Attualità

I libri del mese

Cosa abbiamo letto a maggio in redazione.

di Aa.Vv.

7th November 1959: Customers at a London bookshop read the controversial bestseller 'Lolita' by Vladimir Nabokov. (Photo by Keystone/Getty Images)

Ottessa Moshfegh – Nostalgia di un altro mondo (Feltrinelli)
trad. Gioia Guerzoni

Tra la fine dei ’90 e l’inizio degli anni Zero uscivano in America e poi in Italia, soprattutto grazie a minimum fax, Fanucci, Einaudi, libri di racconti (ma non solo) che avevano l’aria di essere la nuova grande cosa della letteratura e quindi il tipo di scrittura che meglio rappresentava lo spirito del tempo. Autori come George Saunders, A. M. Homes, il primo David Wallace, diretti discendenti del passaggio del postmoderno attraverso gli anni ’80 e di libri come il famoso cult di Mark Leyner Mio cugino, il mio gastroenterologo: un tipo di narrativa di cui si sono provate varie definizioni, tra cui “Avant Pop”, ma che forse non siamo mai veramente riusciti a categorizzare in modo preciso. Quelle di cui parlo sono storie in cui c’è un alto grado di surrealismo: oggetti che parlano, morti che rivivono, ragazzi che si calano un acido durante un concerto di Keith Jarret, sullo sfondo di una società capitalistica collassata e spaesata in cui la tv e le merci hanno assunto una forma di dominio e di controllo delle menti. Nostalgia di un altro mondo di Ottessa Moshfegh, recentemente pubblicato da Feltrinelli, è una raccolta figlia di questo filone in modo inequivocabile e arriva proprio quando pensavamo che il filone fosse irreparabilmente morto col tramonto di quell’attitudine satirica nella critica alla realtà (la narrativa politica di oggi è decisamente più diretta e meno simbolica). Ma è come se di quello stile prendesse solo una cosa e buttasse via tutto il resto. I racconti contenuti in Nostalgia, molto ben accolto in America nel 2017, sono infatti tutto fuorché politici, ma sono tremendamente strani. Strani, cioè fatti di personaggi strani e di cose strane che succedono, ma anche – e in questo si distingue dai suoi progenitori – tremendamente possibili. Un altro elemento di diversità è rappresentato dallo stile di scrittura, semplice, fino a diventare povero, e però sempre dotato di una potenza rivelatoria. Molte cose ti restano dopo aver letto questi racconti, scene, atmosfere, personaggi. Personalmente non dimenticherò facilmente “Il signor Wu”, un cattivissimo resoconto di solitudine maschile in una imprecisata Chinatown. (Cristiano de Majo)

 

Marco Rossari – Nel cuore della notte  (Einaudi)

Da qualche tempo e in qualche Paese, compresa l’Italia, si stanno scrivendo e pubblicando libri a cavallo tra fantascienza e distopia: ambientati in un mondo simile a quello attuale, con soltanto qualcosa di diverso dalla copia originale – insolitamente diverso, o spaventosamente diverso. Quasi sempre c’è di mezzo la politica, o “il sociale”: come in Exit West di Mohsin Hamid, per citare un libro di cui si è scritto moltissimo l’anno scorso, oppure, in Italia, Miden di Veronica Raimo e questo Nel cuore della notte di Marco Rossari. Lo sfondo, qui, è quello di un’Italia come la conosciamo o la potremmo presto conoscere, in cui un partito post-ideologico, populista e “né di destra né di sinistra” è al governo, con tutte le conseguenze che ci immaginiamo benissimo – l’ossessione dell’onestà che si trasfigura dell’ossessione per la morale, puritana e/o nazista. Davanti allo sfondo c’è una coppia e una storia d’amore che si apre e sboccia, matura il suo frutto, poi si spezza e si perde, e si ritrova dopo molto tempo per ricominciare in modo nuovo e infine ancora, fatta saltare in aria dalla dinamite della nuova etica. La coppia è formata da una promettente giornalista che cavalca l’ascesa del nuovo “Partito del No” e da un poeta intento a scrivere una silloge erotica ispirata alla sua musa e compagna. Ho letto Nel cuore della notte in una sola notte, e prendendomi una licenza autoironica sull’utilizzo di un termine abusatissimo nelle quarte di copertina, d’istinto e brevemente lo descriverei come potentissimo. Come si vede, la storia è semplice, l’ambientazione interessante e stimolante, l’intreccio lineare. La distopia c’è sì ma è ridotta, funzionale al protagonista vero: l’amore, comprensivo – naturalmente – del sesso in tutte le sue forme. Ho finito di leggere la mattina, percorso da un’inquietudine che raramente mi ha preso per romanzi ultimamente letti. Di nuovo, non inquietudine politica, ma rivolta al mistero dell’amore, dell’euforia in costante bilico sulla tragedia di perderlo e ritrovarlo, e di perderlo di nuovo. Una distopia – ecco – con un’attenzione spasmodica sull’umano, sui sentimenti, sulle catastrofi che può riversare sulla vita. In fondo quando fuori c’è aria di tempesta ci sembra naturale stringerci insieme. (Davide Coppo)

