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10:12 martedì 17 febbraio 2026
Per catturare Maduro l’esercito americano avrebbe usato anche l’intelligenza artificiale Claude Lo ha svelato un'inchiesta del Wall Street Journal, che ha citato fonti anonime «vicine al Pentagono».
Yuko Yamaguchi, la donna che ha “disegnato” Hello Kitty negli ultimi 46 anni, ha lasciato il suo ruolo Ringraziandola per il suo lavoro, Sanrio ha dichiarato che Yamaguchi ha «passato il testimone alla prossima generazione».
I protagonisti della nuova campagna di Zegna sono Mads Mikkelsen ma soprattutto i Giardini d’inverno di Pietro Porcinai Né serra né veranda, ma ponte ideale tra i luoghi dell'abitare e il paesaggio. Furono realizzati negli anni '60 e da allora sono rimasti invariati.
Il capo di Instagram ha detto che passare 16 ore al giorno sui social non significa avere una dipendenza dai social Secondo Adam Mosseri, passare tutto questo tempo su Instagram costituisce, nel peggiore dei casi, un «uso problematico» della piattaforma.
Il giorno di San Valentino più di un milione di iraniani della diaspora sono scesi in piazza in tutto il mondo per protestare contro il regime Era dal 1979 che non si vedevano manifestazioni così partecipate di iraniani che vivono lontano dall'Iran.
Il prossimo film di Sean Baker sarà ambientato in Italia e avrà per protagonista Vera Gemma Il regista di Anora ha detto che sarà una «lettera d'amore alle commedie sexy italiane degli anni '60 e '70».
L’Irlanda è il primo Paese al mondo a introdurre il reddito di base per artisti Il BIA (Basic Income for Arts) consiste in un compenso di 325 euro alla settimana che arriverà a 2 mila artisti scelti a estrazione tra 8 mila richiedenti.
Sull’isola di Epstein c’era un Pokestop di Pokemon Go ma non si sa chi è stato a metterlo lì E probabilmente non lo sapremo mai, visto che lo sviluppatore del gioco Niantic nel frattempo lo ha rimosso.

Chi ha salvato i Monty Python?

Esce il doc su George Harrison dove si spiega anche come, dopo i Beatles, ha creato una seconda icona UK

10 Aprile 2012

Terry Gilliam pochi giorni fa ha confessato a Vulture di non ridere veramente da quando ha visto l’ultima scena di Burn After Reading, per cui ha addirittura pianto.  Citazione felice per un Gilliam che da qualche anno invece rimpiange molte scelte, ultima quella -secondo lui catastrofica- di aver voluto portare i Fratelli Grimm al cinema. Per ridere ultimamente Gilliam ha bisogno di molto, moltissimo, sarcasmo. Non stupisce quindi che George Harrison: Living in the material world, il doc-movie di Martin Scorsese in uscita in Italia il 19 aprile,  inizi (anche) con una spiazzante risata di Gilliam che rivela: «l’ultima cosa che ha fatto George è stata comprarsi una casa in  Svizzera. Ah, prima di morire ha pensato alle tasse».

L’ultimo tentativo di cronistoria musicale realizzato da Martin Scorsese con protagonista George Harrison, esce in Italia con una tempistica molto casuale (ma non troppo) visto che si troverà a condividere spazi e critici con l’altro riassunto beatlesiano circa la vita di John Lennon a New York. Senza paragoni plausibili tra i mondi dei Beatles, una differenza di peso tra i due documentari sta nelle locandine: ritratto bianco e nero di Lennon, scenario acquoso per quella scelta da Scorsese  dove George Harrison fissa cauto l’obiettivo con la chioma ordinata, mentre il resto del corpo è nascosto dall’acqua cristallina di una piscina, quella di Burt Lancaster.  Ecco come si inizia a riassumere Harrison: con una foto d’epoca di lui in piscina dove non stonerebbe una b-side della cover, disegnata da Terry Gilliam magari, con la citazione de Il Senso della Vita, dove pesciolini dai visi antropomorfi parlano tra loro, solo che al posto delle facce originarie dei Python, ogni pesce dovrebbe avere i volti di Harrison, uno per ogni sua vita.

