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20:57 martedì 20 ottobre 2026
Jay-Z, la persona che sceglie chi si esibisce al Super Bowl, potrebbe scegliere Jay-Z per il Super Bowl 2027 Dal 2019 la sua Roc Nation decide chi si esibisce nell'intervallo della finale del football americano. Dopo settimane di tentennamenti, secondo diverse fonti, la decisione è stata presa: il palco toccherà proprio a lui.
Isabel Allende ha vinto un premio letterario da un milione di euro sotto pseudonimo Si è iscritta al Premio Planeta come Luz Ventura, con il seguito della Casa degli spiriti, e ha vinto. Secondo qualcuno, però, i giurati sapevano benissimo chi fosse.
I Gilet gialli hanno creato una mappa di tutte le loro proteste in Francia Sul sito francese Mobilisation Gilets Jaunes e su quello italiano Mappa delle mobilitazioni ci sono tutte le azioni in programma nelle prossime settimane, giorno per giorno e divise per tipo tra cortei, presidi, scioperi, blocchi e assemblee.
You Can See Everything, il documentario di Nathan Fielder su Elizabeth Holmes, ha il più alto voto di sempre su Letterboxd Nel primo weekend di programmazione il film sulla fondatrice di Theranos condannata per frode nel 2022 ha incassato circa 15 milioni di dollari e potrebbe entrare nella storia degli Oscar.
Gli studenti francesi stanno facendo diventare virale quel video di Jean-Luc Godard che al Festival di Cannes del 1968 dà degli idioti ai giornalisti che volevano parlare di cinema mentre lui voleva parlare solo delle proteste di studenti e lavoratori Probabilmente è apparso anche nel vostro feed: è quello in cui Godard dice ai giornalisti «Noi vogliamo esprimere la solidarietà agli studenti e ai lavoratori, e voi venite a parlarmi di carrelli e primi piani!».
Un report dell’Onu dice che in Cisgiordania non ci sono mai stati così tanti atti di violenza dei coloni israeliani Nei primi quattro mesi del 2026 erano già 190 al mese, numeri che porterebbero a superare i duemila attacchi entro la fine dell'anno.
C’è un ragazzo inglese che da 7 anni recensisce panchine su Instagram Il suo profilo si chiama RateThisBench, raccoglie ormai più di 300 recensioni di panchine ed è anche il modo in cui ha conosciuto sua moglie.
L’Agenzia meteorologica giapponese ha avvisato i cittadini dell’imminente arrivo del terremoto più forte di sempre, poi ha cancellato l’avviso e ha detto di essersi sbagliata A quanto pare, si è trattato di un gigantesco errore del sistema di allerta precoce, di solito affidabilissimo e precisissimo.

Sessuofobia da horror

It Follows sembra uno zombie movie, ma con un sottotesto che urla ai quattro venti: «Aids!». Un esempio atipico di horror indie.

17 Giugno 2015

È una delle frasi che più mi ha aperto gli occhi. Cito a memoria da una vecchia intervista a John Carpenter, regista di capolavori assoluti come Halloween o La Cosa, per cui sicuramente non è riportata perfettamente, ma il senso è proprio quello. «Far ridere al cinema è molto difficile e complesso. Ci sono cose che fanno ridere solo in determinati paesi e che sono invece incomprensibili in altri. L’unica sensazione universale è la paura. Tutti abbiamo paura delle stesse cose e una cosa che terrorizza me qui oggi, terrorizzerà anche un ragazzo giapponese fra 25 anni». Fin da quando ho cominciato a guardare compulsivamente film, da piccolissimo, ho sviluppato una predilezione verso l’horror. Non ne ho realmente visti fino ai 12 anni, ma passavo le ore a guardare le locandine dei film di genere nei grandi raccoglitori verdi della mia prima videoteca (Video Brera a Milano, since 1986) o a sfogliare riviste americane come Fangoria che pagavo carissime alla Borsa del Fumetto. Ancora oggi rimango stupefatto quando riesco a trovare qualcuno in grado di mettere su schermo la Paura, quella sensazione assoluta che rende difficile spegnere la luce quando si è da soli a casa. E dire che ormai abbiamo anche sviluppato tutti gli anticorpi, siamo spettatori più che smaliziati. Eppure ci caschiamo ancora.

L’ultimo film in ordine cronologico che mi ha regalato queste sensazioni è It Follows, seconda regia per lo statunitense David Robert Mitchell. Si tratta di un prodotto che ha dei problemi evidenti, alcuni difetti (o forse semplicemente cose che io trovo indisponenti) ma che risulta anche impeccabile nel suo essere spaventoso. Guardatelo e ditemi che poi siete andati a letto belli sereni.

It_Follows_(poster)Partiamo dai difetti. It Follows è un film che potremmo definire senza paura di essere fraintesi come “indie”. Ha una locandina che ammicca agli anni Ottanta. Ha come protagonisti dei ragazzi adolescenti che si vestono come nel catalogo di American Apparell che è in stampa in questo momento. È pieno di oggetti che nessuno, eccezione fatta per il vincitore del campionato mondiale di hipsterismo fuori tempo massimo, usa più: chi di voi è talmente giusto da guardare dei film di sci fi degli anni ’50 su televisori catodici – attenzione! – appoggiati su altri televisori catodici? Ci sono degli zoom su ragazzine che si truccano allo specchio con luci rosa soffuse e una colonna sonora che cita John Carpenter. In realtà poi funziona benissimo e non ascolto praticamente altro da giorni ma provate a sentire la traccia principale: è un po’ troppo.