 

Gail Honeyman – Eleanor Oliphant sta benissimo (Garzanti)
trad. Stefano Beretta

Enorme successo di vendite in Usa, presto diventerà anche un film prodotto da Reese Witherspoon. Il primo libro di Gail Honeyman, che ha iniziato a scrivere seriamente dopo i 40 anni (al Guardian racconta: «Mi sono detta: o ora, o mai più»), è arrivato in Italia il 17 maggio. È la storia, narrata in prima persona, di Eleanor Oliphant, una quasi trentenne eccentrica con strane cicatrici che trascorre i weekend bevendo vodka e parlando con la sua unica pianta (vive da sola) e le settimane a lavorare come impiegata in un ufficio in cui, quando non la ignorano completamente, la prendono per il culo per la sua incapacità di avere una vita sociale. Nonostante ciò Eleanor è sicura di sé, aggressiva e presuntuosa. Lo dice anche nel titolo: «Sta benissimo». In realtà ha un passato oscuro, una madre problematica, ecc. Non siamo certo di fronte a una grande opera letteraria: piuttosto a un ottimo esempio di up-lit, scritto così così. Il personaggio di Eleanor risponde perfettamente al topos narrativo della “persona strana e sola che si crea un suo microcosmo, finché non decide di compiere una missione o qualcuno rompe il suo equilibrio”. Sarebbe stupido elencare degli esempi, visto che gran parte del cinema e della letteratura si basano su questo schema (il primo che mi viene in mente è Raskòl’nikov di Delitto e castigo, ma volendo citare un personaggio recente e di successo direi Marcello di Dogman). Quello che mi è sempre piaciuto di queste storie, che sono le mie preferite, è l’inizio: quando il personaggio viene raccontato attraverso le sue strane abitudini, i riti quotidiani e le piccole ossessioni. Non sono l’unica, a quanto pare: la gente adora questi personaggi emarginati (purché stiano chiusi nei libri e negli schermi, ovviamente). Sono così originali, così pittoreschi, e poi fanno pensare: «meno male che non sono ridotto così». Un altro libro che parla di solitudine appena uscito in Italia è Città Sola di Olivia Laing. Questa sì, è una grande opera letteraria. Elegantissimo, scritto splendidamente, descrive i diversi stati di isolamento, fisico o mentale, di una serie di geni compresi e incompresi. Parlando del loro lavoro e delle immagini che hanno prodotto, della città splendida e ostile in cui hanno vissuto – New York – e condendo il tutto con il racconto della sua personale esperienza, Laing scava nella solitudine vera, quella schifosa ed eroica che fa paura alla gente e ti rovina un’intera porzione di vita, ma a volte (non sempre, purtroppo) ti trasforma in un artista. (Clara Mazzoleni)

 

Jason Brennan – Contro la democrazia (Luiss University Press)
trad. F. Morganti e R. Bietti

