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Come i talk show vanno al governo

La gestualità utilizzata da Lega e Movimento 5 Stelle vince anche perché riavvicina chi è dentro alla tv con chi ne è fuori. Ma come faranno a farla funzionare adesso?

di Giuseppe De Filippi

Italys Labor and Industry Minister and deputy Prime Minister Luigi Di Maio (L) and Italys Interior Minister and deputy Prime Minister Matteo Salvini (R) smile as they wait for the swearing in ceremony of the new government led by newly appointed Prime Minister at Quirinale Palace in Rome on June 1, 2018. - Italian cabinet members of the new government led by newly appointed Prime Minister are to be sworn in, after a last-ditch coalition deal was hammered out to end months of political deadlock, narrowly avoiding snap elections in the eurozone's third largest economy. (Photo by Alberto PIZZOLI / AFP) (Photo credit should read ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

Sono nati nei talk show e lì hanno appreso le uniche due tecniche dialettiche che conoscono. Matteo Salvini si è specializzato, anche grazie a registi compiacenti, nello scuotimento orizzontale della testa, dopo aver richiamato un po’ indietro il mento (a volta unendo anche la volontaria eliminazione di perspicacia dallo sguardo), e nel movimento, invece, verticale delle mani giunte. Sono i suoi segni di disapprovazione e di marcamento del territorio, ma sono anche qualcosa in più in quanto interrompono il “sogno dialettico” (sul quale torneremo) e riportano tutto alla mimica da semaforo, alla battaglia, appunto mimata, con cui in un qualunque ingorgo urbano ci si spedisce reciprocamente alle peggiori fini possibili, sapendo però benissimo che, tranne casi rarissimi che poi appunto fanno notizia, il tutto scivolerà via: alle minacce non verrà dato corso, le reazioni resteranno inespresse, la violenza verrà incanalata in una sgommata, in una sterzata secca.

Quei gesti da talk vincono anche perché riavvicinano chi è dentro alla tv con chi ne è fuori. Da casa tutti usano la tecnica orizzontale (scuotimento della testa) e quella verticale (movimento delle mani giunta), ma mentre lo fanno sono consapevoli della loro impotenza, dello spreco di energie, e allora vedere che anche quel tipo lì sta eseguendo le stesse manovre ne fa un fratello, aiuta non tanto l’immedesimazione (troppo), ma il cameratismo. Poi c’è l’altra tecnica, quella che invece punta non sulla sfida nell’ingorgo, ma sul supremo distacco, per restare nella metafora urbana, del viaggiatore di autobus che guarda a distanza la lite e la lotta per lo spazio, sulla quale non può influire, ma può esprimere un suo parere, autonomo, indiscutibile e indiscusso. Questa è rappresentata bene nel metodo inventato da Rocco Casalino e poi imposto a tutte le televisioni del mondo (ribattezzato in modo spiritoso “Codice Rocco”) per cui i 5stelle vanno in tv senza mischiarsi con altri politici, parlano a tu per tu, a lei per lei è uguale, con conduttore/conduttrice. Non è che rifiutino il contraddittorio, come si dice spesso e banalmente, è che si pongono fuori dall’agone violento, appunto stanno sull’autobus e osservano, magari indirizzando i peggiori insulti, ma a distanza, mentre il famoso contraddittorio (su cui torneremo come variante del “sogno dialettico”) dovrebbe essere esercitato dall’intervistatore o intervistatrice di turno. Ma non succede, e lo sanno benissimo i fruitori delle regole casaliniane, un po’ perché non si vuole litigare (“e poi non mi torna in studio…”), nella maggior parte dei casi perché non si saprebbe cosa obiettare.

