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01:22 domenica 16 agosto 2026
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.

Alessandro Michele, Gus Van Sant e la moda che diventa serie tv

Per presentare la nuova collezione, il direttore creativo di Gucci ha scelto la formula della serie tv, co-diretta insieme al regista americano, e del festival culturale.

16 Novembre 2020

In questi mesi di stallo e preoccupazione per l’industria della moda, ci si è ripetuti spesso che tutti i grandi cambiamenti avviati negli ultimi anni sarebbero arrivati a un punto cruciale, di fatto accelerati dall’emergenza in corso. Come successo praticamente per ogni angolo del nostro vivere comune, la pandemia ha  ridisegnato obiettivi, percorsi e spazi, così gli addetti ai lavori che si arrovellavano sul destino delle settimane della moda hanno visto queste ultime trasformarsi in eventi interamente digitali, le città che le ospitavano svuotarsi degli ospiti e del trambusto che solitamente le accompagnava, i designer impegnati nell’inventare nuovi modi di raccontare il loro lavoro. «Ci incontreremo solo due volte l’anno, per condividere i capitoli di una nuova storia. Si tratterà di capitoli irregolari, impertinenti e profondamente liberi. Saranno scritti mescolando le regole e i generi. Si nutriranno di nuovi spazi, codici linguistici e piattaforme comunicative», aveva scritto a fine maggio Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, nei suoi “appunti dal silenzio” condivisi su Instagram.

E ora il primo di quei capitoli prende forma: la nuova collezione, intitolata “OUVERTURE of Something that Never Ended” verrà infatti presentata attraverso l’omonima mini serie in sette episodi durante il GucciFest, festival di moda e cinema digitale, che si svolgerà dal 16 al 22 novembre. Girata a Roma e co-diretta dal regista Gus Van Sant e dallo stesso Michele, la serie in sette puntate ha come protagonista l’attrice, artista e performer Silvia Calderoni, impegnata in una surreale routine quotidiana in diversi scenari della città, mentre incontra una serie di talenti internazionali, personalità vicine al marchio e al suo direttore creativo, fra cui Paul B. Preciado, Achille Bonito Oliva, Billie Eilish, Darius Khonsary, Lu Han, Jeremy O. Harris, Ariana Papademetropoulos, Arlo Parks, Harry Styles, Sasha Waltz e Florence Welch.  I sette episodi verranno trasmessi quotidianamente nel corso del festival in esclusiva su YouTube Fashion, Weibo, Gucci YouTube e inseriti nel sito dedicato GucciFest, rivelando gradualmente la nuova collezione. Oltre alla serie, durante il festival verranno trasmessi anche fashion film che celebrano le creazioni di quindici giovani stilisti indipendenti scelti da Michele: Ahluwalia, Shanel Campbell, Stefan Cooke, Cormio, Charles De Vilmorin, JordanLuca, Mowalola, Yueqi Qi, Rave Review, Gui Rosa, Rui, Bianca Saunders, Collina Strada, Boramy Viguier e Gareth Wrighton.

Se negli anni abbiamo visto molti registi famosi cimentarsi con fashion film e pubblicità d’autore, è la prima volta che un marchio di moda sceglie il formato della serialità televisiva per raccontare una collezione. «Verso quali nuovi orizzonti può spingersi la moda quando decide di lasciare i suoi ancoraggi confortanti? Che vita hanno i vestiti quando smettono di sfilare? Quali storie sono capaci di disegnare nello spazio dell’esistenza? Cosa accade loro quando si spengono i riflettori della passerella?», si chiede Michele nell’introduzione al GucciFest, dubbi che ricondivide anche in conferenza stampa, quando racconta della genesi del progetto. “L’inizio di qualcosa che non è mai finito” è, sin dal titolo, una dichiarazione di intenti: «Mi sembrava interessante parlare di un tempo che non inizia e non finisce, un tempo sospeso, anche il titolo è un po’ una metafora della lentezza che avevo promesso, di questo non succedere, che poi per me si è trasformato in un succedere, comunque (…) Ho voluto raccontare una storia che non raccontasse nulla, questo tempo sospeso che ci ha attraversato, che in realtà è un tempo che c’è sempre stato ma che in qualche modo abbiamo cancellato, messo da parte», spiega ai giornalisti. Dice che all’inizio l’idea era di riprendere Calderoni per dodici ore consecutive, live, quasi uno streaming fiume come quello dello scorso luglio, ma che lavorare con Van Sant gli ha fatto comprendere ancor di più l’artificio del cinema: «Il linguaggio della contaminazione è il mio linguaggio. [Lavorando per il cinema, nda] non mi sono sentito un invasore né un invaso, a un certo punto ho visto i vestiti prendere vita, staccarsi dalla patina della moda e diventare qualcos’altro». Così come non ha particolarmente sentito la differenza d’età con i designer più giovani coinvolti nel festival, ribadendo: «Mi sono sentito molto alla pari con loro, se devo dire la verità, e penso che anche loro si sentissero così, ed è una cosa bella, secondo me. Mi sento molto in pace nei confronti della questione dell’età e non ho trovato tutte queste differenze, ho trovato molte più affinità. Siamo persone che fanno lo stesso lavoro, ci siamo visti in questi mesi ognuno nelle nostre case, e ho visto delle persone che fanno quello che faccio io. Questo immaginare insieme è stato faticoso ma meraviglioso».

E proprio la contaminazione, il mescolarsi dei linguaggi e delle voci e la realtà in transito che esse producono, sono i temi principali del progetto, che cerca di stabilire, come sempre ha fatto Michele nel suo percorso, un programma estetico e culturale. Nel primo episodio, il filosofo Paul B. Preciado – è recentemente uscito per Fandango Libri Un appartamento su Urano, che raccoglie gli interventi su Libération sul suo processo di transizione – parla alla tv dell’appartamento romano in cui si muove Silvia Calderoni, e parla di rivoluzione sessuale, di corpi dissidenti e di violenza dell’uomo sulla natura. Le sue parole fanno da sottofondo a scene quotidiane e surreali, il risveglio, lo stretching, la raccolta della posta (ci sono solo inviti di eventi Gucci), le visite a sorpresa. La visione è straniante, i dubbi sono legittimi – quanto rimarrà dei discorsi di Preciado? – l’effetto è quello a cui Gucci ci ha abituati in questi anni: un fiume di spunti e riflessioni che cercano di catturare la realtà, afferrandone tutti i movimenti in corso, ma anche un’annunciata defezione, un abbandonarsi a quei movimenti quasi fatalista, forse anche, speriamo, tanto ironico. I marchi diventeranno broadcaster, ci siamo detti durante il primo lockdown, e nel palinsesto folle che è diventata la moda, alle televendite in streaming che spopolano in Cina e che chissà se arriveranno da noi, si aggiunge ora la prima serie tv d’autore creata da un marchio, e da un direttore creativo, che gioca oggi con il suo status di celebrità e santone, guru e instancabile guardone, come lui stesso si definisce.

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