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Pieter Mulier è il nuovo Direttore creativo di Versace Diventerà ufficialmente Chief Creative Officer l'1 luglio. La sua prima sfilata potrebbe arrivare già a settembre.
La Lofi Girl di YouTube aprirà il suo primo Lofi Café in centro a Parigi Proprio come nel suo canale, diventato famosissimo durante la pandemia e attivo ancora oggi, sarà un posto dove studiare e rilassarsi insieme.
Negli Epstein Files Donald Trump viene citato più volte di Harry Potter nella saga di Harry Potter 38 mila volte, per la precisione. Il conteggio lo ha fatto il New York Times, per dimostrare quanto solido fosse il rapporto tra Trump ed Epstein.
Il documentario su Jeff Buckley arriverà finalmente anche in Italia, a marzo Soltanto per tre giorni, però: una proiezione-evento per celebrare 60 anni dalla nascita del cantautore di Grace.
Tra le centinaia di giornalisti licenziati dal Washington Post ce n’è una che lo ha scoperto mentre lavorava per il giornale in una zona di guerra La corrispondente Lizzie Johnson ha scoperto di essere rimasta senza lavoro mentre scriveva dal fronte ucraino, al freddo e senza corrente.
Darren Aronofsky si è guadagnato l’appellativo di “traditore del cinema” perché ha fatto una serie usando solo l’AI Sia i critici che i colleghi stanno commentando molto negativamente (per usare un eufemismo) sia la scelta di Aronosfsky che il pessimo risultato ottenuto.
Un grave scandalo sessuale avvenuto sul set di Good Time potrebbe costare l’Oscar a Josh Safdie e a Marty Supreme E sarebbe anche la ragione, questo scandalo, della brusca separazione di Josh dal fratello Benny.
In Giappone ha aperto un bar solo per persone che vogliono licenziarsi Secondo la regola d'oro del locale, la persona che entra annunciando di aver finalmente deciso di licenziarsi beve gratis.

Il Golden Boy perduto

La parabola di Owen, trentatré anni e da tempo lontano dal campo. Ma è entrato nella leggenda a 19 anni, e non ci uscirà mai.

24 Maggio 2012

Ha incarnato la speranza di un’intera nazione di tornare, almeno calcisticamente, la potenza che la Storia ricorda come rispettata e temuta da tutti, e si è palesato agli occhi del mondo in una partita – per gli inglesi La Partita – con un’importanza politica e patriottica unica. Dall’ombra della Storia Michael Owen non si è fatto spaventare, e a riguardare le immagini oggi, a quattordici anni di distanza, vedi un ragazzino infilato in una divisa troppo larga per il suo fisico di diciottenne, lo vedi correre, più del doppio di José Chamot e resistere a uno, due falli, evitare il totem di Ayala che gli si para davanti a presidiare l’area di rigore, scartare a destra e quando sembra essere troppo lontano, troppo sbilanciato – come un Forrest Gump che non riesce a fermarsi e continua la sua corsa anche fuori dallo stadio – con l’interno destro toccare appena la palla. Il finale è scontato, con certi presupposti c’è l’happy ending garantito: goal sotto il sette, e debutto ufficiale nel club dei miracolati del calcio – quegli individui che cessano di essere soltanto umani e ascendono a una sfera superiore: oggi abbiamo Messi, e forse nessun altro.

Michael Owen non ha ancora compiuto diciannove anni, e diventa il più giovane giocatore a esordire e realizzare un goal nella nazionale inglese. La stagione successiva dimostra di non essere meteora, con 23 reti in 40 presenze, e il titolo di capocannoniere della Premier League. Poi il primo infortunio, ignorato, trascurato, ché il ragazzino di Chester è già diventato Golden Boy, un predestinato. Viene anche fuori che il piccolissimo Michael, a otto anni, vestì la stessa maglia che fu a suo tempo di un altrettanto piccolo Ian Rush, distruggendone il record: gli archivi della Deeside Primary School registrano 97 goal di Owen contro i 25 del gallese, altra leggenda del Liverpool. L’infortunio: un incidente di percorso, può capitare. Si tratta del tendine rotuleo. Michael però gioca (male) l’Europeo del 2000, e disputa poi la più grande stagione della sua carriera, nonché una delle più vittoriose della storia dei Reds, nel 2000/01. Realizza 24 goal, solleva cinque trofei in una sola stagione: Coppa Uefa, League Cup, FA Cup, Charity Shield e Supercoppa Europea. Il 2-1 contro l’Arsenal, finale di FA, è ricordata da tutti come la “Michael Owen Cup final”: sotto di un goal a otto minuti dal novantesimo, segna una doppietta e ribalta il risultato. Il primo settembre 2001, nel match di qualificazione ai campionati del mondo di Giappone-Korea, realizza una tripletta nel 5 a 1 dell’Inghilterra sulla Germania, a Monaco (il gruppo inglese The Business gli dedicò una canzone per questo). Il 21 dicembre colleziona il centesimo goal per il Liverpool: non ha ancora compiuto 22 anni. Il Pallone d’Oro è meritatissimo, checché ne possano pensare i fedeli pretoriani di Francesco Totti.

