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21:46 venerdì 29 maggio 2026
Netanyahu ha detto apertamente di aver ordinato all’IDF di occupare almeno il 70 per cento della Striscia di Gaza Questo nonostante sia formalmente in vigore un cessate il fuoco che già garantiva a Israele il controllo sul 53 per cento della Striscia.
In Toy Story 5 c’è anche Bad Bunny e si è scoperto che interpreta il personaggio Fetta di pizza con occhiali Personaggio al momento molto misterioso, di cui sappiamo solo che è una fetta di pizza, che indossa occhiali da sole e che è «estremamente cool».
C’è un tracker di voli aerei che segue solo i voli sui quali c’è qualcosa che non sta andando per il verso giusto Variazioni di altitudine, turbolenze, manovre inaspettate, rotte sbagliate: tutto quello che non vorremmo succedesse mai in volto, a portata di clic.
Il Tribeca è il primo grande festival al mondo a inserire in concorso un film fatto interamente con l’AI Dreams of Violets racconta le proteste in Iran del gennaio 2026, è costato 2 mila dollari ed è stato realizzato in tre mesi usando solo AI.
La nuova campagna di Jacquemus è un documentario su una giornata in compagnia di Pamela Anderson e dei suoi due figli Si intitola A Day With Pamela and Her Sons e ci sono i figli di Pamela Anderson che la prendono molto in giro.
C’è una proposta di legge di iniziativa popolare per tassare i grandi patrimoni anche in Italia Si tratta di un'imposta progressiva sui patrimoni superiori a 2 milioni di euro, che interesserebbe solo l'1 per cento della popolazione.
Firenze ha aumentato moltissimo le zone della città in cui è vietato aprire nuovi B&B e fare affitti brevi Nelle zone ora incluse nel blocco ci sono 67 mila abitazioni che ora non potranno essere destinate né all'uno né all'altro scopo.
Uno studio ha dimostrato che in un film è più probabile venga scelto come protagonista un uomo che si chiama Chris o un animale parlante piuttosto che una donna over 60 «Le donne sono metà della popolazione. E invecchiamo. Allora dove sono le storie su di noi?», ha commentato l'attrice Emma Thompson.

Massimo Minini

20 Aprile 2011

In una raccolta di bio particolarmente ben scritte, Pizzini (Mousse Publishing), il gallerista Massimo Minini passa in rassegna vita morte e  miracoli di amici-artisti che ha conosciuto e spesso avuto come protagonisti della sua omonima galleria di Brescia. Un quartier generale “leggero” fatto di strutture soppalcate, cortili da casa di ringhiera, giovani curatori e assistenti che si muovono tra opere catalagate come se nulla fosse. E poi lui, elegante settantenne che abbiamo cercato e temuto non si facesse ritrarre e che invece poi ci ha fatto e regalato un ritratto inaspettato. Protagonista nel servizio di Fabrizio Ferrini Minini si è vestito da cowboy-tuareg e ha guardato l’obiettivo di Marco Pietracupa senza smettere di concederci proprio i suoi pizzini, brevissime descrizioni dai colori ben assestati sul mondo dell’Arte.

Un signore che uscito dalla camicia di Barba entra nei panni parecchio fluo e non cambia espressione. Quella di un uomo che in Provincia (e alla “sua” Brescia ha dedicato una mostra presente in galleria in queste settimana dove ha unito due amici di percorso Gabriele Baslico e Dan Graham)ha portato tutti i suoi più grandi amori e continua a lavorare assiduamente come un ottmo mercante d’arte “il nostro lavoro è fatto per 80% di bolle e fatture da firmare perché è facile aprire una galleria il problema é mandarla avanti” che parla di Art Basel per quello che è “una costosa vetrina in cui bisogna andare per il mercato”. E in  una lunga mattinata di shooting e di intrusioni nel suo ufficio il termine “mercato dell’arte” non sembrerà mai un abuso d’ufficio ma una formula chiara e sincera per spiegare una bolla di “cose molto belle” che spesso è capita solo dagli addetti ai lavori. Lui che ancora si emoziona nel farci vedere la prova dell’invito di un’altra mostra (di “un giovane”,  Nedko Solakov) mentre la vista dalla sua scrivania dà su quello che resta del complesso della galleria che un tempo era una ex fabbrica di tamarindo.  Ma basta che abbassi lo sguardo per riassumere cos’è diventata quella ex ditta di succhi e essenze: sul desktop di Minini scorrono parole in assonanza, è un lavoro di Marco Mazzucconi che quasi tutti in galleria hanno come salvaschermo. Come dire, non si interrompe mai la ricerca, continua, si va avanti anche quando le fiere sono sbraitate e Brescia non può competere con un Maxxi o un Museo del Novecento.

Ecco perché tra le grandi scoperte di Minini c’è Francesco Clemente che è passato nella vita di Massimo come una speciale apparizione, che forse l’ha spinto a cercare ancora di capire cosa stava succedendo in Italia negli anni Settanta quando la ricerca e l’amore di Minini per l’arte ha avuto inizio. Uno sguardo italiano di cui il gallerista lombardo è, insieme a pochissimi altri, il caposcuola.  Anche se sono seguiti lunghi viaggi notturni in auto oltre il confine con un Graham che rivela al neo gallerista misteri e ironie dei segni zodiacali. Anche quando tra le riviste ben ordinate de Il Borghese del 1961  (“quando le ho trovate sono stato davvero felice per quanto non abbia mai votato DC ma PC- ci confessa-pensare quanto hanno anticipato i tempi e quanto quei nudi qui dentro hanno irritato la sinistra dell’epoca che si sentiva offesa!”) ci sono cataloghi fotografici della New York che non esiste più tra street e paparazzi. E un rimpianto, quello di non aver creduto e ospitato John Cage quando era possibile.

Quando con giacca da smoking bianca e maglia mariniere mi sembra un eroe di vacanziero alla Poirot  gli chiedo se si concederebbe mai una crociera ma lui storce il naso e ammette che ” la via facile in cui sei trasportato mi annoia”, perché a lui serve ancora un viaggio verso tutto quello che “lascia ricordi vivissimi come questo guardi qui -e torna al computer per mostrare le foto-bellissime e ironiche- dell’ultimo viaggio in Africa dove spiagge apocalittiche sono attraversate da aquiloni di stracci tradisce il suo essere bravo a posare anche davanti all’obiettivo con quello sguardo al limite della smorfia che rapisce. Quando ci introduce nelle stanze gelide dove sono custodite alcune opere della galleria oltre a tutti i cataloghi delle mostre ospitate, vedi quello che fa l’arte a Minini, non un  effetto di “possedere ” e smerciare oggetti costosi, ma un ecosistema studiato su misura.  Non un caso che appoggiato al muro in mezzo a (troppo) altro ci sia un capolavoro contestualizzato: il foglio di quaderno di Chiari  che incornicia il nostro tempo: “L’arte è finita. Smettiamo tutti insieme.”

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