Ci sono libri di cui si parla molto per il motivo sbagliato e che andrebbero letti per la ragione giusta. Contro la democrazia di Jason Brennan, uscito in America nel 2016 e da noi due anni più tardi, è uno di questi. Non è, come potrebbe lasciare pensare il titolo, un’invettiva, ma una lucidissima decostruzione della democrazia. Negli Usa ha fatto molto discutere proprio perché è stato pubblicato pochi mesi prima dell’elezione di Trump (tra l’altro, è diventato un caso editoriale dopo quelle fatidiche elezioni, non prima). Anche in Italia, si potrebbe argomentare, il tempismo è quello giusto. Mentre le cose vanno come vanno, cioè a rotoli, la tentazione è quella di trincerarsi in un elitismo un po’ facilotto, che poi è un ossimoro (infatti ho la netta sensazione che una buona fetta di chi in queste ore si sta definendo élite e fiero di esserlo in realtà c’entri ben poco con le élite, culturali o economiche). La tentazione, si diceva, è quella di archiviare tutto con un’alzata di spalle, togliamo al popolo bue questo giocattolo pericoloso e staremo tutti meglio. Brennan fa un discorso più complesso. Decostruisce, con piglio analitico e un solido bagaglio storico e politologico, la genesi, la ragion d’essere, e i punti deboli della democrazia, per poi giungere alla conclusione che, in effetti, potrebbe essere un po’ sopravvalutata. Contro la democrazia è prima di tutto uno strumento prezioso per capire come funziona – e, all’occorrenza, come non funziona – il nostro sistema politico. (Anna Momigliano)

 

Giuliano Pesce – L’inferno è vuoto (Marcos y Marcos)

Opera seconda di Giuliano Pesce, L’inferno è vuoto somiglia a tutto e non somiglia a niente – com’è giusto che sia, suppongo, per un romanzo pubblicato nel 2018 da un ragazzo nato nel 1990. La storia, parecchio “sorrentiniana”, comincia con il papa che durante l’Angelus si butta dal balcone in mezzo ai fedeli. Su un biglietto ha lasciato scritto: «Non esiste alcuna verità, non esiste alcun dio», eppure i cattolici sembrano accogliere il gesto e la frase con inspiegabile indulgenza, tanto che molti di loro inneggiano addirittura alla beatificazione. È la prima componente weird di una storia che, un colpo di scena dietro l’altro, passa dall’essere un film di Guy Ritchie (Pazzi Scatenati) ambientato tra ricoveri di malavitosi e set televisivi, a uno di quei bellissimi noir francesi alla Japrisot (Trappola per Cenerentola), o alla Tanguy Viel (L’assoluta perfezione del crimine): uno di quei noir in cui a un certo punto arriva una donna – una misteriosa rossa, qui – in grado di far sbarellare sia il congegno narrativo che il protagonista. Anzi, i protagonisti, visto che sono due. Da una parte c’è un ragazzo che aspira a scrivere bestseller, Fabio Acerbi: lavora nel reparto “vedove” di una casa editrice ma il Grande Editore riesce a intrometterlo in vaticano con l’obiettivo di fargli scrivere un libro sui veri motivi del suicidio del papa; dall’altra c’è Alberto Gasmann, aspirante attore alle prese con il cadavere di un presentatore televisivo stroncato dalla coca e con un boss detto Il Cobra. Preti, assassini, tossici, puttane, maniaci sessuali e un commissario di polizia vecchio stampo si succedono sulla pagina in una commistione di generi che funziona molto. Quello che colpisce del libro di Pesce è la capacità di alternare i momenti duri tipici della letteratura pulp con l’afflato di certi blues, con un improvviso scarto poetico sulla pagina. In questo rincorrersi di orrore e stupore ricorda molto certi film italiani degli anni ’70, soprattutto Lucio Fulci, anche perché Pesce è bravissimo a lavorare sul setting delle scene. E non è un talento da poco, questo del setting, di come cioè far interagire i protagonisti con gli ambienti e tra loro attraverso le azioni, senza abbindolare il lettore con le frasi a effetto (che pure qui non mancano, e chi ha detto che devono mancare?). Un bel romanzo, utile anche a capire cosa gira nella testa degli scrittori nati negli anni ’90. (Alcide Pierantozzi)

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