Hype ↓
23:39 martedì 24 febbraio 2026
Uscirà un film su Colazione da Tiffany e a interpretare Audrey Hepburn sarà Lily Collins La protagonista di Emily in Paris, abbastanza a sorpresa, è stata preferita a Rooney Mara e ad Ariana Grande.
Secondo un report dell’Onu, sono 606 i migranti morti nel Mediterraneo soltanto nei primi due mesi del 2026 Per l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni si tratta del peggior inizio di anno da quando si è iniziato a tenere traccia di queste tragedie.
Tra le ultime aggiunte alla prestigiosissima Criterion Collection c’è anche KPop Demon Hunters Sarà contento Park Chan-wook, che ha detto di essere anche lui un grande appassionato di KPop Demon Hunters.
C’è un sito che digitalizza vecchie musicassette trovate per caso in tutto il mondo Si chiama Intertapes e ogni musicassetta viene catalogata non solo per la musica o le registrazioni che contiene ma anche per la grafica e i colori.
La bandiera di One Piece è arrivata anche a Sanremo grazie a Tommaso Paradiso Il cantante è un fan sfegatato del manga di Eiichiro Oda e ha deciso di portarsi questa sua passione anche sul green carpet dell'Ariston.
Il Vaticano ha annunciato che le messe nella basilica di San Pietro avranno una traduzione simultanea in 60 lingue fatta dall’AI L'AI in questione si chiama Lara e verrà presentata in occasione dei festeggiamenti per i 400 anni della Basilica.
Durante i festeggiamenti per il 30esimo anniversario della serie è stato annunciato un nuovo anime di Evangelion Nuova serie di cui non si sa assolutamente niente, ma questo non ha impedito alla macchina dell'hype di entrare in funzione.
Alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Milano Cortina, Ilia Malinin si è esibito indossando dei jeans Balmain da 1100 dollari Il pezzo era abbinato a una felpa del rapper NF: nel suo insieme, il look sembrava suggerire una riflessione sulla salute mentale nello sport.

La pubblicità, il femminismo e noi

Come i cambiamenti culturali hanno modificato i modelli femminili e dotato le ad di un contenuto intellettuale. Da H&M a Kenzo, cos'è il femvertising.

12 Ottobre 2016

Solo io ricordo un vecchio claim di una marca di cosmetici che recitava perentorio «più giovani, più belle, più affascinanti»? Penso di averlo introiettato da bambina, nella profumeria di mia madre, e da allora io e mia sorella lo usiamo per sfotterci ogni volta che pensiamo di aver trovato la nuova crema miracolosa che ci salverà dalle borse sotto gli occhi che geneticamente possediamo. Perché quel claim era poco credibile già quando eravamo piccole, sia per quella sua esagerata enfasi (sarebbe bastato che ne avesse mantenuta una sola, di quelle promesse) sia perché era associato al viso di una modella dalla voluminosa pettinatura à la Cindy Crawford, che noi percepivamo come fuori moda. I prodotti, alla fine, non erano affatto male, anche se oggi mi chiederei con ansia se rispettano tutte le rinnovate esigenze di formulazioni cosmetiche “pulite” o se non sia meglio – per le pelli di tutte e in nome dei beauty trend – scegliere l’equivalente coreano. Così si è cristallizzato il mio ricordo, magari rimaneggiato dal fatto di aver trasformato quello slogan pubblicitario in una sorta di totem, ed è curioso oggi rivederci, in quello sfottò, una sorta di prima, quasi logica, ribellione femminista.


Un sentimento simile sembra averlo provocato in molti l’ultima campagna di H&M, #Ladylike, che pur essendo bellissima, lascia il dubbio che da qualche parte, nascosto, ci sia qualcosa di sbagliato. Non si tratta della riuscita cover a opera del duo Lion Babe, che spogliano “She’s a Lady” di Tom Jones del suo originale retrogusto sessista, non sono le ragazze protagoniste dello spot, le nuove femministe social che tanto ci piacciono e nelle quali abbiamo riposto tutte le nostre speranze per questo quarto ritorno del movimento: Hari Nef, Adwoa Aboah, Paloma Elsesser, Pum Lefebure e, non ultima, Lauren Hutton, a ricordarci che l’età non è un tabù. Mentre la maggior parte dei giornali ha celebrato la campagna come una boccata d’aria fresca, esaltandone il modo in cui parla al pubblico più giovane mentre promuove una bellezza reale, raggiungibile, inclusiva, qualcuno si è ricordato che era una pubblicità di H&M. Abbiamo già parlato di moda low cost e di tutte le incongruenze etiche del fast fashion (tra l’altro sempre partendo da una ad di H&M, quella con M.I.A.), ma è utile ritornare sugli stessi argomenti quando di mezzo, oltre ai costi umani e ambientali di produzione del settore tessile, ci finisce incidentalmente anche il concetto sul quale si concentra il dibattito attuale più interessante, quello dell’identità femminile e del suo ruolo sociale.

