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Meloni e Trump s’erano tanto amati ma adesso si stanno tanto insultando Lui ha detto di essersi fatto una foto con lei «perché mi ha fatto pena». Lei ha detto che lui «si è inventato tutto». Fino a ieri andavano d'amore e d'accordo.
Persino J.D. Vance si è stufato delle deliranti uscite di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sull’accordo di pace con l’Iran «Trump è l'unico capo di Stato al mondo solidale con Israele. Non attaccherei l'unico alleato che mi è rimasto», ha detto in conferenza stampa il Vicepresidente USA.
In Giappone sono tutti indignati per lo scandalo del “cartello del gelato”, cioè di un gruppo di aziende che si sono messe d’accordo per aumentare continuamente il prezzo del gelato Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
La Nazionale francese ha deciso che dopo ogni gol che segna al Mondiale nello stadio deve partire One More Time dei Daft Punk a tutto volume In questa edizione del Mondiale tutte le Nazionali hanno dovuto scegliere un "inno da gol". C'è anche una playlist ufficiale che li raccoglie tutti.
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.
Un videogioco in cui si gioca a nascondino ha venduto tre milioni di copie in appena una settimana Si intitola Meccha Chameleon e, oltre ad aver venduto tre milioni di copie, è diventato popolarissimo anche su TikTok, Twitch e YouTube.

LinkedIn non è Tinder, ma certe volte gli somiglia

Il social professionale è uno spazio strano, a volte imbarazzante, non solo per l'esibizione dei curriculum ma anche perché alcuni lo usano come una dating app.

11 Gennaio 2021

Forse la maggior parte delle persone pensa che LinkedIn sia un database di curriculum, e lo pensavo anche io fino a qualche mese fa. Poi ho seguito una conferenza online sul marketing e la mia vita, purtroppo, è cambiata. Finita l’università, ho capito che, anche se avevo sempre considerato il marketing come la manifestazione dell’Anticristo, avrei dovuto imparare a vendermi. Quindi ho deciso di iscrivermi alla newsletter del “Financial Success Summit for Translators” (forse la prima volta nella storia in cui “traduzione” e “successo” sono apparse nella stessa frase) e per circa una settimana ho ricevuto notifiche di nuovi eventi. Dopo una serie di conferenze deludenti, una speaker ha catturato la mia attenzione. Parlava con sicurezza, dal salone di casa sua (divani bianchi, luci soffuse), gesticolando piano e snocciolando consigli su come diventare “la capa di te stessa”. Il segreto del suo successo (e quindi del mio)? LinkedIn. Quando ho capito che lo sfondo dietro era falso (penso fosse uno di questi), era troppo tardi: avevo già resuscitato la mia pagina LinkedIn.

Con il passare del tempo, ho capito che LinkedIn è un social come un altro, e che come tutti i social, ha le sue dinamiche: ci sono le LinkedIn Star, che si chiamano in realtà Linkedin Top Voices, e ogni Paese ha le sue. Ho imparato che anche LinkedIn ha la sua grammatica, fatta di post di una lunghezza assurda che contengono  racconti edificanti divisi in paragrafi minuscoli. L’articolo che spiega meglio questa dinamica recita: «Racconta un tuo fallimento. Poi raccontane un altro. Spiega come hai reagito. Racconta di come hai insistito, nonostante nessuno credesse in te. Inizia ogni frase con le stesse parole. Poi spiega come hai semplicemente <inserisci un cliché sulla forza di volontà, la pratica o un cambiamento di prospettiva qui». (E, mi raccomando, lascia un sacco di spazio tra una frase e l’altra)». Anche se per Treccani il termine cringe ha appena «intinto un alluce» nella lingua italiana, per me non c’è contesto più calzante per usarlo.

