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10:00 mercoledì 18 febbraio 2026
La nuova tendenza di ritorno alla vita analogica è pagare dei servizi che ti spediscono della posta via posta Da questa idea nasce “Perch Post”, un gruppo di persone che, in cambio di una piccola quota mensile, ricevono una busta piena di materiale stampato.
Per i 400 anni dalla consacrazione di San Pietro una delle iniziative del Vaticano è ingrandire il bar per i turisti che c’è sulla terrazza della Basilica La metratura del bar verrà raddoppiata, nonostante le polemiche secondo le quali servire panini e gazzose in un luogo così sacro sia quasi peccato.
Una ricerca ha scoperto che negli uffici in cui i dipendenti usano parecchio l’AI non si lavora di meno ma molto di più E la colpa è dei dipendenti, che usano il tempo risparmiato usando l'AI per lavorare a più cose, più di prima.
Su Ebay sono state messe in vendita le foto di 200 greci uccisi dai nazisti nel ’44 e adesso il governo greco sta facendo di tutto per recuperarle La scoperta ha sorpreso lo stesso governo, perché finora si pensava che della strage di Kaisariani non fossero rimaste testimonianze fotografiche.
C’è un video girato sul set di Cime tempestose in cui Margot Robbie balla e canta come Kate Bush nel video di Wuthering Heights L'ha condiviso su Instagram il "dialect coach" del film, William Conacher, per festeggiare il successo al box office.
Le puntate del Maurizio Costanzo Show con Carmelo Bene contro tutti sono state trascritte parola per parola in un libro A trent'anni dalla messa in onda di quelle due puntate del MCS, viene pubblicato «per la prima volta autorizzato, il testo integrale dei dialoghi».
È morto Frederick Wiseman, uno degli inventori del documentario moderno Premio Oscar alla carriera nel 2016, tra i suoi film più recenti e famosi c'era Ex Libris del 2017, dedicato alla New York Public Library.
L’attore che faceva Buffalo Bill nel Silenzio degli innocenti ha chiesto scusa alle persone trans per la pessima rappresentazione che il film faceva di loro «Ora ne sappiamo tutti di più, e capisco che ci sono battute nella sceneggiatura e nel film che sono infelici», ha detto.

Il Golden Boy perduto

La parabola di Owen, trentatré anni e da tempo lontano dal campo. Ma è entrato nella leggenda a 19 anni, e non ci uscirà mai.

24 Maggio 2012

Ha incarnato la speranza di un’intera nazione di tornare, almeno calcisticamente, la potenza che la Storia ricorda come rispettata e temuta da tutti, e si è palesato agli occhi del mondo in una partita – per gli inglesi La Partita – con un’importanza politica e patriottica unica. Dall’ombra della Storia Michael Owen non si è fatto spaventare, e a riguardare le immagini oggi, a quattordici anni di distanza, vedi un ragazzino infilato in una divisa troppo larga per il suo fisico di diciottenne, lo vedi correre, più del doppio di José Chamot e resistere a uno, due falli, evitare il totem di Ayala che gli si para davanti a presidiare l’area di rigore, scartare a destra e quando sembra essere troppo lontano, troppo sbilanciato – come un Forrest Gump che non riesce a fermarsi e continua la sua corsa anche fuori dallo stadio – con l’interno destro toccare appena la palla. Il finale è scontato, con certi presupposti c’è l’happy ending garantito: goal sotto il sette, e debutto ufficiale nel club dei miracolati del calcio – quegli individui che cessano di essere soltanto umani e ascendono a una sfera superiore: oggi abbiamo Messi, e forse nessun altro.

Michael Owen non ha ancora compiuto diciannove anni, e diventa il più giovane giocatore a esordire e realizzare un goal nella nazionale inglese. La stagione successiva dimostra di non essere meteora, con 23 reti in 40 presenze, e il titolo di capocannoniere della Premier League. Poi il primo infortunio, ignorato, trascurato, ché il ragazzino di Chester è già diventato Golden Boy, un predestinato. Viene anche fuori che il piccolissimo Michael, a otto anni, vestì la stessa maglia che fu a suo tempo di un altrettanto piccolo Ian Rush, distruggendone il record: gli archivi della Deeside Primary School registrano 97 goal di Owen contro i 25 del gallese, altra leggenda del Liverpool. L’infortunio: un incidente di percorso, può capitare. Si tratta del tendine rotuleo. Michael però gioca (male) l’Europeo del 2000, e disputa poi la più grande stagione della sua carriera, nonché una delle più vittoriose della storia dei Reds, nel 2000/01. Realizza 24 goal, solleva cinque trofei in una sola stagione: Coppa Uefa, League Cup, FA Cup, Charity Shield e Supercoppa Europea. Il 2-1 contro l’Arsenal, finale di FA, è ricordata da tutti come la “Michael Owen Cup final”: sotto di un goal a otto minuti dal novantesimo, segna una doppietta e ribalta il risultato. Il primo settembre 2001, nel match di qualificazione ai campionati del mondo di Giappone-Korea, realizza una tripletta nel 5 a 1 dell’Inghilterra sulla Germania, a Monaco (il gruppo inglese The Business gli dedicò una canzone per questo). Il 21 dicembre colleziona il centesimo goal per il Liverpool: non ha ancora compiuto 22 anni. Il Pallone d’Oro è meritatissimo, checché ne possano pensare i fedeli pretoriani di Francesco Totti.