Perché il documentario di Martin Scorsese non poteva non portare tra le testimonianze quella dell’eterno americano a Londra, Terry Gilliam che per anni è stato amico, regista e visionario nella vita di George Harrison. Una presenza fugace ma ingombrante tra le testimonianze raccolte, dove Gilliam, supportato dall’ex compagno Python Eric Idle, conferma che George Harrison ha salvato i Monty Python e anzi, per qualche stagione li ha resi i nuovi Beatles d’Inghilterra. Harrison, come tutto il resto del Regno Unito, conosceva i Python soprattutto perché questi si erano messi a citare i Beatles 20 anni dopo negli sketch che li vedevano travestiti nei The Rutles, fotocopia di Lennon&Co in cui George una volta partecipò come comparsa. Un citazionismo un filo blasfemo e ancora prematuro forse, ma nulla in confronto a quello che convinse Harrison che i Monty erano il miglior  investimento emotivo della sua seconda carriera.

Meditazione, dimore in parchi principeschi e lunga barba a oscurare le emozioni, nel film George Harrison viene raccontato con cura da Eric Clapton, tra gli altri, fino a quando irrompe Idle: «io e Terry (Gilliam) avevamo conosciuto George Harrison a Los Angeles, durante la promozione del Sacro Graal». Conoscenza provvidenziale, perché quello che sarebbe stato il momento più bello per i Monty Python sarebbe divenuto un inferno di 48 ore, che un mistico George Harrison risolse ipotecando la sua casa. Mentre il sestetto inglese stava partendo per la Tunisia per iniziare le riprese di Brian di Nazareth «il giovedì mi chiamò Bernie Delfont della Emi e mi disse che aveva letto il copione, era blasfemo e staccò la spina» ammette serafico Gilliam. George Harrison una volta letto il copione invece aveva solo detto «mi piacerebbe molto vederlo». E per guardarlo finito ha messo quattro milioni di sterline, dopo solo 48 ore dalla richiesta fulminea. Così in un paio di giorni la Friar Park, il tempio della sua musica post Beatles, era diventata l’assicurazione de Brian di Nazareth.  Ma questo Gilliam e soci lo seppero solo dieci anni dopo.

Idle nel documentario ripete di nuovo una delle sue battute più celebri sull’argomento “Harrison” «si è comprato il biglietto del cinema più costoso della storia». Ma era solo l’inizio perché poi,  una volta sciamata l’epopea di Brian di Nazareth «dove George ha messo d’accordo tutti, ebrei, cattolici, protestanti…l’ha fatta grossa» ride Gilliam, Harrison avrebbe puntato sulle visioni di quell’outsider che non metteva calzamaglie e non si vestiva da donna, che non faceva ridere fuoricampo ma che realizzava collage fumetto assurdi come intro a sketch anti-Tatcher.  Yoko Ono nel film si vanta di come sia stato il suo John Lennon a promuovere un brano di George Harrison, Something, a singolo e non eterno b-side. Allo stesso modo Harrison fonda nel 1978  la HandMade film costola della sua casa discografica, la Dark Horse production, per dare a Gilliam il suo singolo, il film  Time Bandits. Oggi, mentre il Tribeca festeggia i 20 anni di indipendentismo cinematografico, 35 anni prima l’ex chitarrista dei Beatles inventava la culla del cinema indipendente inglese, capace di sfornare i tentativi solisti di Terry Gilliam come le pièce dei teatri off.

Gilliam è incerto di fronte all’ennesima iniziativa promozionale per far rivivere i Monty Python nella versione app, dove è possibile leggere il diario del making of de Alla ricerca del Sacro Graal, non lo convince. Tipico del personaggio, ed è ancora un estratto da Living in the material world a spiegarci il suo stato d’animo: «George era sconvolto dal fatto che discutessimo continuamente su cosa tenere e cosa no di Brian, non gli sembrava possibile che litigassimo tanto. Gli piaceva la nostra unione, credo che fosse perché gli mancavano i Beatles».

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