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11:59 lunedì 14 settembre 2026
Il governo israeliano vuole revocare la cittadinanza ai registi di NAZA, Yuval Abraham e Rachel Szor, per alto tradimento Vincitori del Premio speciale della giuria a Venezia, i due si sono ritrovati accusati dal Ministro della Cultura Miki Zohar.
Da gennaio la Svezia dà un “sussidio di rimpatrio” alle persone immigrate per andarsene via dal Paese, ma finora non lo ha richiesto praticamente nessuno Il programma è partito a inizio 2026. Finora ci hanno aderito soltanto 171 persone in tutta la Svezia. I cittadini stranieri sono più di due milioni, un quinto della popolazione totale.
C’è un videogioco in cui vivi le poche gioie e i tanti dolori di un dipendente di una piccola casa editrice indipendente Si chiama Small Press Tycoon, tutte le cose che si dicono e si vedono nel gioco fanno molto ridere perché, chi lavora nell'editoria indipendente può confermare, sono molto vere.
Secondo uno dei capi della sicurezza di Anthropic, «c’è il 10 per centro di probabilità che l’AI ci uccida tutti entro questo decennio» L'ennesimo dirigente di un'azienda AI che dice che le aziende AI stanno per far succedere qualcosa di grave. Senza che nessuno intervenga per fermarle.
Da oggi è disponibile in streaming La Superviviente, un incredibile documentario sulla donna che si inventò di essere una sopravvissuta all’11 settembre Diretto da Kike Maíllo, racconta la storia Alicia Esteve, che per sei anni finse di essere la sopravvissuta Tania Head. Finse tanto bene da diventare la presidente dell'Associazione dei sopravvissuti del World Trade Center.
Queste parole pronunciate nel 1979 da Emma Bonino sull’ipocrisia degli antiabortisti non sono mai state così attuali e così vere «Sono contro l'aborto, dicono. Però contro l'aborto clandestino nessuno faceva assolutamente niente», disse, in una storica puntata di Acquario di Maurizio Costanzo, andata in onda nel 1979 e disponibile su RaiPlay.
Che siano un record o meno poco importa, i 25 minuti di applausi per NAZA sono il momento più importante di questa Mostra del Cinema È l'unico documentario in concorso, il titolo è un acronimo militare israeliano che indica i civili che si prevede moriranno in un attacco e lo hanno realizzato due dei registi di No Other Land.
I Muse hanno dovuto cambiare nome utente su Instagram perché Muse ora è il nome del nuovo assistente AI di Meta La band è stata costretta ad abbandonare @Muse e accontentarsi di @Musetheband, perché l'AI, evidentemente, conta più della band.

Il cowboy operaio

I 501 compiono 140 anni. Perché i jeans tornano sempre, non cambiano mai e spesso sono gli unici a convincere circa il concetto di unisex.

19 Marzo 2013

Si è giustificato anche a Woody Allen l’aver indossato jeans dall’improbabile vita altissima e zampa tanto enorme da anticipare il passo successivo. John Travolta, invece,  prima dei brevetti aerei incontrava l’ossessione per quel minuscolo paio con fondoschiena scolpito da tasche squadrate. Esempi, questi, di come non ci sia necessariamente bisogno di grandi icone della sensualità cinematografica per rendere omaggio ai jeans.
Loro, i jeans, l’omaggio se lo fanno da soli da più di un secolo. Che sia Allen o Travolta il jeans nasce per essere democraticamente bello, saggiamente sensuale, rispettosamente economico.

Chiunque lo indossi può prendersi i meriti di portarlo bene, anche chi lo indossa “casual friday” in orario d’ufficio; tutti sono perdonati quando a muovere un acquisto improbabile è la necessità di un nuovo paio di jeans. I jeans sopravvivono alle mode cambiando aspetto ed estremizzandone i capricci. E quindi enormi zampe d’elefante o striminzite caviglie zippate a seconda di come tirino i tempi (di crisi non se ne parla, per il denim).

Ben Affleck, poi, insegna: in un film come Argo, coperto di Oscar, politicamente “preciso”, anche i costumi di scena dovevano concorrere al ruolo da “americano molto teso”, ovvero la camicia di jeans sdrucita ma non troppo con il colletto sgualcito e i bottoncini di metallo madreperlati.
Era da un po’ che il denim non impregnava uno schermo cinematografico.

Oversized, skinny, hot pants inguinali:  in molti devono la loro carriera a quelle pezze di tessuto nato per la working class e poi diventato – per assurdo – simbolo del tempo libero, lontanissimo da fabbriche e timbrature. Ma, nonostante la pioggia di seconde linee nate in seno a grandi maison per giustificare fatturati dorati per il tempo libero, pochissimi modelli hanno centrato l’obiettivo di insinuarsi nei guardaroba quotidiani per diventare rispettabili “pezzi sotto” di blazer e camicie.
L’emblema che supera qualunque selezione e giudizio è il 501, meglio se nero. Raro trovare altrove un passpartout simile, capace di restare discretamente al suo posto e, contemporaneamente, concedere comfort per dodici ore di fila. Forse la perfezione di questa formula (numero+colore) risiede nel fatto che il 501 non ha un’epoca di riferimento. Per quanto abbia 140 anni.

Nel 2013 infatti Levi’s festeggia i 140 anni di quel pezzo da novanta che ha continuato a macinare esemplari nonostante le ondate di skinny grigio fumo di Londra (altamente richiesti per le troppe comparsate di Kate Moss), oppure in grado di restare nell’ombra quando i diabolici anni Zero erano ossessionati dalle forme enormi e vite bassissime. La nascita di un mito è in pochi atti: il 501 deve il suo nome al lotto con cui erano distinti questi pantaloni da lavoro dopo che Levi Strauss e il sarto Jacob David ottennero l’U.S. Patent and Trademark Office. E per anni non ci fu brevetto più longevo.
Il gioco è basico, forse perché nato per semplificare la vita delle persone: vita che si “appoggia” sui fianchi, gamba dritta, ma davvero, passanti per cinture da cowboy, ma non così vistosi in caso nessuno frequenti più il rodeo. E poi le cinque tasche, inutilizzate ora, usatissime quando le monete finivano in quella più piccola, oggi meandro sconosciuto. Un modello che non conosce le epoche neppure quando si trova a diventare simbolo blockbuster nella scena cult di Ritorno al Futuro.

Un jeans che vestiva Ted Kennedy e Jim Morrison contemporaneamente. Oggi può metterlo Obama ed essere indossato da Ryan Gosling senza alcuna differenza sostanziale e di forma. Non è un caso che Time lo dichiari, semplicemente, il capo del secolo.

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