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23:13 giovedì 4 giugno 2026
La notizia di Martin Scorsese che decide di usare l’AI per disegnare gli storyboard dei suoi film non poteva essere accolta peggio Il regista ha annunciato una collaborazione con una start up AI tedesca. La reazione è stata notevolmente negativa.
ll governo tedesco ha approvato una riforma che equipara i club ai teatri e li protegge dalla speculazione immobiliare Si spera così di fermare la Clubsterben, la morte dei club, una crisi gravissima che in questi anni ha portato alla chiusura di decine di locali storici.
Il brand di skincare The Ordinary se la sta prendendo con l’assurdo marketing e i prezzi folli dei brand di skincare “Buy the ingredients, not the hype”, si intitola la nuova campagna del brand, in cui a prodotti di uso comune viene applicata la stessa maggiorazione di prezzo che si usa con gli ingredienti dei cosmetici.
Phoebe Bridgers ha organizzato un concerto a sorpresa al Madison Square Garden di New York e i biglietti costano un dollaro Il concerto è previsto per questa sera e varrà la solita regola a cui Bridgers tiene molto: niente telefoni.
Per la prima volta al mondo, una cittadina in California ha votato per impedire totalmente e permanentemente la costruzione di data center È successo a Monterey Park, dove l'86 per cento dei cittadini ha votato per vietare per sempre la costruzione di data center.
A Oxford sta per aprire la prima libreria che vende esclusivamente romantasy Si chiama Bad Girl Books e l'ha aperta Starlin Marot, che prima di diventare libraia faceva la tiktoker. La booktoker, per la precisione. Di romantasy, ovviamente.
L’ultima moda tra i miliardari è comprarsi lo scheletro di un dinosauro Vengono battuti per milioni di dollari dalle più prestigiose case d'asta del mondo e acquistati da miliardari che si sono un po' stufati delle "normali" opere d'arte.
Sempre più giovani si dedicano al solomaxxing, cioè rimanere single perché per trovare un partner servono troppo tempo e troppi soldi Essere single non per scelta sentimentale o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito medio non copre più.

Chi ha salvato i Monty Python?

Esce il doc su George Harrison dove si spiega anche come, dopo i Beatles, ha creato una seconda icona UK

10 Aprile 2012

Terry Gilliam pochi giorni fa ha confessato a Vulture di non ridere veramente da quando ha visto l’ultima scena di Burn After Reading, per cui ha addirittura pianto.  Citazione felice per un Gilliam che da qualche anno invece rimpiange molte scelte, ultima quella -secondo lui catastrofica- di aver voluto portare i Fratelli Grimm al cinema. Per ridere ultimamente Gilliam ha bisogno di molto, moltissimo, sarcasmo. Non stupisce quindi che George Harrison: Living in the material world, il doc-movie di Martin Scorsese in uscita in Italia il 19 aprile,  inizi (anche) con una spiazzante risata di Gilliam che rivela: «l’ultima cosa che ha fatto George è stata comprarsi una casa in  Svizzera. Ah, prima di morire ha pensato alle tasse».

L’ultimo tentativo di cronistoria musicale realizzato da Martin Scorsese con protagonista George Harrison, esce in Italia con una tempistica molto casuale (ma non troppo) visto che si troverà a condividere spazi e critici con l’altro riassunto beatlesiano circa la vita di John Lennon a New York. Senza paragoni plausibili tra i mondi dei Beatles, una differenza di peso tra i due documentari sta nelle locandine: ritratto bianco e nero di Lennon, scenario acquoso per quella scelta da Scorsese  dove George Harrison fissa cauto l’obiettivo con la chioma ordinata, mentre il resto del corpo è nascosto dall’acqua cristallina di una piscina, quella di Burt Lancaster.  Ecco come si inizia a riassumere Harrison: con una foto d’epoca di lui in piscina dove non stonerebbe una b-side della cover, disegnata da Terry Gilliam magari, con la citazione de Il Senso della Vita, dove pesciolini dai visi antropomorfi parlano tra loro, solo che al posto delle facce originarie dei Python, ogni pesce dovrebbe avere i volti di Harrison, uno per ogni sua vita.

