Cultura | Liste

I libri del 2018

Le 10 migliori letture dell'anno per la redazione di Studio.

di Aa.Vv.

Prima di compilare questa, abbiamo dato un’occhiata alla lista dei migliori libri del 2017 e ci sembra di poter dire che il 2018 è stato un anno più interessante, soprattutto nella narrativa. Da un punto di vista di mercato siamo nella strana situazione in cui le vendite della “straniera” calano anno dopo anno, ma paradossalmente l’editoria italiana ha notevolmente aumentato la sua capacità di ricezione, per cui, più che in altri anni, ci troviamo già tradotti titoli che figurano nelle classifiche del Nyt o di LitHub (Asimmetria e L’educazione, per esempio). Per quanto riguarda gli italiani abbiamo optato per due autori diversi ma entrambi affermati, due “anziani”, ma solo perché ci sembra che abbiano inciso più di altri. In generale, i dieci titoli che trovate elencati sono frutto di un ragionamento prima collettivo e poi personale: abbiamo selezionato i libri che ci sono sembrati più rilevanti, dirompenti e discussi, ma a condizione che fossero quelli che ci erano piaciuti di più.

Rachel Cusk – Resoconto (Einaudi)
trad. Anna Nadotti
I lettori di Rachel Cusk sembrano divisi in due: da un lato chi ritiene Resoconto un libro importante e quasi uno spartiacque; dall’altro chi, pur non negandone la bellezza, non coglie la novità. Faccio convintamente parte del primo gruppo: considero questo come il modello del “nuovo romanzo contemporaneo”, per quanto il modo in cui presenta il suo essere nuovo sia sottile e silenzioso. Un romanzo di incontri e di voci (ascoltate o captate), un diario di viaggio, un saggio  sulla letteratura, ma soprattutto la fusione definitiva e più riuscita tra fiction e non fiction. Rachel Cusk dimostra come la letteratura possa nel 2018 rappresentare ancora una seduzione. Si resta attaccati alla voce di questa scrittrice e per molto dopo aver finito di leggere si desidera ritornare nel mondo che ha creato: una Atene disincarnata popolata da scrittori, studenti, editori, eredi in rovina. Questa seduzione agisce più che per merito di una presunta forza della storia, per il modo in cui la forma imita i contorni della realtà. (Cristiano de Majo)

Tara Westover – L’educazione (Feltrinelli)
trad. Silvia Rota Sperti
Nel suo memoir, Tara Westover racconta di un’infanzia pazzesca, vissuta in isolamento sulle montagne dell’Idaho insieme a sei fratelli e due genitori mormoni, entrambi – si evince – completamente matti (e pericolosi: il padre costringe i figli a lavorare con lui in una discarica di metalli invece di frequentare scuola – e rischia di ucciderli diverse volte –, la madre si rifiuta di usare i medicinali e cura i bambini con erbe e miscele naturali). Una scrittura semplice, senza infamia né lode, descrive con grande onestà il difficile percorso che, grazie a un impegnativo processo di auto-educazione, conduce la protagonista a emanciparsi (e fuggire) da un mondo inizialmente considerato come l’unico possibile e, quindi, involontariamente amato. A rendere questo libro così importante, è il modo in cui Westover, 31 anni e una borsa di studio a Cambridge, dove ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia, riesce a raccontare l’ambivalenza nei confronti delle proprie radici. A renderlo così attuale è il racconto di una delle più grandi ricchezze che abbiamo e che spesso diamo per scontata: il potere di auto-inventarci, la possibilità di cambiare. (Clara Mazzoleni)

Lisa Halliday – Asimmetria (Feltrinelli)
trad. Federica Aceto
Se il romanzo di Lisa Halliday ha avuto molta risonanza nel mondo anglofono – meno in Italia – ed è stato incluso in tutte le classifiche dei migliori libri del 2018, ci sarà un motivo, e non è sicuramente la presenza fantasmatica di Philip Roth a giustificarne l’eco. Una ragione, a mio parere, va trovata nella capacità non comune con cui la scrittrice ha delineato la relazione perfettamente asimmetrica tra un’aspirante scrittrice tra i venti e i trenta e un anziano maestro del romanzo in odore di Nobel. La seconda è che la Halliday ha trovato un modo nuovo, e piuttosto personale, di ragionare sul rapporto tra verità e finzione e su quello tra memoria e immaginazione, il grande e ingombrante tema che ha attraversato e animato il dibattito letterario nell’ultimo decennio: lo ha fatto costruendo una struttura speculare con due storie che nulla sembrano avere a che fare, ma che sono contenute una nell’altra con un gioco di specchi e di biografie, che si intuisce, ma non viene spiegato, il che lo rende un oggetto comprensibile ma misterioso. (Cristiano de Majo)