hm3

Il fourth-wave feminism ha già la sua (scarna) pagina Wikipedia, ma ancora più prosaicamente è qualcosa che vediamo succedere nel nostro quotidiano, soprattutto sui social media, che della nuova incarnazione femminista sono l’essenza, e nell’industria pubblicitaria, che a quei cambiamenti deve giocoforza adeguarsi. Quest’ultimo non è certo un dibattito nuovo, anzi, ha almeno dieci anni e persino un nome, femvertising, che affonda le radici nel primo degli spot connotati in questa direzione: la campagna di Dove “per” (nel senso di “a favore di”) la bellezza naturale, risalente (ci pensate?) all’ormai lontano 2004. Se da un lato la critica culturale dei mass media è parte integrante di ogni movimento, dall’altro non è facile orientare il giudizio quando quegli stessi mass media tanto vituperati iniziano, lentamente come pachidermi, a cambiare: la reazione spontanea è un misto di stupore, gratitudine quasi, infine gioia. Finalmente.

In questi dieci anni abbiamo lavorato alla definizione di quell’identità di cui sopra, cercando con tutti i mezzi a disposizione della civiltà tecnologica – cinema, serie tv, giornali, moda, le stesse celebrity – di ampliare i modelli femminili aggiungendoci di volta in volta degli aggettivi o delle specifiche rivendicazioni. Grassa o sportiva, mascolina o fluida, nera o indiana, con il velo o in topless, lesbica o trans, leader o team player, non depilata oppure ossessionata dal contouring, ragazza oppure donna. Abbiamo lavorato sul corpo (basta modelle tutte bianche e tutte magre), sul linguaggio (coniando termini come mansplaining, per esempio), sul riconoscere il sessismo di tutti i giorni, che è diventato poi uno degli hashtag più frequentati. In tutto questo tempo, i pubblicitari non sono stati a guardare, ed ecco che le réclame a tema girl power si sono moltiplicate. Tra quelle particolarmente rilevanti vanno citate “Like a Girl” degli assorbenti Always, che è anche andata in onda al Super Bowl nel 2014, e la campagna per incitare le ragazze a intraprendere un’attività sportiva di Sport England, “This Girl Can” (con una sempre valida “Get Ur Freak On” di Missy Elliott come sottofondo).


La prima mette in evidenza come certe espressioni del linguaggio comune siano il segno visibile del sedimentarsi del pregiudizio: facciamo sì che l’espressione like a girl (che in italiano potremmo rendere con «cose da femmine») non significhi nulla di più del suo significato letterale, come una ragazza. Una ragazza parla, si muove e corre esattamente come un ragazzo, non in una qualche maniera diversa o più ridicola che ne sottolinei l’essere femmina. Nel corto di Sport England, invece, le protagoniste non sono atletiche come delle sportive professioniste, ma sudano, faticano e ottengono gratificazione dalla fatica fisica allo stesso identico modo. Perché queste pubblicità finiscono per sembrare meno ambigue di operazioni come quelle di H&M, la parata femminista orchestrata da Karl Lagerfeld per la Primavera Estate 2015 di Chanel o la maglietta We should all be feminists di Dior? Certo, l’inutile patina glamour in questi ultimi casi non ha aiutato, anche se con il glamour si può lavorare, e anche bene, come ha dimostrato l’ultimo spot di Kenzo diretto da Spike Jonze, che si prendeva gioco del modo in cui vengono solitamente pubblicizzati i profumi.

