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09:42 giovedì 30 aprile 2026
I data server per l’intelligenza artificiale stanno diventando dei veri e propri disastri ambientali Consumano enormi quantità di energia, occupano sempre più suolo, inquinano molto e di lavoro ne danno poco. Eppure, se ne costruiscono sempre di più.
La Francia è diventato il primo Paese al mondo ad approvare l’uso della ketamina per curare le crisi suicidarie L'Agence nationale de sécurité du médicament et des produits de santé ha datto la sua approvazione ufficiale: è la prima agenzia del farmaco al mondo a farlo.
Hanno fatto un film sul looksmaxxing e ovviamente è un body horror Prevedibilmente, è stato intitolato Looksmaxxing, è un cortometraggio e se ne può già vedere qualche scena nel trailer pubblicato su Instagram.
Il governo sudafricano ha dovuto ritirare la sua proposta di legge sull’AI perché si è scoperto che è stata scritta con l’AI In particolare, si è scoperto che l'AI si era inventata di sana pianta tutta la bibliografia alla base del testo di legge.
Secondo uno studio, nelle città europee sta diventando quasi impossibile spostarsi senza la macchina Milano è una delle poche in cui si riesce a muoversi almeno un po' con i mezzi pubblici. A Roma, invece, la situazione è disastrosa.
Mentre faceva uscire il nuovo singolo, preparava un tour continentale e invitava a boicottare l’Eurovision, Robert Del Naja dei Massive Attack ha trovato anche il tempo di farsi arrestare a una manifestazione pro Palestina Stava manifestando a Trafalgar Square esponendo un cartello con su scritto «Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action».
Quest’anno in concorso al Festival di Cannes ci sono soltanto film lunghissimi Oltre la metà durano più di due ore, ben otto superano le due ore e mezza, ce n'è uno che arriva a tre ore e un quarto.
Il Met Gala starebbe abbassando i prezzi perché con Jeff Bezos e Lauren Sánchez a finanziarlo nessuno ha granché voglia di andarci Dagli iniziali 75 mila dollari per l'ingresso e 350 mila per un tavolo da 10, i prezzi adesso si starebbero abbassando sensibilmente.

I libri del mese

Cosa abbiamo letto a aprile in redazione.

30 Aprile 2022

Peter Turchin, La scimmia armata (Utet)
Traduzione di Luca Fusari, Sara Prencipe

Peter Turchin è uno studioso abbastanza unico nel suo genere. Entomologo di formazione, a un certo punto della sua carriera accademica ha deciso di abbandonare la “scienza” per dedicarsi allo studio della storia e di applicare a questa modelli matematici in grado di tracciare e prevedere le sue dinamiche. Per questo motivo (e anche per il fatto di essersi lanciato in predizioni quasi avverate), Turchin è stato ritratto dai più importanti giornali del mondo come una sorta di incarnazione di Hari Seldon, il personaggio inventato da Isaac Asimov, fondatore e sacerdote della psicostoria. In realtà appartiene alla stessa categoria di Jared Diamond e di Harari, quella dei grandi divulgatori della storia dell’uomo. In questo libro, da poco uscito per Utet, più che predire disastrosi eventi futuri, Turchin si occupa di spiegarci come l’uomo, con l’eccezione degli insetti sociali (e delle formiche in particolare), sia la specie più cooperativa del pianeta e debba il suo successo evolutivo proprio a questa capacità, ma anche di come «diecimila anni di guerre abbiano di fatto (e sorprendentemente) contribuito a consolidare l’ultrasocialità, ovvero la capacità degli esseri umani di formare grandi gruppi di estranei che collaborano: dalle cittadine alle grandi metropoli, fino a intere nazioni e oltre». Fa veramente uno strano effetto leggere La scimmia armata alzando gli occhi dalle immagini della guerra in Ucraina, molto più che passare dal particolare al generale, è un passaggio bruschissimo dall’emotività alla logica, che resiste ferrea pure parlando di cose emotive come i milioni di morti ammazzati prodotti dall’uomo nella sua storia. Nel modo in cui Turchin racconta la specificità anatomica dell’uomo come lanciatore di pietre e dalla capacità decisiva di controllare le cosiddette armi missili (tutte quelle che non prevedono lo scontro corpo a corpo), stabiliamo una distanza con noi stessi e con la nostra storia che ci permette di vederci come se appunto stessimo osservando i comportamenti di una specie animale. Uno straniante spostamento di prospettiva di questi tempi, ma forse in qualche modo utile. (Cristiano de Majo)

