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20:04 martedì 25 agosto 2026
Pur di non danneggiare un antico castello da ristrutturare, in Giappone lo hanno fatto spostare a mano da 1800 volontari Il mastio del castello di Hirosaki pesa 360 tonnellate. Questo non ha affatto scoraggiato i volontari.
C’è una certa confusione attorno all’attore che interpreterà il professore di Difesa dalle Arti Oscure nella serie tv di Harry Potter La parte era stata affidata a Nicholas Hoult, che prima ha accettato e poi ci ha ripensato perché i suoi fan avevano preso malissimo la notizia. Ora il ruolo è passato a Kit Harington, i cui fan si sono fin qui dimostrati indifferenti.
Uniqlo ha lanciato la sua prima collezione di hijab Il lancio è avvenuto il 17 agosto in Malesia, Indonesia, Singapore e Filippine. È la prima collezione di hijab tutta realizzata dal brand, al di fuori di capsule collection e partnership speciali.
La tv di Stato iraniana ha messo una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di Barron Trump Dando anche dei consigli pratici e logistici su come uccidere il più piccolo dei figli del Presidente degli Stati Uniti.
Un tizio ha creato una mappa di tutti i musei più strani e di nicchia del mondo Volete sapere dov'è che si trova il museo delle pompe di benzina, quello delle archeoplastiche o degli spazzacamini? Questo è lo strumento che fa per voi. E sì, questi musei esistono tutti e si trovano tutti in Italia.
Tra i film in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia si è aggiunto all’ultimo NAZA, il nuovo documentario dei registi di No Other Land Yuval Abraham e Rachel Szor Prodotto (tra gli altri) dal Guardian e da Jonathan Glazer, e il titolo è l'acronimo con cui l'intelligence israeliana conta i civili palestinesi che muoiono nei raid.
C’è un film d’animazione così brutto che sta diventando campione d’incassi perché le persone vanno a vederlo per accertarsi che sia davvero così brutto Niu Lai è il film del momento in Cina, prodotto dell'ingegno di una madre e un figlio senza nessuna esperienza e formazione in cinema d'animazione. E si vede.
Le donne iraniane si stanno togliendo il velo e stavolta il regime è troppo impegnato nella guerra con gli Usa per farci qualcosa La repressione non si ferma, ma ormai le donne che semplicemente rifiutano di mettere l'hijab sono troppe per perseguirle e condannarle tutte.

I meriti di Fiorucci

Dal primo negozio di Galleria Passarella 5 al mondo, perché Elio Fiorucci è stato rivoluzionario e un fondamentale anticipatore della moda di oggi.

21 Luglio 2015

Si tende spesso a guardare alla moda italiana come a un sistema restìo ai cambiamenti, lento nelle rivoluzioni, che spesso vengono associate a terremoti devastanti, per il timore che rovescino equilibri ormai sedimentati. Si parla della moda italiana come di un sistema gerontocratico, fatto di grandi nomi – creativi e imprenditori – esplosi tra gli anni Settanta e gli Ottanta, oggi ultra settantenni e ottantenni, poco inclini ad abbandonare una carriera alla quale hanno dedicato la propria vita. Ai giovani rimane il desiderio di imparare, la speranza di avere successo, pochi validi esempi di quarantenni che vengono chiamati (ancora) giovani. Si parla della moda italiana così, con un filo di rassegnazione che emerge, ma sono pensieri fondati, non disquisizioni pour parler.

fiorucci-pant-in-pelleElio Fiorucci era un’eccezione. Era perché è scomparso ieri, all’improvviso, nella sua casa di Milano. Un appartamento affacciato sui Giardini di Porta Venezia; Fiorucci era un grande amante della natura, della campagna, degli animali, ma anche della sua città, nella quale, quotidianamente, con l’aiuto di un’assistente, si metteva a creare qualcosa di nuovo. Aveva 80 anni, ma non faceva parte della gerontocrazia conservatrice cui si imputa il ristagno del sistema moda nostrano. Non per contingenza – aveva venduto la sua azienda 25 anni fa – né per carattere: era un rivoluzionario, un anticipatore. Un uomo distinto e sorridente, con il viso incorniciato dalla barba bianca come i nanetti di Love Therapy, il suo brand dedicato ai giovani creativi, sempre affascinato dalle novità, che fossero idee o stilisti in erba ai quali fare da tutore in un progetto legato a Expo 2015, manifestazione che l’ha scelto tra i propri ambasciatori. Era, tra le altre cose, un convinto vegetariano: aveva persino scritto una lettera al Ministro Boschi per introdurre nella Costituzione il principio del rispetto per gli animali.

Il marchio Fiorucci è stato per decenni un’istituzione. Lo è ancora, pur avendo perso consensi in seguito alla comparsa sulla scena nazionale (e, soprattutto, internazionale) di nomi nuovi e grandi gruppi che hanno cambiato le regole del gioco in maniera radicale. Quel che è certo è che un po’ tutti lo conoscono: i due angioletti rinascimentali, che aveva scelto come logo dopo averli fatto interpretare da Italo Lupi, sono impressi nella memoria di chiunque abbia più di trent’anni. I nanetti variopinti della Love Therapy, progetto cui Elio aveva dato vita dopo aver ceduto la sua azienda alla Edwin International, una compagnia giapponese specializzata nella produzione di denim, colmano il gap generazionale. Una distanza che, a ben guardare, non è poi così marcata.