Peter Godfrey-Smith – Altre menti (Adelphi)
trad. Isabella C. Blum
Una delle cose più interessanti che stanno accadendo nella scienza e nella divulgazione scientifica, negli ultimi anni, è la discussione intorno alla coscienza animale. Uno dei libri più interessanti e intorno a cui più si è discusso recentemente è Altre menti di Peter Godfrey-Smith, uscito nel mondo anglosassone a fine 2016, che aveva fatto parlare di sé moltissimo per le sue rivelazioni sull’intelligenza dei polpi. Non ci si deve aspettare di trovare prova, in questo libro, che i polpi siano esseri molto brillanti e capaci di risolvere problemi come li intendiamo noi. Piuttosto, è un libro che gira intorno a quanto, come da titolo, i polpi non li comprenderemo mai, perché la loro intelligenza è di un tipo completamente diverso dagli altri che conosciamo: non c’entra solo il cervello, per esempio, ma il sistema nervoso, che però si trova sui tentacoli. Riuscite a immaginare cosa potrebbe significare “pensare con le braccia”? No. Altre menti prova a farlo, ed è affascinante come poche altre cose. (Davide Coppo)

Filippo Ceccarelli – Invano (Feltrinelli)
Filippo Ceccarelli, firma di Repubblica nonché uno dei migliori raccontatori di cose laterali del potere italiano, tenta, per sua stessa ammissione, un’operazione fuori dal tempo. Nell’epoca della politica sui social, oggi dico una cosa e domani non se lo ricorda nessuno, affronta, in un volume di svariate centinaia di pagine che Feltrinelli manda in libreria, qualche decennio di politica italiana attraverso un lavoro minuzioso di archiviazione e selezione di tipi umani, caratteri, storture, tic, situazioni, tribù, nel tentativo di fermare, nella volatilità della storia contemporanea tutta spizzichi e bocconi, una galleria esistenziale di chi ha governato pro tempore questo paese dal dopoguerra in poi. Da cominciare durante le feste, non per forza dall’inizio, da tenere sempre a portata di mano e riprendere ogni qual volta abbiamo l’impressione di essere atterrati ieri da Marte. Per ricordarci chi siamo stati e chi, probabilmente, non smetteremo mai di essere. (Federico Sarica)

Olivia Laing – Città sola (Il Saggiatore)
trad. Francesca Mastruzzo
C’è una cosa che Olivia Laing ci tiene a specificare ogni volta che si ritrova a parlare di Città Sola (Il Saggiatore), e cioè che se si vogliono esplorare le lunghezze della solitudine bisogna partire dalla vergogna. Anzi, come ha raccontato a Clara Mazzoleni qui su Studio, è proprio quella vergogna che l’ha spinta a scrivere il libro: «L’esperienza della solitudine è stata molto dolorosa mentre la vivevo. Non appena ho deciso di scriverne, però, l’imbarazzo ha lasciato il posto alla rabbia. Perché dobbiamo vergognarci di essere soli? La solitudine è un’esperienza estremamente potente: le domande che pone sono fondamentali». Nonostante l’emancipazione sessuale, il consolidarsi di più ampie e variegate forme di aggregazione intima e il superamento, in larghe porzioni di mondo, dell’incatenamento al modello etero-normativo della famiglia, l’idea di rimanere soli è ancora oggi uno spettro da cui rifuggire, pena il “dimezzamento” della propria esperienza di vita. Laing, invece, in quella condizione ci s’immerge a pieno, la abbraccia e la percorre come si farebbe, e questo meriterebbe un approfondimento a parte, con una malattia cronica. Le opere e le vite degli artisti che racconta, da Valerie Solanas a David Wojnarowicz, si fondono con una ricerca personale che è anche auto-analisi, l’unica cosa che, probabilmente, le persone sole possono insegnare agli altri. Peccato ne abbiano tutti paura. (Silvia Schirinzi)