A fare la differenza, come spiega Claire Cohen in un lungo articolo del luglio 2015 sul Telegraph, è il contesto, il modo in cui lo spot e la sua istanza femminista (o ambientalista) vengono inseriti all’interno dell’universo del marchio. «Ultimamente i marchi hanno iniziato a dire la verità e a scegliere una causa nella quale impegnarsi» – dice il Ceo di Mediacom Karen Blackett a Cohen – «Una volta le pubblicità erano aspirazionali. Adesso devo raccontare storie vere e devono basarsi sulle esperienze di tutti i giorni». Il fatto che le pubblicità oggi siano meno “favolose” e più oneste può essere ricollegato anche alla recessione economica, sebbene siano stai i social media a cambiare definitivamente il rapporto fra i consumatori-utenti e i brand che consumano, dai quali non solo si aspettano una presa di posizione chiara rispetto a certi temi, ma anche coerenza.

Le pubblicità con scopi prettamente commerciali possono avere una pretesa intellettuale? Porsi domande di questo tipo è più che lecito, così come riconoscere che è positivo vedere un gruppo di ragazze variegato e differente in una campagna del fast fashion, perché per un’adolescente è rassicurante vedersi rappresentata laddove prima si sarebbe sentita esclusa, ma non possiamo lasciare che il suo femminismo, e quello del suo compagno di banco, si fermi lì. Augurandosi che presto il sangue del mestruo non sarà più rappresentato nei politicamente corretti verdi o blu, ma nel reale rosso, la stessa Beckett sostiene che l’obiettivo delle pubblicità del futuro dev’essere quello di normalizzare il più possibile l’esperienza di essere donna. Obiettivo che, meglio specificarlo, prima che dei pubblicitari è anche del movimento stesso, se non vuole che lo slogan, diventato hashtag, lo impoverisca del suo significato profondo.

In testata e all’interno del testo: screenshot dal commercial di H&M.
Articoli Suggeriti
A Knight of the Seven Kingdoms è piaciuta così tanto perché è un Game of Thrones che non si prende troppo sul serio

Il sorprendente successo di questo terzo spin-off della saga dimostra due cose: il pubblico ha ancora voglia di Game of Thrones ma non vuole più saperne di quel Game of Thrones.

Uscirà un film su Colazione da Tiffany e a interpretare Audrey Hepburn sarà Lily Collins

La protagonista di Emily in Paris, abbastanza a sorpresa, è stata preferita a Rooney Mara e ad Ariana Grande.

Leggi anche ↓
A Knight of the Seven Kingdoms è piaciuta così tanto perché è un Game of Thrones che non si prende troppo sul serio

Il sorprendente successo di questo terzo spin-off della saga dimostra due cose: il pubblico ha ancora voglia di Game of Thrones ma non vuole più saperne di quel Game of Thrones.

Uscirà un film su Colazione da Tiffany e a interpretare Audrey Hepburn sarà Lily Collins

La protagonista di Emily in Paris, abbastanza a sorpresa, è stata preferita a Rooney Mara e ad Ariana Grande.

Tra le ultime aggiunte alla prestigiosissima Criterion Collection c’è anche KPop Demon Hunters

Sarà contento Park Chan-wook, che ha detto di essere anche lui un grande appassionato di KPop Demon Hunters.

The Fall-Off è un altro, l’ennesimo, bel disco di J. Cole ed è proprio questo il suo peggior difetto

Uscito il 6 febbraio, nell'album non c'è nulla che si possa definire sbagliato ma non c'è neanche nulla che si possa definire rischioso. Ed è per questo che, secondo molti, è l'ennesima occasione persa. Forse l'ultima, per J. Cole.

A giudicare dalle vendite, dopo il ritorno dei vinili potrebbe essere arrivato il momento del ritorno dei cd

I numeri sono in crescita negli Usa, in UK e anche in Italia: c'entrano collezionismo e nostalgia, ma pure il desiderio di "possedere" la musica che si ama, soprattutto per i più giovani.

Bad Bunny avrà il suo primo ruolo da attore protagonista in un film che si intitola Porto Rico, che parla di Porto Rico e che è diretto da un regista di Porto Rico

Il cast principale include anche Viggo Mortensen, Edward Norton e Javier Bardem, con Alejandro G. Iñárritu a fare da produttore esecutivo.