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Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.

Chi ha salvato i Monty Python?

Esce il doc su George Harrison dove si spiega anche come, dopo i Beatles, ha creato una seconda icona UK

10 Aprile 2012

Terry Gilliam pochi giorni fa ha confessato a Vulture di non ridere veramente da quando ha visto l’ultima scena di Burn After Reading, per cui ha addirittura pianto.  Citazione felice per un Gilliam che da qualche anno invece rimpiange molte scelte, ultima quella -secondo lui catastrofica- di aver voluto portare i Fratelli Grimm al cinema. Per ridere ultimamente Gilliam ha bisogno di molto, moltissimo, sarcasmo. Non stupisce quindi che George Harrison: Living in the material world, il doc-movie di Martin Scorsese in uscita in Italia il 19 aprile,  inizi (anche) con una spiazzante risata di Gilliam che rivela: «l’ultima cosa che ha fatto George è stata comprarsi una casa in  Svizzera. Ah, prima di morire ha pensato alle tasse».

L’ultimo tentativo di cronistoria musicale realizzato da Martin Scorsese con protagonista George Harrison, esce in Italia con una tempistica molto casuale (ma non troppo) visto che si troverà a condividere spazi e critici con l’altro riassunto beatlesiano circa la vita di John Lennon a New York. Senza paragoni plausibili tra i mondi dei Beatles, una differenza di peso tra i due documentari sta nelle locandine: ritratto bianco e nero di Lennon, scenario acquoso per quella scelta da Scorsese  dove George Harrison fissa cauto l’obiettivo con la chioma ordinata, mentre il resto del corpo è nascosto dall’acqua cristallina di una piscina, quella di Burt Lancaster.  Ecco come si inizia a riassumere Harrison: con una foto d’epoca di lui in piscina dove non stonerebbe una b-side della cover, disegnata da Terry Gilliam magari, con la citazione de Il Senso della Vita, dove pesciolini dai visi antropomorfi parlano tra loro, solo che al posto delle facce originarie dei Python, ogni pesce dovrebbe avere i volti di Harrison, uno per ogni sua vita.

Perché il documentario di Martin Scorsese non poteva non portare tra le testimonianze quella dell’eterno americano a Londra, Terry Gilliam che per anni è stato amico, regista e visionario nella vita di George Harrison. Una presenza fugace ma ingombrante tra le testimonianze raccolte, dove Gilliam, supportato dall’ex compagno Python Eric Idle, conferma che George Harrison ha salvato i Monty Python e anzi, per qualche stagione li ha resi i nuovi Beatles d’Inghilterra. Harrison, come tutto il resto del Regno Unito, conosceva i Python soprattutto perché questi si erano messi a citare i Beatles 20 anni dopo negli sketch che li vedevano travestiti nei The Rutles, fotocopia di Lennon&Co in cui George una volta partecipò come comparsa. Un citazionismo un filo blasfemo e ancora prematuro forse, ma nulla in confronto a quello che convinse Harrison che i Monty erano il miglior  investimento emotivo della sua seconda carriera.

Meditazione, dimore in parchi principeschi e lunga barba a oscurare le emozioni, nel film George Harrison viene raccontato con cura da Eric Clapton, tra gli altri, fino a quando irrompe Idle: «io e Terry (Gilliam) avevamo conosciuto George Harrison a Los Angeles, durante la promozione del Sacro Graal». Conoscenza provvidenziale, perché quello che sarebbe stato il momento più bello per i Monty Python sarebbe divenuto un inferno di 48 ore, che un mistico George Harrison risolse ipotecando la sua casa. Mentre il sestetto inglese stava partendo per la Tunisia per iniziare le riprese di Brian di Nazareth «il giovedì mi chiamò Bernie Delfont della Emi e mi disse che aveva letto il copione, era blasfemo e staccò la spina» ammette serafico Gilliam. George Harrison una volta letto il copione invece aveva solo detto «mi piacerebbe molto vederlo». E per guardarlo finito ha messo quattro milioni di sterline, dopo solo 48 ore dalla richiesta fulminea. Così in un paio di giorni la Friar Park, il tempio della sua musica post Beatles, era diventata l’assicurazione de Brian di Nazareth.  Ma questo Gilliam e soci lo seppero solo dieci anni dopo.

Idle nel documentario ripete di nuovo una delle sue battute più celebri sull’argomento “Harrison” «si è comprato il biglietto del cinema più costoso della storia». Ma era solo l’inizio perché poi,  una volta sciamata l’epopea di Brian di Nazareth «dove George ha messo d’accordo tutti, ebrei, cattolici, protestanti…l’ha fatta grossa» ride Gilliam, Harrison avrebbe puntato sulle visioni di quell’outsider che non metteva calzamaglie e non si vestiva da donna, che non faceva ridere fuoricampo ma che realizzava collage fumetto assurdi come intro a sketch anti-Tatcher.  Yoko Ono nel film si vanta di come sia stato il suo John Lennon a promuovere un brano di George Harrison, Something, a singolo e non eterno b-side. Allo stesso modo Harrison fonda nel 1978  la HandMade film costola della sua casa discografica, la Dark Horse production, per dare a Gilliam il suo singolo, il film  Time Bandits. Oggi, mentre il Tribeca festeggia i 20 anni di indipendentismo cinematografico, 35 anni prima l’ex chitarrista dei Beatles inventava la culla del cinema indipendente inglese, capace di sfornare i tentativi solisti di Terry Gilliam come le pièce dei teatri off.

Gilliam è incerto di fronte all’ennesima iniziativa promozionale per far rivivere i Monty Python nella versione app, dove è possibile leggere il diario del making of de Alla ricerca del Sacro Graal, non lo convince. Tipico del personaggio, ed è ancora un estratto da Living in the material world a spiegarci il suo stato d’animo: «George era sconvolto dal fatto che discutessimo continuamente su cosa tenere e cosa no di Brian, non gli sembrava possibile che litigassimo tanto. Gli piaceva la nostra unione, credo che fosse perché gli mancavano i Beatles».

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