Antonio Delfini, Diari (Einaudi)
A cura di Irene Babboni

Un diario come quello di Antonio Delfini, lungo diciotto anni dal 1927 al 1944, si può leggere in due modi, e così succede: come intimo romanzo di formazione di un diciannovenne inquieto che cresce nell’Italia in cui a poco a poco si consolida il potere fascista, e come finestra su un’epoca, macchina del tempo, documentario storico senza ipocrisie né auto-assoluzioni. La versione che Einaudi ha rimandato in stampa è curata da Irene Babboni, le precedenti, degli anni Ottanta, erano state curate da Giovanna Delfini e Natalia Ginzburg. L’unico altro diario che mostra un’epoca in questo modo, come un viaggio nel passato, scrive Marco Belpoliti nell’introduzione, è Il mestiere di vivere di Pavese. Ma Pavese era già in esilio, e depresso, e di sentimenti spesso più simili a quelli che un lettore moderno si aspetta di trovare, in un certo senso fratello, un poco scontato. Delfini invece è un adolescente imbizzarrito e timidissimo, che scalpita come un cavallino e si inquieta per tutto e per tutti (e tutte): ricco figlio di grandi possidenti terrieri modenesi, studia da autodidatta, si accultura in modo selvaggio, si muove per Modena e Viareggio come un flâneur che vorrebbe ribellarsi contro qualcosa ma senza sapere quale possa essere l’obiettivo. Un eterno adolescente, scrive Belpoliti, che si scaglia contro tutto. È un entusiasta fascista, all’inizio, Delfini, e come un giovanissimo riesca a immedesimarsi in quel vitalismo che pareva ribelle e si trasforma presto in violenta cancrena è già, di per sé, un raro documento di storia. E poi c’è l’amore, che inquieta Delfini per tutta la vita insieme alla scrittura. L’amore vissuto come vergogna e inadeguatezza, così come la cultura, a cui si sente di non poter appartenere. Le serenità si spande su tutto soltanto quando la scrittura si posa sul paesaggio e la campagna, e lo fa con un lirismo inaspettato e dolcissimo. A poco a poco il fascismo si tramuta in antifascismo, ma lo spirito di individualismo ribelle rimane: «Litigo coi conservatori per difendere le mie idee di comunista. Litigo coi comunisti per difendere le mie idee (in questo caso sarebbe meglio dire: le mie emozioni, i miei ricordi, i miei affetti) di conservatore». All’armistizio scrive contro i fascisti e pure contro gli inglesi e contro i sovietici. Poi scrive anche: «L’odore di pollo spiumato era nei miei pantaloni di fustagno». E sullo sfondo di tutto, l’Italia di una campagna che in breve tempo è destinata a scomparire, vista da un passeggiatore privilegiato e assurdo come il protagonista di un romanzo di Walser. (Davide Coppo)

