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02:31 giovedì 27 agosto 2026
Un sito sta raccogliendo tutte le elegie funebri scritte dai giornalisti palestinesi per i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani Si chiama The Living Record e permette di ascoltare la voce e le parole dei giornalisti di Gaza, mentre ricordano i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani.
Un fotografo, una pittrice, una casa d’aste e una galleria d’arte si stanno facendo causa per la famosa foto in cui Liam Gallagher dà un bacio a Noel Justin Thomas accusa Elizabeth Peyton di plagio e la David Zwirner Gallery e Sotheby’s di aver provato a trarre guadagno da questo plagio.
Sempre più miliardari stanno comprando casa in Patagonia perché si sono convinti che lì sopravviveranno alla fine del mondo A convincerli sono stati quattro fattori: isolamento, capacità di produrre di cibo, capacità di produrre energia e abbondante disponibilità d’acqua.
Dolly Parton verrà ricordata anche come una delle più agguerrite sindacaliste nella storia dell’industria musicale La cantautrice è stata una lavoratrice della musica e non ha mai smesso di usare il proprio potere per tutelare chi suonava al suo fianco.
Pur di non danneggiare un antico castello da ristrutturare, in Giappone lo hanno fatto spostare a mano da 1800 volontari Il mastio del castello di Hirosaki pesa 360 tonnellate. Questo non ha affatto scoraggiato i volontari.
C’è una certa confusione attorno all’attore che interpreterà il professore di Difesa dalle Arti Oscure nella serie tv di Harry Potter La parte era stata affidata a Nicholas Hoult, che prima ha accettato e poi ci ha ripensato perché i suoi fan avevano preso malissimo la notizia. Ora il ruolo è passato a Kit Harington, i cui fan si sono fin qui dimostrati indifferenti.
Uniqlo ha lanciato la sua prima collezione di hijab Il lancio è avvenuto il 17 agosto in Malesia, Indonesia, Singapore e Filippine. È la prima collezione di hijab tutta realizzata dal brand, al di fuori di capsule collection e partnership speciali.
La tv di Stato iraniana ha messo una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di Barron Trump Dando anche dei consigli pratici e logistici su come uccidere il più piccolo dei figli del Presidente degli Stati Uniti.

Firenze, Italia

Storie di made in Italy: dal fallimento alla celebrazione, riuscirà la moda (Gucci) a salvare la porcellana (Richard-Ginori)?

18 Aprile 2013

Il Marchese Carlo Ginori ha 30 anni quando, mani nel panciotto e piede sinistro puntato in avanti, guarda le colline toscane dinnanzi a lui. Una posizione perfetta per essere riprodotta nell’oro bianco del Settecento, la porcellana. Eppure, invece di diventare una statuina, Carlo Ginori crea un impero fragile ed elegante, la Manifattura di Doccia, un laboratorio dove il vasellame non basta più, perché urge arredare le case dei ricchi mercanti fiorentini con zuppiere, lampade e servizi da tè. Ha trent’anni anche Frida Giannini quando lascia Roma per varcare il portone di Gucci a Firenze. Biondissima, fisico da pallavolista e viso acqua e sapone, ha imparato a fare le borse e non le scarpe in quel di Fendi. A differenza di Carlo Ginori, Frida Giannini una volta entrata nel tempio della moda fiorentina non contempla nessuna collina ma svolta spedita alla direzione dell’ufficio accessori, che vuol dire soprattutto borse, lo zoccolo duro che ha permesso a Guccio Gucci, 81 anni prima, di diventare il commerciante di pelletteria più quotato di Firenze (e presto d’Italia).

La porcellana era uno status symbol di benessere: possederne di decorata da mani orientali significava aver viaggiato

Il marchese Carlo Ginori ha dalla sua una sfida aperta con il commercio via mare che porta sul territorio sottilissima porcellana fiamminga e decorazioni cinesi: mulini a vento che lui combatte con forni locali. Anche Guccio Gucci la ricetta segreta per il futuro della moda italiana se la costruisce nelle stesse terre: qui nascono le borse, tante, artigianali, costose. La porcellana era uno status symbol di benessere: possederne di decorata da mani orientali significava aver viaggiato, così come servire zuppe di squallido farro in piatti fondi dalle fantasie pastorali elevava la portata e il titolo dei proprietari di casa. Incastrare sull’avambraccio un manico di bambù (nel 1947) per Guccio Gucci significava vendere il glamour di Wallis Simpson a donne che prendevano stancamente il sole a Viareggio. Per tutto questo, il giorno in cui Frida Giannini varca il portone di Gucci sedendosi sulla poltrona di designer di accessori, sa perfettamente che non può avere paura dei fantasmi. Anzi, quei fantasmi deve abbellirli e mettersi a riprodurre, minuziosamente, icone del passato in versione contemporanea.

