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Grazie al successo dell’Odissea di Nolan, il Met di New York ha deciso di esporre al pubblico la più antica “copia” esistente dell’Odissea di Omero Un papiro risalente all'Egitto tolemaico, che contiene tre versi assenti nella versione canonica dell'opera.
Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.

La Rimet di Taranto

Una coppa scomparsa da anni, forse venti, forse sessanta. Una coppa ritrovata per caso, ricomprata dai tifosi, restituita alla città, esposta come se fosse stata vinta ieri. L'incredibile odissea del trofeo di Serie C 1953-54, la Rimet pugliese.

14 Novembre 2014

C’entrano il calcio, l’amore, la storia, i tifosi, e allargando c’è spazio per un’ipotetica Raffaella Carrà, come madrina inconsapevole di una vicenda di pallone così intensa da far sorridere pure un oggetto inanimato come una coppa, peraltro di sessant’anni fa. Tipo il parente andato in Argentina in tempi dimenticati, di cui si erano persi i contatti, ritrovato dalla tivvù e portato in studio per un abbraccio e tante lacrime e per colmare quella lunga lontananza con un sorriso autentico. È un format che esce dall’apparecchio domestico e arriva in uno stadio, coinvolge una coppa in argento che il Taranto, allora Arsenaltaranto, aveva vinto nel 1954 e non aveva più. Dispersa nei rivoli dei fallimenti, nei cambi di società, nell’avvicendarsi frenetico di proprietari a volte generosi, a volte avventurieri, a volte cialtroni. Dicono che quella coppa, almeno fino al 1993, fosse rimasta al Taranto. Poi il fallimento più doloroso (appena retrocesso dalla B alla C, radiato e rotolato fino alla serie D) e la dispersione vera di pezzi di storia.

Quel campionato di Serie C lo vinsero in due: Parma e Arsenaltaranto. Giocando anche l’ultima partita l’uno contro l’altro.

Come una coppa d’argento, appunto, con impressa la scritta «squadra vincente campionato di Serie C 1953-54», una delle gioie da difendere tra un guaio passato e l’altro. Quel campionato di Serie C lo vinsero in due: Parma e Arsenaltaranto. Giocando anche l’ultima partita l’uno contro l’altro, con i tarantini in grado di battere gli emiliani in casa e affiancarsi in testa (a quota 43, davanti al Venezia fermo a 42) e festeggiare insieme. L’Arsenaltaranto lo guidava Raffaele Costantino, da calciatore il primo ad arrivare in Nazionale senza aver prima giocato in Serie A. In campo, nella partita decisiva, c’erano Rossetti, Tagliamento, Manzella, Castignani, Bernardel, Fabrello, V. Castellano, Gobatto, Giorgis, Ferrari, Cuoghi, mentre nel Parma di Carlo Alberto Quario c’erano Menozzi, Cocconi, Taucar, Griffith, Bordignon, Darni, Fabbri, Vycpalek, Sangiorgi, Guidazzi, Korostelev. Due minuti e gol di Castignani (arbitrava Lo Bello di Siracusa) e gioia comune, di cui era sbiadito ormai persino il ricordo, nonostante le cronache parlassero di 15mila spettatori, di tripudio di folla e mortaretti e delle due squadre a festeggiare insieme, omaggiate dall’allora prefetto di Taranto Aurelio Gaipa.

Perché la memoria, senza custodia, rischia di essere un pugno di sabbia tra le mani e di disperdersi con un soffio di vento. Non era rimasto niente di quella vittoria, nemmeno lo stadio intitolato a Valentino Mazzola, nel frattempo a Taranto sostituito da un palazzetto che porta lo stesso nome e che dell’impianto precedente ha conservato solo l’ingresso monumentale. Niente, nemmeno la Coppa. Ritrovata all’improvviso, sessant’anni dopo, come segno dei tempi cambiati, su eBay. Non all’asta, ma in vendita: 4.000 euro non trattabili, senza rilanci e nemmeno sconti. L’ha messa un tarantino emigrato a Firenze, collezionista che della Coppa era entrato in possesso in modo dicono assolutamente legittimo (qui c’è un video girato in casa sua, la Coppa si vede da questo punto in poi). A quel punto un tifoso non si domanda perché un pezzo di storia sia in vendita: mira a riprenderselo. Almeno, ai tifosi del Taranto accade così.