Se la storia l’ha accolto ormai a braccia aperte, la leggenda lo aspetta di lì a poco. Nei successivi due anni ad Anfield fa in tempo a segnare altre 47 reti, poi arriva il Real Madrid. È il momento di fare il salto, di cessare di essere boy e iniziare a essere man, lasciare la casa materna, dove niente e nessuno possono più farti male. Venticinque milioni di euro è il biglietto per il Bernabeu, ma nessuno tra Camacho, Garcia Remon e Luxemburgo riesce a far brillare l’oro di Owen. Tuttavia realizza 18 goal con soltanto 15 partite da titolare, e colleziona la più alta ratio tra marcature e minuti giocati di tutta la Liga. Durante l’estate, a Madrid arrivano Robinho e Julio Baptista, un modo come un altro per dire a Michael che non è più gradito.
È il 2005, la sceneggiatura è perfetta per il ritorno all’ovile, nella città di Liverpool per lui così calda: il figliol prodigo che torna a casa, un anno di smarrimento si perdona a tutti, e lo Stade Louis II, a Montecarlo, urla il suo nome durante la Supercoppa Liverpool – CSKA Mosca. Ma il Real vuole diciassette milioni di sterline, e l’offerta la fa il Newcastle. Il Golden Boy prende la strada di St. James’s Park, i tabloid rumoreggiano sulla sua delusione per la rinuncia dei Reds. Nessun ritorno, la pecorella rimane perduta. Non sarà perdonata. Il 26 dicembre il Liverpool ospita il Newcastle. Anfield accoglie male Owen. «What a waste of talent», «You should have signed for a big club» sono i cori che partono dalla Kop. Ma la rabbia e l’amore (tradito, ma pur sempre amore) dei suoi ex tifosi risuonano soprattutto in «Where were you in Istanbul?».

Cinque giorni dopo, e la carriera da Ragazzo d’Oro si spezza con le ossa del suo piede: è il primo infortunio veramente grave. Tornerà su un campo quattro mesi dopo. Inizia la parabola tragica del Billy Elliot del calcio, ma se il ballerino scappa da Newcastle per la gloria di Londra, Michael ci rimane intrappolato: il venti giugno 2006, durante Inghilterra-Scozia ai Campionati Mondiali, il ginocchio fa il fatidico crac. Non scenderà più in campo per oltre un anno. Complessivamente, sono undici gli infortuni che soffrirà in quattro stagioni. Riesce comunque a segnare 30 goal in 79 partite. Poi, con il Newcastle retrocesso in Championship, arriva la chiamata – inaspettata – dello United. Diciassette goal in tre annate, soltanto una presenza (ancora per un infortunio) nell’ultima. A Liverpool hanno sparso il sale sulla terra bruciata del suo ricordo: «Once a manc, never a red», cantano. Owen in un attimo è diventato trentatreenne, e negli ultimi dieci anni non è mai stato l’ombra di ciò che fu a ventidue. Oggi è allo Stoke e ha giocato poco più di 50 minuti in 15 settimane, lo chiamano giocatore finito, quando Didier Drogba, che di anni ne ha trentaquattro, è campione d’Europa e (fino a poco fa) candidato per il Pallone d’Oro.

Se la storia fosse fatta soltanto di vincitori e sconfitti, Michael Owen sarebbe certamente uno sconfitto. Dicono non sia più nemmeno troppo interessato al calcio, dicono accetti le panchine con serenità e si dedichi anima e corpo alla famiglia e ai cavalli, sua grande passione. Fortunatamente la storia non è questo, e Michael Owen si può a buon titolo inscrivere nella categoria degli eroi. Nel calcio, ci sono gesti straordinari che bastano da soli come passaporto per il paradiso. Paolo Rossi ce l’ha fatta a ventisei anni, Diego Milito a trenta, lo stesso Drogba a trentaquattro. Owen aveva già risolto la pratica a diciotto.

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