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01:26 giovedì 8 gennaio 2026
I manifestanti iraniani hanno inventato un nuovo coro per augurare la morte all’Ayatollah Khamenei Un coro abbastanza esplicito, anche: si parla dell'anno nuovo, di sangue e di cosa si meriterebbe il capo della Repubblica islamica.
La tuta indossata da Maduro mentre veniva sequestrato dagli americani è diventata uno dei capi più desiderati del momento Lo certificano i meme, ma anche Google Trend, che nel weekend ha riscontrato un’impennata di ricerche collegate al completo di Nike Tech.
Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.
Il carcere di New York in cui è rinchiuso Maduro è lo stesso in cui si trovano tutti i detenuti più famosi del mondo Il Metropolitan Detention Center di Brooklyn è noto per aver accolto politici, boss e celebrità, ma anche per il pessimo stato in cui versa.
Stephen Miller, il più fidato e potente consigliere di Trump, ha detto che gli Usa possono prendersi la Groenlandia con la forza «Il mondo è governato dalla forza, dal potere e dalla capacità di imporli», ha spiegato Miller, minacciando per l'ennesima volta la Groenlandia.
Mickey Rourke è indietro con l’affitto della sua villa di Los Angeles e la sua agente ha lanciato una colletta per evitare che venga sfrattato A quanto pare, l'attore deve al suo padrone di casa ben 59 mila dollari di affitti arretrati. Per sua fortuna, la raccolta fondi sta andando bene.
Uscirà una nuovo giocattolo simile al Tamagotchi ma “potenziato” dall’intelligenza artificiale Si chiama Sweekar, può diventare immortale (più o meno), ricordare la voce del padrone e anche rievocare momenti vissuti insieme.
Il Cern ha annunciato che il Large Hadron Collider, il più grande acceleratore di particelle del mondo, resterà spento per cinque anni a causa di lavori di manutenzione Lo stop durerà almeno fino al 2030 e servirà a potenziare il LHC, in modo da usarlo in futuro per esperimenti ancora più ambiziosi.

Non ti hanno preso a Harvard?

L'Ivy League e il web. Gli atenei che lanciano corsi online e un progetto rivale a "basso" costo

03 Maggio 2012

Chicago – Lo scorso anno accademico si è chiuso per Harvard con la minor percentuale di ammessi dall’anno della sua fondazione nel 1636: il 5,9 per cento. Scenario simile in tutte gli altri istituti Ivy League (l’associazione che riunisce otto degli atenei privati più prestigiosi degli Stati Uniti) dove le classi sono ormai piene fino all’orlo. Anche investire e fare spazio a un maggior numero di studenti non conviene. Per esempio quando Yale, nel 2010, decise di creare 250 nuovi posti, il costo fu di ben 250 milioni di dollari, un milione ciascuno– troppo per valerne la pena, almeno dal punto di vista economico.

L’Ivy League è satura. Da questo dato è nata l’idea di Ben Nelson, ex Ceo di Snapfish (quindi mentalità Silicon Valley), di creare per il 2014 un’università di eccellenza dello stesso livello delle Ivy che farà dell’insegnamento tramite Internet il proprio cavallo di battaglia. Con l’obiettivo di attrarre «tutti quegli studenti con le stesse capacità degli allievi delle Ivy League che però a causa del limitato numero di posti non sono riusciti ad accedervi», racconta lo stesso Nelson in una conversazione con Studio. Ci sarà però una fondamentale differenza: la selezione di Minerva sarà attuata «senza dare importanza a capacità sportive o paese d’origine del candidato», una frecciatina neanche troppo velata ai più prestigiosi concorrenti che di fronte a due studenti con uguali capacità – per ammissione stessa degli istituti l’85 per cento degli studenti ha tutti i requisiti per essere ammessi – utilizzano criteri di scelta discriminatori come genitori che a loro volta hanno frequentato l’ateneo o la facoltà di fare donazioni in un futuro non troppo lontano.

Anche il costo di Minerva farà tirare sospiri di sollievo ai suoi studenti. La retta sarà infatti di ventimila dollari all’anno rispetto agli oltre quarantamila che mediamente si pagano per entrare in una Ivy (e non solo). Per di più vi sarà il vantaggio, garantito dall’utilizzo del web, della delocalizzazione grazie alla quale gli studenti, almeno per il primo anno, potranno seguire il corso dove più gli conviene. Al secondo anno invece i corsi saranno concentrati in tre principali centri: uno in Europa, uno negli Stati Uniti e l’ultimo in Asia, si presume per incentivare quel confronto fisico e intellettuale così vitale per stimolare idee e iniziative, anche se Nelson afferma deciso che «le possibilità di interazione garantita dalle classi on-line è molto maggiore rispetto a quella delle aule tradizionali». Alla guida dell’ambizioso istituto sono stati scelti nientemeno che Larry Summers, ex segretario del Tesoro americano oltre a ex rettore di Harvard e Bob Kerry, ex Senatore democratico nonché ex rettore della New School di New York (dove però, a dire il vero, non fu molto apprezzato da studenti e professori) mentre tra i finanziatori spiccano i venture capital di Benchmark che annovera nel suo portafoglio di investimenti E-Bay e Twitter e il 3 aprile scorso ha impegnato un primo round di ben 25 milioni di dollari nel progetto.

Ma non basta una buona idea per effettivamente diventare la prima e-Ivy d’America perché i problemi da affrontare sono diversi. Primo. Il prestigio delle Ivy League stesse oltre che dai professori di fama internazionale, deriva da una tradizione centenaria e una cultura di difficile imitazione. E, non ultimo, dall’eccellenza degli studenti e dalla selettività del processo di ammissione: Harvard è Harvard anche perché è così difficile essere ammessi.

Secondo. I servizi universitari on-line sono tutt’altro che nuovi e alcuni, anche se bisogna ammettere che la maggioranza sono mediocri, sono di eccellenza. Primo tra tutti è l’esperimento di Open Yale, lanciato nel lontano 2008 dall’omonima università e tutt’ora fruibile via iTunes e YouTube, che sul web mette a disposizione seminari accessibili a tutti. Assai più recentemente ha lanciato un progetto simile anche un’altra Ivy, Upenn. Su questo punto, Nelson ribatte: «Minerva non offrirà corsi di livello base [Open Yale offre per la grande maggioranza lezioni introduttive, nda], ma chiederà agli studenti di pagare soltanto per quei corsi che non si possono trovare gratuitamente sul web». Un progetto ben pensato e interessante che, almeno oltre oceano, sta facendo parecchio discutere e rappresenta un importante barometro per capire la direzione in cui l’istruzione nell’era di Internet potrebbe muoversi. L’America infatti anche a causa del crepuscolo della sua industria pesante, punta sempre più sul settore high-tech e sull’istruzione (il così detto capitale umano) per rimanere competitiva nel mondo. L’Europa, vista la crisi, potrebbe presto seguire.

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