Leonard Michaels – Il club degli uomini (Einaudi)
trad. Katia Bagnoli
«Le donne volevano parlare di rabbia, di identità, di politica, eccetera». Così inizia questo libro pubblicato nel 1981 e riproposto quest’anno da Einaudi: potrebbe benissimo essere un incipit scritto l’altro ieri. Viviamo in un momento in cui le donne hanno ricominciato a parlare di “rabbia, di identità, di politica”, riportando al centro del dibattito le problematiche legate alla femminilità. Un movimento di risveglio collettivo esploso nel 2017 con il #metoo e sopravvissuto fino a oggi (pur con le sue derive e semplificazioni) che, paradossalmente ma giustamente, ha riportato al centro del dibattito anche il punto di vista maschile. Cosa pensa davvero un uomo quando è solo nel suo cervello? A questa domanda ha recentemente risposto Francesco Piccolo nel suo L’animale che mi porto dentro. Michaels risponde a un’altra domanda: di cosa parlano i maschi quando si trovano soli tra loro e decidono di rivelarsi per quello che sono? Ovviamente, soprattutto di donne. (Clara Mazzoleni)

Francesco Piccolo L’Animale che mi porto dentro (Einaudi)
Mentre le donne stanno ricostruendo e rivendicando nuovi confini e un nuovo e più vero racconto di sé, gli uomini stanno cercando di rispondere alla domanda «cosa vuol dire essere uomo oggi?». La risposta è complessa, perché passa inevitabilmente da secoli di ormai innata cultura patriarcale, che fa oscillare gli uomini dal sentirsi “stocazzo” all’“ultimo uomo al mondo”. Nel suo L’Animale che mi porto dentro Piccolo cita Battiato e racconta in maniera aperta di questa dualità che convive in lui e che probabilmente convive in ogni uomo, sempre strattonato dall’educazione virile e dall’aver pianto tutte le proprie lacrime perché una Federica in un giorno d’estate lo ha lasciato su una panchina al parco. Se in alcuni punti sembra di cogliere una sorta di autoassoluzione collettiva e maschile, motivo per cui da quando è uscito è stato oggetto di accese discussioni e accuse di maschilismo, L’Animale che mi porto dentro è un racconto franco e disarmato di ciò che è irrimediabilmente vero e che diventa necessario portare a galla non solo per capire cosa significa essere uomini, ma anche, e di conseguenza, donne. (Teresa Bellemo)

Mark O’Connell – Essere una macchina(Adelphi)
trad. Gianni Pannofino
A differenza degli altri due libri che ho scelto, Resoconto e Asimmetria, Essere una macchina non ha particolari novità da comunicare sul piano formale e stilistico. Si tratta, infatti, di un reportage narrativo abbastanza tradizionale, composto da capitoli che sono altrettante tappe dell’allucinante viaggio intrapreso da Mark O’Connell nel mondo del transumanesimo. Essere una macchina è quindi un libro dell’anno per quello che racconta: un universo inaudito, o visto fino a questo momento solo con la coda dell’occhio, quello di un gruppo di persone che sta lavorando per trasformare l’uomo in una cosa diversa e che vede nel futuro un cambiamento di paradigma rispetto a quella che siamo abituati a chiamare esistenza. Dopo La vita segreta di Andrew O’Hagan, Adelphi continua nell’ammirevole intento di tradurre libri che raccontano, usando gli strumenti del giornalismo e della narrativa, l’Era Digitale, poco raccontata fino a questo momento rispetto a quanto è vissuta. (Cristiano de Majo)

Mark Fisher – The Weird and the Eerie (minimumfax)
trad. Vincenzo Perna
Mark Fisher è morto il 13 gennaio 2017, poco dopo la pubblicazione di questo suo ultimo libro, portato in Italia nel 2018 da minimumfax. Come nei saggi raccolti in Ghosts of My Life (la maggior parte tratti dal suo leggendario blog k-punk), in The Weird and The Eerie il critico e scrittore inglese, conosciuto soprattutto per Realismo capitalista (forse il suo lavoro stilisticamente meno riuscito), si dedica a quello che sa fare meglio: raccontare e descrivere il presente attraverso brevi saggi, formulando norme teoriche che, per auto-confermarsi, attingono liberamente dalla storia della musica, del cinema e della letteratura (da H.P. Lovecraft a David Lynch, da Brian Eno a Christopher Nolan). Un disegno chiarissimo – eppure denso di nebbie e d’atmosfera – che fornisce le coordinate per dare un senso a molti dei prodotti culturali di oggi (non avete anche voi l’impressione che “lo strano” sia tornato di moda?), rivelandone i segreti più profondi e perturbanti. (Clara Mazzoleni)

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