Hype ↓
17:33 domenica 15 febbraio 2026
Sull’isola di Epstein c’era un Pokestop di Pokemon Go ma non si sa chi è stato a metterlo lì E probabilmente non lo sapremo mai, visto che lo sviluppatore del gioco Niantic nel frattempo lo ha rimosso.
Alla Berlinale, il Presidente della giuria Wim Wenders è stato criticatissimo per aver detto che «il cinema deve stare lontano dalla politica» Lo ha detto durante la conferenza stampa di presentazione del festival, rispondendo a una domanda su Israele e Palestina.
È scoppiato un grosso scandalo attorno al più famoso e lussuoso ristorante del mondo, il Noma di Copenaghen Un ex dipendente sta raccogliendo e pubblicando decine di accuse nei confronti dello chef René Redzepi: si va dagli abusi psicologici alla violenza fisica.
Per il suo centenario, E/O ripubblicherà tutta l’opera di Christa Wolf con le copertine degli anni Ottanta Si comincia il 9 aprile con la riedizione di Cassandra.
James Blake presenterà il suo nuovo disco con una listening session gratuita in Triennale Milano Trying Times, questo il titolo del disco, esce il 13 marzo. Con questo evento in Triennale, Blake lo presenta per la prima volta al pubblico.
Gisele Pelicot ha scritto un memoir in cui racconta tutto quello che ha passato dal giorno in cui ha scoperto le violenze del suo ex marito Il libro uscirà in contemporanea in 22 Paesi il 19 febbraio. In Italia sarà edito da Rizzoli e tradotto da Bérénice Capatti.
Le cure per il cancro sono costate così tanto che la famiglia di James Van Der Beek è rimasta senza risparmi ed è stata costretta a lanciare una raccolta fondi In nemmeno due giorni, 42 mila persone hanno fatto una donazione e sono stati raccolti più di 2 milioni di dollari.
Anna Wintour e Chloe Malle hanno fatto la loro prima intervista insieme ed è talmente strana che non si capisce se fossero serie o scherzassero L'ha pubblicata il New York Times, per discutere del futuro di Vogue. Si è finiti a parlare di microespressioni e linguaggio del corpo.

Le cose preferite – Albicocche, aeroporti, Volvo

Un nuova rubrica dove si recensisce qualunque cosa, a patto che sia personale.

16 Giugno 2016

Le cose preferite è una nuova rubrica aperiodica: di tanto in tanto una firma di Studio sceglierà tre “cose” a cui è legato, un frutto o un tipo di vestiario o un’esperienza, da descrivere in poche frasi.

fruit-386594_960_720

Albicocche

Non è una questione di ricordi e sensazioni sinestetiche di piacere, come spesso accade con le cose che mangiamo, per colpa di Proust. Le albicocche sono buone, forse sono il mio frutto preferito, certo lo sarebbe l’ananas se non si dovesse sbucciare sempre con un coltello e se non fosse così ingombrante da portarsi in giro, ti immagini camminare con un ananas nella tasca della giacca? No. È più una questione di design e funzionalità: in questo rivaleggiano con le banane, ma sono più resistenti, più tascabili ancora, ci puoi giocare facendole saltare sul palmo di una mano come con una palla da baseball. Sono soffici, tra il velluto e la ciniglia, e di un colore estivo ma non banale, il colore dei tramonti sul mare quando agosto sta finendo. Soprattutto, a differenza di altri frutti con il nocciolo, non sono difficili da mangiare. Si preme leggermente con i pollici sulla scanalatura, e l’albicocca si lascia aprire in due metà uguali. Infine, sono sexy. L’albicocca non è contemplata quasi mai nella metafora erotica, è sempre la pesca e infatti c’è un’espressione inglese che è peach butt, eppure dal punto di vista della funzionalità una pesca va sbucciata, una pesca non è di un colore uniforme ma passa da zone ocra a zone di rosso pompeiano, o borgogna, o carminio. Invece nella sensualità dell’albicocca c’entra, credo, proprio il colore: l’albicocca ha il colore della pelle abbronzata a giugno luglio agosto settembre, l’albicocca ha le lentiggini, e poi c’entra ancora quella sensazione soffice al tatto, che mi ricorda sempre la pelle, sempre in estate, forse con derivazioni a rischio Humbert Humbert, ma anche questo è tipico delle albicocche: il nome deriva dall’arabo al-barqūq, derivato a sua volta da una parola latina che significa “precoce”. Perché l’albicocco matura prima degli altri alberi da frutto, ma insomma.