Se la storia l’ha accolto ormai a braccia aperte, la leggenda lo aspetta di lì a poco. Nei successivi due anni ad Anfield fa in tempo a segnare altre 47 reti, poi arriva il Real Madrid. È il momento di fare il salto, di cessare di essere boy e iniziare a essere man, lasciare la casa materna, dove niente e nessuno possono più farti male. Venticinque milioni di euro è il biglietto per il Bernabeu, ma nessuno tra Camacho, Garcia Remon e Luxemburgo riesce a far brillare l’oro di Owen. Tuttavia realizza 18 goal con soltanto 15 partite da titolare, e colleziona la più alta ratio tra marcature e minuti giocati di tutta la Liga. Durante l’estate, a Madrid arrivano Robinho e Julio Baptista, un modo come un altro per dire a Michael che non è più gradito.
È il 2005, la sceneggiatura è perfetta per il ritorno all’ovile, nella città di Liverpool per lui così calda: il figliol prodigo che torna a casa, un anno di smarrimento si perdona a tutti, e lo Stade Louis II, a Montecarlo, urla il suo nome durante la Supercoppa Liverpool – CSKA Mosca. Ma il Real vuole diciassette milioni di sterline, e l’offerta la fa il Newcastle. Il Golden Boy prende la strada di St. James’s Park, i tabloid rumoreggiano sulla sua delusione per la rinuncia dei Reds. Nessun ritorno, la pecorella rimane perduta. Non sarà perdonata. Il 26 dicembre il Liverpool ospita il Newcastle. Anfield accoglie male Owen. «What a waste of talent», «You should have signed for a big club» sono i cori che partono dalla Kop. Ma la rabbia e l’amore (tradito, ma pur sempre amore) dei suoi ex tifosi risuonano soprattutto in «Where were you in Istanbul?».

Cinque giorni dopo, e la carriera da Ragazzo d’Oro si spezza con le ossa del suo piede: è il primo infortunio veramente grave. Tornerà su un campo quattro mesi dopo. Inizia la parabola tragica del Billy Elliot del calcio, ma se il ballerino scappa da Newcastle per la gloria di Londra, Michael ci rimane intrappolato: il venti giugno 2006, durante Inghilterra-Scozia ai Campionati Mondiali, il ginocchio fa il fatidico crac. Non scenderà più in campo per oltre un anno. Complessivamente, sono undici gli infortuni che soffrirà in quattro stagioni. Riesce comunque a segnare 30 goal in 79 partite. Poi, con il Newcastle retrocesso in Championship, arriva la chiamata – inaspettata – dello United. Diciassette goal in tre annate, soltanto una presenza (ancora per un infortunio) nell’ultima. A Liverpool hanno sparso il sale sulla terra bruciata del suo ricordo: «Once a manc, never a red», cantano. Owen in un attimo è diventato trentatreenne, e negli ultimi dieci anni non è mai stato l’ombra di ciò che fu a ventidue. Oggi è allo Stoke e ha giocato poco più di 50 minuti in 15 settimane, lo chiamano giocatore finito, quando Didier Drogba, che di anni ne ha trentaquattro, è campione d’Europa e (fino a poco fa) candidato per il Pallone d’Oro.

Se la storia fosse fatta soltanto di vincitori e sconfitti, Michael Owen sarebbe certamente uno sconfitto. Dicono non sia più nemmeno troppo interessato al calcio, dicono accetti le panchine con serenità e si dedichi anima e corpo alla famiglia e ai cavalli, sua grande passione. Fortunatamente la storia non è questo, e Michael Owen si può a buon titolo inscrivere nella categoria degli eroi. Nel calcio, ci sono gesti straordinari che bastano da soli come passaporto per il paradiso. Paolo Rossi ce l’ha fatta a ventisei anni, Diego Milito a trenta, lo stesso Drogba a trentaquattro. Owen aveva già risolto la pratica a diciotto.

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