rado, relegato a pastiche fashion casalinghi in seconde case di montagna. Lo si vede indossato per la sua funzione tecnica in forma workwear da svariati professionisti operanti all’aperto: muratori, tecnici gas e luce, postini, oppure, devastante nella sua tristezza, come divisa penitenziale per signore di mezza età attaccate ai videopoker già dal mattino nei bar della provincia più decadente. Sembrava spacciato insomma, ma la risemantizzazione è dietro l’angolo, parte dagli Stati Uniti e ha già ridato lustro a un materiale considerato senza giri di parole povero e brutto.

Le prime avvisaglie del cambio di paradigma sono legate alla storia di un marchio e della sua filosofia aziendale: Patagonia, nato negli anni ’70 come brand specializzato per soli scalatori e amanti dell’outdoor e oggi marchio di culto da oltre 200 milioni di dollari l’anno. È anche, soprattutto, l’esempio perfetto di corporate governance progressista e attenzione alla trasparenza della filiera nonché di prese di posizioni politiche e azioni plateali di donazione degli utili a organizzazioni no profit che si occupano di ambiente, capace negli anni con il suo pile 100% riciclato di far sfrigolare i cuori dei dem appassionati di kale bio e auto ibride. Un mondo coerente, sennonché intorno al 2014, come spassosamente documentato dall’account IG @midtownuniform, il pile Patagonia ha iniziato a essere indossato dai giovani rappresentanti spaesati molto maschi e molto liquidi del tardo capitalismo newyorkese, peraltro nella versione storicamente più impresentabile: quella smanicata. Se per gli avvocati societari e gli speculatori finanziari residenti nell’affluentissimo distretto di Murray Hill, dove è stato individuato il focolaio dell’epidemia, è ancora necessario indossare un completo per i meeting, la divisa casual è definita in pantaloni chino, camicia button down e gilet in pile.

Lontani i tempi del rampantismo ellissiano, dei completi Armani e Brooks Brothers e dell’agonismo sartoriale, gli epigoni di Patrick Bateman e Paul Allen affrontano il Post Impero in gusci caldi, morbidi e sostenibili. È forse anche un modo per lavarsi la coscienza, in una società dove anche i più spietati capitalisti devono fare i conti con quel senso di colpa di cui Žižek parla nella sua Guida perversa all’ideologia. Parafrasandolo: «Are we aware that when we buy a recycled polyester fleece jacket, we also buy quite a lot of ideology?», dove l’ideologia risiede nell’afflato green che ci permette di scaricare le tasse morali del nostro consumismo. La moda, si sa, sfrutta e interpreta la bolla. La ingloba, la smonta e la espande. Non si parla più di pile (parola peraltro esclusivamente italiana) ma di shearling fleece, versione in cui il poliestere non è liscio ma ricorda il montone in versione peluche. E il trend, emanazione dello streetwear ormai aborritissimo, prende il nome di gorpcore, uno stile che sta a metà tra il normcore – l’abbigliamento di chi ostenta una stereotipica normalità – e quello che si indosserebbe per una passeggiata in campagna con amici abbastanza stretti da potersene fregare del look in favore della comodità.

Lo shearling fleece è apparso prima nelle collezioni della designer inglese Martine Rose, anche in una idolatrata collaborazione con l’italiana Napapijri, e in forma di giacca con cappuccio da Alyx di Jennifer e Matthew Williams. A stretto giro seguono i big Miu Miu, Fendi e pure J W Anderson per Uniqlo. Poi c’è chi, come Sandy Liang, fa del pile un elemento poetico, nostalgico, madeleine anni ’90 per la sua generazione riflessiva. È successo, il pile è fra noi. Ed è dunque ora di fare i conti con gli anni del rifiuto e abbracciare il revisionismo fashion, in fondo quei pile Sergio Tacchini non erano così male e non è mai troppo tardi per avere una preadolescenza felice.

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