La storia del marchio comincia alla fine degli anni Sessanta: a Roma c’è l’alta moda, a Milano si costruiscono le basi di un pret-à-porter sul quale oggi si fonda tutta la moda italiana (al lavoro ci sono Armani e Versace, tanto per fare due nomi ), nel resto del mondo c’è qualcosa che in Italia va oltre l’immaginazione. Fiorucci ha l’intuizione giusta: porta a Milano qualcosa che in Italia non esiste ancora, ma che a Londra e a New York ha invaso le strade con una forza straordinaria. Ha il coraggio che serve e la voglia di buttarsi a capofitto in un progetto inedito: poco più che trentenne, figlio di un artigiano, dopo aver lavorato al fianco del padre a cucire pantofole fin dall’adolescenza, apre a Milano, in Galleria Passarella 5, il primo di quei concept store che oggi sono metà imprescindibile di tutti modaioli e i curiosi. Li chiamano shopping destination, fatturano milioni di euro l’anno, sono disegnati da archistar e propongono novità. “Fiorucci” – il negozio viene chiamato così, quasi si andasse a casa di qualcuno, fino alla chiusura avvenuta per lasciare spazio al megastore di H&M, emblema di quella rivoluzione di cui si parlava prima – è tutto questo fin dagli anni Sessanta. Il negozio è maestoso, architettonicamente interessante (l’ha disegnato la scultrice Amalia Del Ponte) e offre una selezione di capi pop e streetwear che si vedono tra Carnaby Street a Londra e Manhattan a New York. È il 1967: a inaugurare il negozio è Adriano Celentano che arriva in San Babila con una cadillac rossa fiammante. Non è una semplice apertura: è un “opening” nell’era in cui di opening non ce n’erano tre a sera durante la settimana della moda. È un evento. Ci fosse stato Instagram avrebbe fatto il giro del mondo in pochi secondi: ci mise qualche anno.

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Il merito di Fiorucci è stato questo: precorrere i tempi. Ha creato un marchio forte, iconico, internazionale. All’apertura di San Babila sono seguite, tra il ’75 e il ’79, quelle di Londra e New York (con un negozio disegnato da Ettore Sottsass), e Beverly Hills, dove apre in un ex cinema. Fiorucci, poi, capisce subito che c’è bisogno di creare un immaginario completo, andando oltre l’ abbigliamento, così alla moda si legano l’ arte – Keith Haring e Andy Warhol sono tra suoi amici e il secondo passa un’intera giornata nella vetrina del negozio di New York a firmare copie di Interview in occasione del lancio del magazine – e una coolness che è la chiave per il successo mondiale. Il momento storico offre poi occasioni irripetibili: Fiorucci, su suggerimento dell’art director del suo negozio di New York, decide di curare l’inaugurazione di una discoteca fondata da due giovani di Long Island in un ex studio televisivo. È lo Studio54, club indimenticato e insieme fucina creativa che da New York fece il giro del mondo con le sue suggestioni e i suoi protagonisti. Nel 1983 sempre Fiorucci porterà a esibirsi nel club newyorkese una giovane artista di origini italiane: è Madonna, anche se ancora forse nemmeno lei sa di esserlo.

Fiorucci è un marchio contemporaneo nato quasi 50 anni fa: percorre con trent’anni di anticipo le strade che oggi le aziende della moda internazionale battono con sicurezza, senza rischiare più del dovuto, senza temere di far storcere il naso agli azionisti. Così, mentre oggi la collaborazione tra case automobilistiche e griffe di moda è un fatto scontato, nel 1978 Fiorucci collaborava con l’Alfa Romeo alla realizzazione di una Giulietta by Fiorucci. E, sempre nello stesso anno, lanciava una linea di occhiali, la prima connessa a un marchio di abbigliamento. Senza contare come, questa volta negli anni Ottanta, inizia a dare al packaging quel valore che oggi è uno dei pilastri del marketing. E fa delle proprie figurine uno status symbol irrinunciabile.

Si dice spesso che la moda italiana è bloccata, castrata, penalizzata da una lotta incomprensibile tra aziende che non sanno coalizzarsi e si rincorrono finendo per rimanere indietro rispetto a tutti gli altri, o forse addirittura ferme. Si dice dei giovani che non hanno chance, spazio, buoni esempi. Ma non è vero: i modelli ci sono. Quelli che hanno fatto dell’innovazione un credo, del rischio un vantaggio, dell’osservazione di ciò che accade oltre i nostri confini una leva. I rivoluzionari, come amava definirsi Elio Fiorucci.

Nella foto: il negozio di Fiorucci a New York negli anni Ottanta.
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