, questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
Alley Cats è esattamente il tipo di serie che ci si aspetterebbe da Ricky Gervais: divertente, ironica, sarcastica, non arbitrariamente e qualunquisticamente scorretta, pungente, sveglia e brillante, in continuo divenire (quantomeno dal punto di vista della scrittura). E poi è piena di gatti. Qualcuno per descriverla ha detto che è una specie di The Office, ma animata e con un gruppo di felini. In realtà, è una via di mezzo di tante cose e funziona soprattutto perché, alla fine, trova una sua direzione e una sua forma. Potrebbe essere la prima stagione di molte altre, e allo stesso tempo potrebbe finire così, come una miniserie.
Alley Cats è composta da sei episodi, e ogni episodio dura tra i quindici e i venti minuti. È animata, ma non è sull’animazione – intesa come linguaggio – che si regge maggiormente. La cosa più importante di Alley Cats è la scrittura, firmata dallo stesso Gervais, che è anche regista, showrunner e protagonista. E quindi sono importanti i dialoghi, i battibecchi, le sfuriate e i continui confronti tra i personaggi.
Quattro gatti, più o meno
Sulla carta, Alley Cats si presenta come una serie semplicissima: più o meno succedono sempre le stesse cose; buona parte delle puntate è ambientata negli stessi luoghi, e i movimenti dei protagonisti, di questi gatti randagi, tutti diversi, particolari, estremamente caratterizzati, sono minimi. Gus, il capobanda, è un gatto rosso in sovrappeso, lento, sempre pronto a lamentarsi e a chiamare Ponce, l’unico gatto di casa del gruppo, cunt. Poi ci sono Puke, ossessionato dal sesso e con una pessima igiene personale, Fang, la spalla di Gus, sia comica che fisica, Olive e Lara, di cui Gus è innamorato. Tutto nella quotidianità di questi gatti cambia quando incontrano Kitten, un cucciolo che si è smarrito e ha perso la sua famiglia di umani. Comincia così un viaggio tra i palazzi, le strade e i parchi per riportarlo a casa, e ogni scusa è buona per riflettere sulla vita, sulla morte, su quello che significa far parte di un gruppo ed essere felici e, di contro, tristi.
In questo Alley Cats somiglia molto ad After Life, con la differenza che Gus, il personaggio di Gervais, è spesso quello più positivo, quello che invita gli altri a non abbattersi e ad andare avanti – è anche il personaggio che, da un punto di vista puramente affettivo, subisce di più. Per molte cose, Alley Cats è assurda. Ed è la sua assurdità a renderla così interessante. Le animazioni sono legnose, i disegni estremamente semplificati, eppure funzionano. Le scene principali, lo dicevamo poco fa, sono ambientate negli stessi posti, in questa casa abbandonata, dove Gus e il suo gruppo si sono stabiliti e passano le mattinate a guardare la televisione e a commentare quello che fanno gli esseri umani. Per Gervais, Alley Cats si trasforma in un’occasione per parlare delle violenze che subiscono gli animali e della perfidia di alcuni individui. Non si trattiene. Porta le sue battute e i suoi scherzi all’estremo, senza però diventare morboso o insistente.
Il senso della vita, in una serie senza senso
Nonostante si tratti di una serie animata, quindi con un numero limitato di movimenti per le espressioni dei protagonisti, in certi momenti Alley Cats sembra quasi improvvisata. Perché è evidente la genuinità degli attori mentre dicono le loro battute, mentre si lanciano in questi discorsi e discussioni senza senso, mentre si spalleggiano a vicenda. La riflessione sulla morte e sul fatto che non tutto dura per sempre è un elemento che, negli ultimi anni, è entrato prepotentemente a far parte della visione e del repertorio di Gervais. Alley Cats, però, è l’occasione per essere ancora più libero, per arrivare dove, solitamente, un live action non potrebbe arrivare. Mettere al centro la parola, con tutte le sue sfumature, ha un che di rivoluzionario – proprio perché parliamo di una serie animata.
Sei episodi sono più che sufficienti per raccontare la storia che Gervais ha in mente: forse il finale è leggermente sfilacciato, perché cerca una chiusura appagante e a suo modo convincente. Ciononostante rimane l’ironia, con tutte le sue declinazioni e le sue insinuazioni, con i giochi di parole, i riferimenti, le frecciatine alla nostra società e a quello che siamo diventati. I gatti di Alley Cats hanno la possibilità di farsi da parte, di guardare da un punto di vista privilegiato quello che succede intorno a loro. E convivono costantemente con questo senso di fine imminente e immanente: quando un gatto viene investito davanti a loro e non si muove più, quando un altro gatto viene portato dal veterinario per ricevere un’iniziazione letale; quando arriva la vecchiaia e avvolge ogni cosa in uno spesso strato ovattato, che limita i movimenti, i ricordi e che risucchia tutte le energie. Alley Cats è Ricky Gervais all’ennesima potenza, e allo stesso tempo conserva quasi una natura indipendente, da piccolo progetto.
La serie è stata prodotta da Blink Industries ed è disponibile, in streaming, su Netflix. Un consiglio: se ne avete la possibilità recuperatela in lingua originale. Il ritmo delle voci, più che il significato delle singole parole che vengono pronunciate, è fondamentale per l’andamento del racconto. Gli dà un senso e una morbidezza precisi, apprezzabili. E a questo proposito vanno citati anche gli altri attori che hanno lavorato con Gervais: Diane Morgan, che doppia Olive, famosa per le sue serie mockumentary Cunk on Britain e Cunk on Earth; Tom Basden, che doppia Ponce; Andrew Brooke, che doppia Fang, David Earl che doppia Puke e che ha già lavorato con Gervais in Derek e After Life; Kerry Godliman, che doppia Lara, e Jo Hartley che doppia Kitten.
Alley Cats non è banalmente una serie che sfrutta la forma o che si affida al linguaggio dell’animazione. È una serie essenziale, per alcune cose mancante (specie tecnicamente), ma che riesce comunque a trovare un suo equilibrio e una sua forza (proprio all’inizio di questo articolo, abbiamo parlato di direzione). È breve, intensa, divertentissima. Non ha nessuna grande pretesa. Non vuole riscrivere il genere comedy, e non arriva come un fulmine a ciel sereno. È animazione rivolta chiaramente agli adulti, non ai bambini. Ma conserva comunque una scintilla di ingenuità e freschezza, tipica di quei progetti nuovi, non ancora del tutto rodati, che sono sostanzialmente costruiti intorno alla scrittura.