La tecnica, di cui è specialista la sindaca di Roma Virginia Raggi, consiste nello sparare numeri e cifre senza riscontro, mischiandole a promesse, e lasciando così interdetta la controparte giornalistica, mai preparata a sufficienza e logicamente timorosa di essere presa in castagna, come dire, in contropiede. Così ai numeri sparati si risponde con silenzio, mentre da una parte e dall’altra si tenta un minimo di ricorso alle tecniche precedenti, testa e mani giunte, ma solo come veloce contrappunto (ovviamente è favorita la persona intervistata, che, anche in questo caso è campionessa la sindaca Raggi, può scuotere la testa in orizzontale durante una domanda e così preparare il campo a una risposta smontante). Va bene, ma quanto detto è abbastanza noto e già analizzato anche con notevole perizia tecnica. Il divertente, però, viene adesso, osservando già le prime mosse: (ci chiediamo come sarà possibile trasferire queste modalità operative nel confronto politico parlamentare tra governo e opposizioni, nel confronto europeo sia ministeriale sia tra capi di Stato e di governo, nella grande partita mondiale dei G7 e degli altri consessi multilaterali e in quelli bilaterali, nelle relazioni con le parti sociali.

Salvini ha già esordito con una battuta da talk show nei riguardi della Tunisia e, invece dell’applauso che sarebbe certamente scattato in studio lasciandolo a godersi il suo bell’insulto, è arrivata un’irritata risposta ufficiale del governo seguita da atti formali e quindi dalla ritirata del ministro. Luigi Di Maio ha scelto la linea della fedeltà ai dettami casaliniani e ha avviato la sua attività ministeriale con monologhi, molta attività Facebook in cui governava la telecamera e il discorso, confronti non con parti sociali strutturate e (capaci quindi di presentare una posizione articolata), ma con gruppi poco organizzati (i rappresentati dei rider) verso i quali assumere un atteggiamento che una volta si sarebbe chiamato paternalistico e comunque facendo in modo che la sostanza dell’iniziativa fosse nella scelta di riceverli e non nell’eventuale oggetto della trattativa. Se permettete, non un confronto sindacale da Paese moderno ma l’assunzione in capo a un ministro, e quindi in capo al governo, delle istanze di uno specifico gruppo di lavoratori. È l’applicazione, sulla scena delle crisi sociali, del metodo Casalino, del “Codice Rocco”: parlo solo con chi può farmi le domande che dico io o almeno che mi aspetto, le risposte sono già pronte, gli altri osservano e non possono che approvare, i mediatori (sindacato o giornalisti) sono ridotti a semplici reggitori di microfono ovvero attuatori di accordi, la valenza simbolica (i giovani dimenticati) è tutta nelle mani del ministro che assume quindi su di sé un ruolo che travalica il suo mandato politico.

Apparentemente, quindi, Salvini ha toppato e Di Maio, invece, ha avuto un primo successo. Più probabilmente sono le diverse tecniche a prestarsi meglio per certe situazioni e peggio per altre. Salvini in futuro potrà cavarsela à la Trump, twittando insulti e poi trattando mediazioni. Per Di Maio invece diventerà difficile replicare i fasti un po’ littori dell’operazione rider in ambiti più ampi. Salvini avrà le sue difficoltà quando per la prima volta si accorgerà che battendo i pugni sul tavolo a Bruxelles, quando finalmente andrà a partecipare ai consigli dei ministri responsabili della sicurezza interna, ci si fa male e si fa anche la figura dei cretini, mentre i risultati pratici delle trattative seguono vie che sfuggono al pugnace polemista. Di Maio farà delle scoperte, e per traslato avverrà lo stesso al Giuseppe Conte già sottoposto alle cure di Casalino. Lo immaginiamo, con surreale divertimento, arrivare a un consiglio europeo e pretendere di parlare separatamente, prima degli altri, senza interazione, e rappresentare così le posizioni italiane e poi andarsene. Oppure crollare miseramente, e vale per entrambi, Conte e Di Maio, quando si manifestassero opposizioni, contestazioni puntuali, critiche specifiche. Non sono abituati, non hanno gli anticorpi, non sanno da dove incominciare. E tutto questo non ha niente a che fare con il ruolo più atteso dell’opposizione. Non ci aspettiamo il mezzogiorno di fuoco parlamentare, piuttosto sono da immaginare difficoltà nel piccolo scontro quotidiano delle commissioni, nella ordinarietà delle schermaglie di aula. Nei grandi momenti di tensione in Parlamento si potrà ancora replicare con scuotimenti di testa, movimenti di mani (favoriti anche dal posizionamento delle telecamere di fronte ai banchi del governo) e dalla tensione ci si potrà sottrarre non rispondendo, affidando ai comunicatori qualche battutina, diffondendo un po’ di propaganda. Ma il logoramento delle due tecniche è prevedibile con ottima approssimazione.