BRAZIL-TRANSPORT-AIRPORT-RIO DE JANEIRO

Aeroporti

Non mi piace volare. Non mi piace perché ho paura di cadere, perché una volta saliti su un aereo e allacciate le cinture di sicurezza non si ha il controllo di ciò che può succedere, perché a differenza di un’automobile o di una moto i problemi che si possono incontrare durante un volo non sono ostacoli da evitare in autostrada, bensì qualcosa di più spaventoso, invisibile e quasi immanente. Invece in aeroporto sto bene. Mi piace in particolare arrivare in anticipo di molte ore per poter stare a oziare e passeggiare nel duty free o nei negozi, bere birra fino a raggiungere una sensazione di rilassata ubriachezza, perdere tempo sfogliando ogni rivista e magari comprarne anche molte. Osservare chi osserva gli abiti Brook’s Brothers e immaginare che tipo di persona dev’essere la persona che sceglie di comprare un abito in aeroporto. Soprattutto, guardare gli aerei. Non mi piace volare ma mi piacciono gli aeroplani. La mia è una sorta di contemplazione estatica, nel vero senso di quel sentimento chiamato awe dai romantici inglesi, terrore e irresistibile attrazione, che è in un certo senso quello che ci prende quando osserviamo dal vivo un grosso felino che potrebbe divorarci, e un leviatano da 400 tonnellate con turbine grandi quanto un salotto. E poi le ali, così pesanti e così assurdo, a pensarci, che se ne stiano attaccate alla fusoliera con quei pochi bulloni. Anche gli stessi bulloni, come lentiggini, affascinanti da guardare e da temere: saranno tutti-tutti stretti a dovere? Poi, le piste. Camminare su una pista, una distesa di cemento e nessun albero nessun uccello né altri animali è una delle esperienze più culturali che esistano, considerando il (dubbio) schema dicotomico tra natura e cultura. È sempre più raro, oggi, essere sbarcati direttamente in pista: spesso si passa dalla cabina direttamente in un finger che conduce a un gate, oppure, scendendo una rampa di scale, su un autobus-navetta. Eppure l’esperienza di toccare la pista, silenziosa e aliena e sterminata, è essenziale al concetto stesso di viaggio, alla consapevolezza di essersi spostati da un luogo a un altro. È la zona franca, è quello che sono le scale per Perec tra un appartamento e l’altro.

6070662413_c5cb34b6b4_o

Volvo

Quando sono nato mio padre guidava una Honda Civic Shuttle, una bellissima semi-monovolume spigolosa e bianca; la vendette e comprò una Toyota Celica, di cui si liberò presto per il ridotto spazio per i viaggi; comprò una Toyota Corolla, poi decise di passare alle Volvo. I miei ricordi più nitidi sono legati a quelle auto, grandi berline familiari robuste e sicure, le 850, le T70 dopo. In quegli anni – il finire dei Novanta, l’inizio degli Zero – andavamo ogni estate in Liguria, ogni estate era la Serravalle da Milano a Genova, l’Autogrill di Dorno come primo checkpoint in cui produrre serotonina al concretizzarsi del pensiero “vacanza”, la paura silenziosa passando da Tortona per i fatti di cronaca (salvo scoprire, con anni di ritardo, che si trattava di un altro cavalcavia, su un’altra autostrada), i primi compact disc masterizzati di Dalla e Battisti e Carboni, e con il passare degli anni anche i primi viaggi sul sedile anteriore, con mia madre dietro ad accudire il fratello neonato. Mio padre andava veloce, e io, bambino, ne ero felice ed elettrizzato, ancora non conoscevo una serie di piccole nevrosi con cui convivo più o meno pacificamente oggi come la paura della velocità. O forse era la Volvo, il suo senso di sicurezza e stabilità non solo automobilistica, il soft power socialdemocratico scandinavo, un welfare da invidiare nelle chiacchiere banali al pranzo di Natale. Erano anni pre-crisi, una sorta di paradiso perduto dell’infanzia e della prima adolescenza, violato per complicate vicende economico-familiari prima, per la necessità di vivere a partita Iva successivamente, ereditando pure una oggi scassatissima Ford Fiesta vecchia sedici anni. Le Volvo, ancora oggi, mi parlano di senso di protezione, di riparo giovanile da tutto ciò che è diventato poi sinonimo di vita, come i condomini di piastrelle lucide delle vie meno trafficate del centro di Milano, di bambini felici, di seconde case al mare, di un benessere borghese che, mi dico oggi, non è davvero quello che voglio, o forse sì, in una forma diversa, non lo so davvero. Le Volvo sono nostalgia.

Copertina: elaborazione grafica di Filippo Nicolini.
Articoli Suggeriti
Social Media Manager

Leggi anche ↓
Social Media Manager

Ripensare tutto

Le storie, le interviste, i personaggi del nuovo numero di Rivista Studio.

Il surreale identikit di uno degli autori dell’attentato a Darya Dugina diffuso dai servizi segreti russi

La Nasa è riuscita a registrare il rumore emesso da un buco nero

Un algoritmo per salvare il mondo

Come funziona Jigsaw, la divisione (poco conosciuta) di Google che sta cercando di mettere la potenza di calcolo digitale del motore di ricerca al servizio della democrazia, contro disinformazione, manipolazioni elettorali, radicalizzazioni e abusi.