Nel 2022, LinkedIn soffierà le candeline sulla sua ventesima torta di compleanno e se c’è una cosa che forse abbiamo capito sui social è che, a differenza dei vini, invecchiano abbastanza male. Basta pensare al defunto Snapchat, che ad oggi riposa in pace con tutti i nudini che avevamo inviato grazie a lui quando pensavamo che mandare nudini fosse una cosa così scabrosa. Poi è arrivato il 2020 e insomma, si è fatta di necessità virtù. Ma torniamo al sito che promette di farti «entrare in contatto con le persone e i temi che contano nel tuo mondo professionale». Quando io sono tornata su LinkedIn, forte delle quattro nozioni di personal branding che avevo appreso per puro caso, il progetto di R. Hoffman stava vivendo il suo momento peggiore. Se mi fossi iscritta prima della pandemia, avrei trovato ancora un social nella sua epoca d’oro. Poi il covid ha messo in crisi l’economia mondiale e sfornato milioni e milioni di lavoratori in difficoltà che, mentre aspettavano il bonus partite Iva, si sono riversati su LinkedIn. Ma questo non è stato neanche il problema peggiore. La grande deriva che ho visto nei miei scarsi mesi di partecipazione attiva (sì, cercate i miei post e fatevi due risate) è quella personale. Il personale è politico, si diceva negli anni Settanta. Su LinkedIn, spesso il personale è professionale e viceversa.

LinkedIn non è Tinder, ma certe volte gli somiglia fin troppo. Molte delle richieste che le lavoratrici ricevono – me compresa – sono di perfetti sconosciuti con zero collegamenti in comune e un lavoro da Area Sales Manager in Kerala. Che faccio, accetto? Ma mi si nota meno se accetto e poi non rispondo o se non accetto? Alla fine, io uno l’ho accettato. Non un Sales Manager del Kerala, ma una persona che lavora nel mio ambito e con cui avevo una decina di contatti in comune. Mi sono detta: cosa potrebbe andare storto? Siamo tutti professionisti qui, e il nostro vanto è essere professionali e scrivere “Thank you for connecting” in privato e commentare con “Congratulations!” quando un collega ti soffia un lavoro. Io e il mio nuovo sconosciuto abbiamo iniziato a parlare, anzi, a chiacchierare.

Dopo qualche battuta sui cantanti italiani neomelodici, mi ha chiesto di vederci su Skype. Ho detto di no. Ha insistito. Mi ha scritto molti altri messaggi, buonanotte e buongiorno come i fidanzatini premurosi. Ha commentato tutti i miei post, solo per farmi sapere che c’era, che lui era lì, e mi aspettava. Alla fine l’ho bloccato. Credo che il tasto “Blocca utente” sia l’emblema del fallimento della nostra società e lo uso con la stessa parsimonia con cui uso i sieri idratanti la mattina, ma avevo smesso di sentirmi al sicuro quindi l’ho fatto. Era un professionista non professionale, e in fondo se lo meritava.

Ho scoperto che il mio sconosciuto non era l’unico ad aver scambiato il messaggio “La tua richiesta di contatto è stata accettata” con “It’s a Match!”. Esiste l’hashtag #keeplinkedinprofessional e ogni volta che l’ho visto ho letto delle storie assurde. «Nelle ultime 24 ore, 2 mie colleghe hanno ricevuto avance esplicite su #LinkedIn da altrettanti colleghi. Avere un job title altisonante vi autorizza? No, non credo». Non solo quindi gli sconosciuti, ma spesso anche i colleghi. E a volte, anche gli ex.

Certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano con un messaggino su LinkedIn. Certi amori, però, prima ti avevano cercata, in ordine, per messaggio, su Facebook e ti avevano anche spedito qualche lettera, un espediente che mi fa pensare che la cavalleria non sia morta, ma che sarebbe anche ora. Certi amori usano i profili LinkedIn dei loro amici per continuare a dirti che ti amano, anche se stanno con un’altra su Facebook. Ma Facebook è un altro social, qui siamo su LinkedIn, dove tutto sembra concesso. Come tutto sembra concesso quando si ha dall’altra parte dello schermo una donna.

Una volta al mese almeno faccio la stessa ricerca su Google: «ma Linkedin fa male alla salute mentale?». Nessuno lo dice, ma io credo di sì. E non fa male perché è il Far West delle relazioni (professionali e non), perché non sono una di quelle femministe radicalissime, io. Ho ancora Il secondo sesso intonso sul comodino, figuratevi. Dico solo che, tra la compagna delle medie che lavora per Google (era un tirocinio), quella delle superiori che vive a Manhattan (con la borsa di studio) e gli annunci che chiedono candidati tra i 25 e i 30 anni con 15 anni di esperienza, il minimo che possiamo fare è essere delle persone decenti l’uno con l’altro. Decenti, che con professionali ho perso la speranza da tempo.

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