La carriera della designer è presto sfociata in una “tuttologia gucciana” quattro anni dopo, nel 2006, quando è diventata responsabile di tutto il mondo Gucci. Ha raccolto l’eredità di Tom Ford -che anche una volta andatosene sembrava non lasciare mai successori- ha dialogato con Fiat (Cinquecento e limited edition da viaggio) unendo così due dna in un solo coro di made in Italy. Frida Giannini è riuscita a inanellare uno scacco matto dietro l’altro alla galleria di fantasmi di Gucci, come l’ultimo dal sapore monegasco. Infatti, se il fondatore vestiva di foulard fiorati la malinconica Grace Kelly appena diventa principessa a Montecarlo, Frida sponsorizza la carriera della nipotina, l’eterna Lolita Charlotte Casiraghi, icona dell’equitazione sulla quale rilanciare morsetti e selleria (linea dedicata ai must da cavallerizza).

La partita poteva essere ardua per la Giannini. Invece è stata alquanto facile: complice il fatto che dall’apertura nel 1938 della boutique di via Condotti a Roma il marchio non ha mai perso icone da accessoriare dalla testa ai piedi. Nel 1938 invece, il mito del Marchese Carlo Ginori si era già ampiamente tramutato nel sogno imprenditoriale della famiglia Richard capitanata da Augusto Richard, quintessenza della milanesitudine con origini sabaudo-nizzarde.
I parallelismi tra le due maison fiorentine potrebbero finire qui, se non fosse per  una crescita del 60,6% che potrebbe legare per sempre due orizzonti del Made in Italy. Perché se Frida Giannini ha fatto del suo stakanovismo virtù che ha portato a un fatturato da capogiro (con 3,639 miliardi è secondo solo a Vuitton dello stesso gruppo, PPR), dal 22 aprile a beneficiare di questo lusso in cuoio e tricolore (verde-rosso-verde simbolo di Gucci) potrebbe essere la stessa Richard-Ginori finita dalle tavole italiane alle tavolate della magistratura in quello che è stato un rovinoso 2012 e un drammatico inizio 2013. Non è un caso che il fallimento del sogno del Marchese Ginori ha visto come unica presenza rilevante all’acquisto della maison di porcellana proprio il brand Gucci.

Moroso si affida a Diesel, Missoni si riappropria sempre più dei principi della casa. Gucci lo sa e per questo non lascia andare in rovina i forni che hanno dato vita al design italiano

L’AD e presidente di Gucci, Patrizio di Marco non si schiarisce più la voce quando parla di join-venture, termine che ha scelto di utilizzare spesso nelle varie acquisizioni di pelletterie che hanno permesso a Gucci di mantenere all’ombra delle Alpi le produzioni del brand. Il 22, giorno ultimo per le offerte “salva-Ginori”, potrebbero bastare i 13 milioni di euro che Gucci è pronto a mettere sul piatto (di porcellana) per l’acquisizione di una pedina fondamentale del capitalismo italiano passato dalla meticolosità di Gio Ponti (che ne è stato art director negli anni Trenta) alla follia felina di Franco Albini. All’ultimo Salone del Mobile di Milano la moda ha parlato chiaro:  Moroso si affida a Diesel, Missoni si riappropria sempre più dei principi della casa a discapito della bramosia del sistema delle passerelle. Gucci lo sa e per questo non lascia andare in rovina i forni che hanno dato vita al design italiano (i piatti-invito realizzati per la Bohème di Puccini nel 1896 sono method rilevato da Maurizio Cattelan per lanciare la sua collaborazione con Seletti nel 2013).

Riuscirà la coppia d’oro della moda italiana Giannini-Di Marco (fidanzati ufficiali ma poco tempo per il gossip, c’è da fatturare sulla filiera dell’artigianato territoriale) a far tornare attiva e, soprattutto, bianca la Richard Ginori? Che sia l’happy end dopo decenni in cui, da azienda di delicata manodopera è diventata una fabbrica italiana pericolosamente palleggiata tra consorzi e Michele Sindona (che negli anni Settanta la cede a sua volta a Salvatore Ligresti) per finire con un matrimonio (e divorzio) da record con Bormioli Rocco, fino all’agognata acquisizione (fallita) con la concorrente Sambonet?

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