Poi c’è la storia, quella che, malgrado i tentativi di Di Maio e il concorso prosaico di Salvini («vogliamo vincere a Imola, sarebbe storico»), rispetto ai progetti a 5stelle ha il pregio di non farsi scrivere da qualcuno, e neanche da molti. Potremmo fare i crociani in ritardo, ci sta benissimo in questa occasione, e obiettare al Di Maio che dal vivo fa lo storico iper-contemporaneo, anzi fa lo storico del futuro, che, in questo modo, si sta mettendo proprio fuori dalla storia (una condizione non consigliabile). E però non vogliamo farla troppo facile e soprattutto si è lasciata in sospeso una promessa che ora è opportuno mantenere. La storia, secondo Croce, non è mossa da dialettica dura, non concilia opposti ma mette assieme spinte simili o assimilabili, soprattutto non si può ridurre a pura determinazione dello scontro dialettico. Così torniamo alla promessa e ai talk show. Il contraddittorio nella sua versione televisiva, anche se non fosse inquinato dalle tecniche di dissenso e di dileggio già accennate, è un’illusione pericolosa. Non c’è alcuna speranza che dalla contrapposizione di idee diverse, di progetti diversi, nasca, lì sotto ai nostri occhi, qualcosa che vada oltre alle premesse. Il gioco della dialettica è un’ottima educazione al pensiero, si dice che venga praticato in antiche scuole e università anglosassoni, è certamente uno spasso, tra persone educate, contrapporre tesi, argomentare, dibattere. Quella roba lì è il sogno di tutti gli autori televisivi, ma ogni volta che provano finiscono a sbattere tra teste scosse, mani agitate, urla, confusione, regressione invece di avanzamento verso la sintesi televisivo-hegeliana. E poi ci riprovano, perché il mito è fortissimo, il sogno dell’Agorà li irretisce (e i politici ci sguazzano). Ma non funziona così. Forse, magari non con piena consapevolezza, Di Maio e Salvini questo lo avevano capito, e nel gioco si sono buttati con l’obiettivo di non rispettarne le regole perché erano regole stupide o scritte male, certamente non applicate o non applicabili.

Il mito del confronto che porta a decisioni o a sintesi, o che, come si dice, mette l’elettore in condizione di scegliere, avrebbe bisogno di qualche sforzo organizzativo, di un campo e di regole, per diventare realtà operativa e finalmente funzionare. Il pluralismo realizza qualcosa di utile e anche di straordinariamente potente solo in un ambito, quello governato dal metodo scientifico. Se costretto dall’anti-dogmatismo, anzi dal divieto assoluto del dogmatismo, e incanalato nella falsificabilità di Popper, e arricchito dalla piena libertà di espressione e dalla piena cittadinanza di tutte le espressioni, e se corroborato dal rimando a qualche forma di verificabilità sperimentale, allora il pluralismo diventa uno strumento meraviglioso. Altrimenti, di tutte quelle condizioni, si incarica, come succede, ma in modo che in generale non consideriamo efficiente, la realtà dei fatti. Di Maio e Salvini hanno sbaragliato la dialettica negandola, hanno irriso (e con qualche ragione) il pericoloso sogno del “contraddittorio che educa e fa crescere”. Di Maio, forse senza accorgersene, ha dato al mito dialettico anche una spallata parodistica, irridendolo attraverso l’uso raccomandato della piattaforma Rousseau come strumento per decisioni  ovviamente partecipate e condivise. Ora però, per entrambi, come si diceva, è la realtà dei fatti, in modo inefficiente, magari brutale, senza riguardi e senza progresso, a incaricarsi di dare qualche delusione. E lo spirito della storia si incarna da subito nel governo tunisino.

 

Immagini dalla puntata di Domenica Live andata in onda il 18 febbraio
In evidenza: foto Getty

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