Perché il documentario di Martin Scorsese non poteva non portare tra le testimonianze quella dell’eterno americano a Londra, Terry Gilliam che per anni è stato amico, regista e visionario nella vita di George Harrison. Una presenza fugace ma ingombrante tra le testimonianze raccolte, dove Gilliam, supportato dall’ex compagno Python Eric Idle, conferma che George Harrison ha salvato i Monty Python e anzi, per qualche stagione li ha resi i nuovi Beatles d’Inghilterra. Harrison, come tutto il resto del Regno Unito, conosceva i Python soprattutto perché questi si erano messi a citare i Beatles 20 anni dopo negli sketch che li vedevano travestiti nei The Rutles, fotocopia di Lennon&Co in cui George una volta partecipò come comparsa. Un citazionismo un filo blasfemo e ancora prematuro forse, ma nulla in confronto a quello che convinse Harrison che i Monty erano il miglior  investimento emotivo della sua seconda carriera.

Meditazione, dimore in parchi principeschi e lunga barba a oscurare le emozioni, nel film George Harrison viene raccontato con cura da Eric Clapton, tra gli altri, fino a quando irrompe Idle: «io e Terry (Gilliam) avevamo conosciuto George Harrison a Los Angeles, durante la promozione del Sacro Graal». Conoscenza provvidenziale, perché quello che sarebbe stato il momento più bello per i Monty Python sarebbe divenuto un inferno di 48 ore, che un mistico George Harrison risolse ipotecando la sua casa. Mentre il sestetto inglese stava partendo per la Tunisia per iniziare le riprese di Brian di Nazareth «il giovedì mi chiamò Bernie Delfont della Emi e mi disse che aveva letto il copione, era blasfemo e staccò la spina» ammette serafico Gilliam. George Harrison una volta letto il copione invece aveva solo detto «mi piacerebbe molto vederlo». E per guardarlo finito ha messo quattro milioni di sterline, dopo solo 48 ore dalla richiesta fulminea. Così in un paio di giorni la Friar Park, il tempio della sua musica post Beatles, era diventata l’assicurazione de Brian di Nazareth.  Ma questo Gilliam e soci lo seppero solo dieci anni dopo.

Idle nel documentario ripete di nuovo una delle sue battute più celebri sull’argomento “Harrison” «si è comprato il biglietto del cinema più costoso della storia». Ma era solo l’inizio perché poi,  una volta sciamata l’epopea di Brian di Nazareth «dove George ha messo d’accordo tutti, ebrei, cattolici, protestanti…l’ha fatta grossa» ride Gilliam, Harrison avrebbe puntato sulle visioni di quell’outsider che non metteva calzamaglie e non si vestiva da donna, che non faceva ridere fuoricampo ma che realizzava collage fumetto assurdi come intro a sketch anti-Tatcher.  Yoko Ono nel film si vanta di come sia stato il suo John Lennon a promuovere un brano di George Harrison, Something, a singolo e non eterno b-side. Allo stesso modo Harrison fonda nel 1978  la HandMade film costola della sua casa discografica, la Dark Horse production, per dare a Gilliam il suo singolo, il film  Time Bandits. Oggi, mentre il Tribeca festeggia i 20 anni di indipendentismo cinematografico, 35 anni prima l’ex chitarrista dei Beatles inventava la culla del cinema indipendente inglese, capace di sfornare i tentativi solisti di Terry Gilliam come le pièce dei teatri off.

Gilliam è incerto di fronte all’ennesima iniziativa promozionale per far rivivere i Monty Python nella versione app, dove è possibile leggere il diario del making of de Alla ricerca del Sacro Graal, non lo convince. Tipico del personaggio, ed è ancora un estratto da Living in the material world a spiegarci il suo stato d’animo: «George era sconvolto dal fatto che discutessimo continuamente su cosa tenere e cosa no di Brian, non gli sembrava possibile che litigassimo tanto. Gli piaceva la nostra unione, credo che fosse perché gli mancavano i Beatles».

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