It Follows è figlio dell’esordio del regista, quel The Myth of the American Sleepover che, non avendo neanche la scusa del genere, si andava proprio a iscrivere in quella tipologia di cinema indipendente post-Sundance, che ha il difetto di essere esteticamente schiavo di un immaginario che comincia a essere stantio. Quando non andrà più il recupero di vecchie magliette di misconosciuti gruppetti metal anni Ottanta, come guarderemo a questi simil fotomodelli cresciuti nel decennio sbagliato? Un po’ come alle immagini generate al computer di fine anni Novanta. Probabilmente, con imbarazzo. Staremo a vedere. Nel frattempo vi giuro che spero di essere smentito. Altro difetto sono le esplicite citazioni letterarie da L’Idiota di Dostoevskij e da Il Canto d’Amore di J. Alfred Prufrock di T.S. Eliot, inserite didascalicamente e che sembrano voler alzare la credibilità di un regista in cerca di consensi.

Tolti i difetti dal campo, passiamo a ciò che funziona. Ecco la storia: Jay, l’adorabile Maika Monroe, appena vista in The Guest di Adam Wingard, esce una sera con un ragazzo. I due finiscono a fare l’amore in macchina, ma poi succede l’impensabile: lui la seda, la lega a una sedia e lei si risveglia in un enorme condominio abbandonato. Una volta che Jay apre gli occhi è convinta – e noi con lei– di essere finita nelle mani del solito maniaco, ma non è così. In realtà il ragazzo le spiega le regole per rimanere in vita. Tramite il rapporto sessuale le ha passato una “maledizione”. Da ora in avanti ogni tanto Jay potrà essere seguita da un qualcosa di non meglio definito che è in grado di prendere le sembianze di chiunque, di uno sconosciuto o di una persona a lei cara. Non parla, non brandisce oggetti, non sembra pensare: cammina e basta. Ma se la tocca è morta. E se lei muore questa “cosa” tornerà indietro nella catena dei contagiati. Per cui l’indicazione del ragazzo è chiara: per liberarsi al più presto di questa condanna deve passarla al più presto a qualcun altro. Come, chiede un ragazzo distratto in fondo alla sala? Facendo l’amore, risponde paziente il regista.

La storia è già di per sé interessante, con questo sottotesto che urla ai quattro venti Aids e sessuofobia, manco fossimo in una puntata di Settimo Cielo. Da quanto non si vedeva un film horror così smaccatamente metaforico? La memoria corre a Rabid – Sete di Sangue di David Cronenberg del lontano 1977, in cui la pornodiva Marilyn Chambers infetta tutti gli uomini che incontra con una specie di pene che le esce dall’ascella. Ora il contesto e la funzionalità del cinema di genere sono irrimediabilmente cambiati, ma è interessante constatare come David Robert Mitchell tenti di dare alla sua storia uno spessore differente rispetto allo standard moderno: “ragazzini/baita abbandonata/demonio/morte orribile”. In secondo luogo c’è l’evidente eco romeriana. Come abbiamo detto, il nemico, l’altro, è una persona normale che non fa nulla se non camminarci incontro. Lo vede solo l’infettato, ma potrebbe essere chiunque. Si tratta di una presenza che ha molto a che fare con i vecchi zombi di Zombi – Dawn of The Dead. Presenze inesorabili, lente ma inarrestabili, che non hanno null’altro in mente se non ucciderci. Nemici che – se togliete quel sottile strato di make up – difficilmente possiamo distinguere dalle persone comuni.

Nel vecchio film di Romero il morto vivente era paragonato all’acquirente senza cervello ma con il pilota automatico da shopping mall, qui invece si tratta di fantasmi tangibili che potrebbero tranquillamente essere noi stessi, il nostro migliore amico, un nostro genitore o chiunque. Il regista ha dichiarato che l’ispirazione gli è arrivata da un suo vecchio sogno ossessivo che aveva in giovane età, più o meno quando i suoi genitori si erano separati. Al di là della nota biografica, è interessante aggiungere alla lettura del film l’ansia, la paura del prossimo e la conseguente impossibilità di avere un’interazione soddisfacente con esso. Niente male, insomma. C’è poi una grande messa in scena. Escludendo qualche concessione di troppo a quel gusto indie che abbiamo definito poco sopra, la regia di Mitchell è sorprendente. La predilezione per i grandangoli e per i piani sequenza circolari con la macchina da presa al centro dell’azione serve a rendere ancora più tangibile il senso di inquietudine e di minaccia incombente che grava su tutto il film. L’escamotage per cui solo chi è infettato può vedere il nemico permette al regista di riuscire a fare paura inquadrando il vuoto, il nulla. Ed è qui l’intuizione geniale, quel qualcosa che rende It Follows un film dal respiro universale, capace di fare paura qui, come in America, in Svezia o in Giappone.

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