Rick Bass, Cane da petrolio (Mattioli 1885)
Traduzione di Silvia Lumaca

Finiti i dodici racconti di Cane da petrolio ho pensato che raramente mi è capitato di leggere un libro (e di conoscere un autore) spiegato in maniera così precisa ed essenziale dal titolo stampato sulla copertina. Tutti i racconti di Rick Bass possono essere smontati in tre pezzi. Ci sono le descrizioni minuziose della vita animale, continui omaggi a quelli che Thoreau raccontava come i «brute neighbours» di Walden. C’è la testimonianza ammirata della natura come memoria, dei mari che diventano deserti e della vita che si scioglie in petrolio: le sabbie del Texas, i fiumi del Mississippi, le montagne dello Utah, le foreste della Yaak Valley del Montana, 338 abitanti, tra questi uno scrittore texano che dal 1987 vive e scrive in una baita del 1903. E ci sono gli esseri umani: ogni volta che un critico prova a metterlo nell’americanissimo genere del nature writing, Bass risponde (scocciato, rassegnato) che a lui in realtà interessa la sua specie. Gli interessano i pugili, le maestre, gli studenti, i vigili del fuoco, gli addestratori di cani e i cercatori di (i cani da) petrolio, eroi solitari e riluttanti che Bass osserva senza pietà elitaria né curiosità turistica. Nei suoi racconti, questi personaggi diventano amanti shakespeariani ed eremiti medievali, assumono una dimensione epica impegnandosi in ciò che per Bass definisce l’umanità: la ricerca e la lotta. I protagonisti dei suoi racconti sono cercatori, esploratori che lottano attorno alle rovine della moderna frontiera americana. E non a caso, quando gli chiedono in quale genere letterario si senta più a suo agio, Bass risponde sempre alla stessa maniera: il western. Perché è il racconto della ricerca e della lotta, ed è così che lui ha imparato a scrivere. Negli anni Ottanta, prima di diventare uno scrittore, lavorava come geologo per aziende petrolifere. Passava mesi in mezzo al nulla, a cercare qualcosa che forse non c’era nemmeno. «Può sembrare inspiegabile, ma quel mestiere e quello dello scrittore sono praticamente la stessa cosa». (Francesco Gerardi)

Christine Schutt, Anime (Playground)
Traduzione di Chiara Messina

Negli Usa All Souls è uscito nel 2008 ed è arrivato nella terna finale del Pulitzer (vinto da Olive Kitteridge di Elizabeth Strout). È un libro caotico scritto da un’autrice che ha insegnato al liceo per anni e quindi conosce bene quanto può essere delirante l’ambiente scolastico e in particolare quello di un prestigioso istituto femminile di New York, dove le tubature dei bagni si arruginiscono a causa del vomito delle studentesse. Disturbi mentali, solitudine, adolescenza, genitori morti in tragici incidenti strali, Anime rimescola alcuni ingredienti di Florida (pubblicato in Italia da Nutrimenti nel 2009), altro libro di Christine Schutt arrivato finalista al National Book Award, ma in modo ancora più frammentario, perché se Florida aveva un’unica voce narrante, l’orfana Alice, Anime raccoglie una collezione di scene e personaggi che si muovono, o meglio barcollano e inciampano, intorno a un unico punto fermo: la studentessa Astra Dell, colpita da una rarissima forma di cancro e ricoverata in ospedale. Esasperata dall’ottimismo forzato e dai luoghi comuni sulla malattia, la sua migliore amica Carlotta, anoressica, inizia a scriverle delle lettere crudeli e dirette riflettendo sulla sua morte imminente («So che hai immaginato il tuo funerale. Tutti quelli che sentiranno la tua mancanza. L’assenza è il modo più efficace per incidere sulla vita degli altri»), lettere che Marlene, la compagna di classe disadattata ossessionata da Astra (ma solo da quando si è ammalata), inizia a intercettare e nascondere, per paura che possano turbarla. Le brevi riflessioni di Carlotta sono la parte più bella del libro, un raro barlume di chiarezza un vortice claustrofobico in cui tutti – studentesse, professori, genitori – sono goffi, egoisti, rozzi, inadeguati, bugiardi e superficiali, ricordandoci quanto sappiamo essere stupidi, in qualsiasi ruolo e a qualsiasi età. (Clara Mazzoleni)

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