Qui si mettono insieme soldi da raccogliere e brandelli di memoria da condividere, si rimette insieme una Coppa che è in giro da sessant’anni ed è fuggita di casa, ha seguito percorsi misteriosi che se fossero stati tentativi di furto o furti e basta invece di voragini createsi in una storia con troppe rotture avrebbero assimilato questo trofeo d’argento massiccio, bello e pesante, alla più illustre Rimet che ha una platea più ampia e una storia controversa. La piccola Rimet di Taranto non ha nazisti di mezzo, furbi funzionari federali, cani da leggenda e astuti ladri brasiliani: ha un tifoso che decide di vendere, altri che lo scoprono e un gioioso e coraggioso commando che organizza il rientro. Chi vende è a Firenze, chi agisce è la Fondazione Taras, il trust dei tifosi che ha salvato il pallone di Taranto nell’estate del 2012 e che ora è titolare del cinque per cento della nuova società. Si fa rappresentante della memoria e portatore delle istanze di chi tifa e, come tale, è il vero proprietario del club, e anche della sua storia. Infatti «quella Coppa doveva tornare ai tifosi: dagli anni cinquanta sono cambiati presidenti, proprietari, allenatori, dirigenti, giocatori, ma i tifosi sono rimasti» dice Gianluca Mongelli, presidente eletto dai quasi 2.200 associati, tutti tifosi, tutti proprietari anche fisici e non solo morali di un po’ di Taranto. Tutti ora parte di quel gesto eroico compiuto per riannodare i fili con un campionato vinto nel 1954 e portarne il simbolo a casa, con una staffetta di passione: un tifoso che parte da Bologna per Firenze, stacca l’assegno di 4.000 euro frutto del sacrificio di alcuni appassionati, torna a Casalecchio di Reno e passa il trofeo a un tarantino arrivato da Udine e pronto a riportarla in città. E giacché le storie belle hanno anche le loro coincidenze, il tifoso di Udine arriva a Taranto mentre la Fondazione è in assemblea con i suoi associati e per la prima volta c’è anche il nuovo presidente del Taranto. Per dare un tono solenne al ritorno a casa della Coppa inseguita e riscoprire forme di commozione sopite da anni di traguardi mancati. Il passato viene in soccorso e viene esposto, al centro del campo prima di Taranto-Arzanese.

Il resto dello stadio applaude il sacrificio e condivide la gioia e ora c’è pure chi condividerà la generosità, visto che è partita la sottoscrizione per raggiungere la somma sborsata per la Coppa: «Quando l’abbiamo messa al centro del campo – dice Mongelli – avevamo dentro di noi sensazioni bellissime. Quella Coppa è ora simbolo del nostro attaccamento, del nostro amore. C’è dentro l’unità dei tifosi, con i ragazzi della Curva che ci hanno spronato a riprendere il trofeo anche contribuendo economicamente, che non vogliono mollare nulla. Ci ha pure portato fortuna, visto che abbiamo ribaltato il risultato nei minuti finali e abbiamo vinto. È stato come fare festa per un campionato vinto sessant’anni fa, che moltissimi nemmeno hanno vissuto. Ma non è un richiamo alla nostalgia, né un invito a vivere con il torcicollo: è un riappropriarsi di quello che è nostro, e sarà nostro per sempre. Usandolo come molla per tornare lì e come auspicio per una rinascita vera». Ricordarsi di un passato fatto anche di successi è uno stratagemma. Intanto la Coppa è tornata, ed è essa stessa una vittoria. Anche senza la Carrà, ma con le lacrime.

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