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08:46 domenica 9 agosto 2026
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.
I lavoratori dei musei di Venezia minacciano lo sciopero perché sono costretti a lavorare con 30° gradi al chiuso a causa dell’aria condizionata che funziona male o manca del tutto Una situazione così grave da portare al rischio di «spossatezza, crampi e colpi di calore» per i lavoratori, ai quali mancherebbe anche la formazione adeguata per affrontare questa emergenza.
Per sopperire al taglio dei fondi per la ricerca, un gruppo di scienziati che studia le marmotte ha aperto un canale OnlyFans tutto dedicato alle marmotte OnlyMarms (si chiama proprio così) è gratuito, pubblica «contenuti non censurati di marmotte dalle Montagne Rocciose» e accetta mance per la buona causa della scienza.
Le ondate di caldo potrebbero far aumentare il prezzo del cibo più della guerra in Iran e della crisi nello Stretto di Hormuz Addirittura un punto percentuale di inflazione alimentare in più, un aumento del costo del cibo che nel 2027 rischia di arrivare al 3 per cento.
Il ristorante Trippa ha tolto dal menù i suoi due piatti più celebri perché troppe persone prendevano solo quelli per fotografarli L'ha spiegato lo chef Diego Rossi, per provare a sfuggire alle tendenze dettate da Instagram anche sulla ristorazione.
Il Pentagono ha improvvisamente cambiato il modo in cui conta i morti e i feriti nella guerra in Iran Pare su richiesta diretta dalla Casa Bianca. Risultato: 4 morti "in meno" e circa 600 feriti in più.
Fred Again ha passato 50 ore consecutive in livestream su YouTube per completare il suo nuovo mixtape Lo ha fatto insieme al collettivo LATIN MAFIA, registrato tutto a Città del Messico e intitolato (didascalicamente ma efficacemente) 9 months & 50 hours.

Immaginare un futuro per i giornali online

Dai licenziamenti di Buzzfeed alle strategie di Condé Nast: come si trasforma l’editoria digitale.

30 Gennaio 2019

Lo scorso weekend Buzzfeed ha licenziato 43 giornalisti come conseguenza di un severo piano di ristrutturazione interna, che ha finito per tagliare per intero il desk delle News, chiudere gli uffici in Spagna e falcidiare molte sezioni su cui pure la piattaforma aveva largamente investito, come quelle dedicate all’intrattenimento e alle tematiche Lgbt+. I licenziamenti di Buzzfeed si sommano a quelli avvenuti da Yahoo/AOL nello stesso periodo: in tutto, circa mille persone hanno perso il lavoro. Molti fra i giornalisti licenziati hanno raccontato l’esperienza in diretta su Twitter utilizzando l’hashtag #Buzzfeedlayoffs (ci hanno anche fatto un quiz sul sito, lo chapeau per l’autoironia è d’obbligo) e, per l’ennesima volta negli ultimi anni, si è tornati a parlare della difficoltà cronica che i giornali incontrano nel sostenersi. Su carta, certo, ma anche sul digitale.

Mike Pesca ribadisce infatti su Slate che, trattandosi in questo caso perlopiù di media online, qualsiasi ragionamento sulla questione non può che partire dal duopolio che oggi domina il mercato degli investimenti pubblicitari. Perché un inserzionista dovrebbe scegliere di puntare su una piattaforma relativamente piccola (anche se fidelizzata) come quella di un giornale, quando potrebbe invece rivolgersi direttamente al suo cliente potenziale tramite annunci personalizzati su Facebook e Google? Quali sono allora le caratteristiche che il lavoro giornalistico deve avere per aderire al momento storico, oggi che la professione ha perso molto del prestigio che la circondava e qualsiasi troll su internet si sente in diritto di incitare chi ha appena perso la sua fonte di reddito di “imparare a programmare”? Come risolvere, infine, la grande contraddizione che ci ritroviamo a vivere, e cioè quello scollegamento tra l’avidità di informazioni che caratterizza la nostra epoca e la parallela, radicale, trasformazione che i giornali, che per lungo tempo quelle informazioni le hanno divulgate, stanno subendo?

Guardare a come si muovono gli editori può essere utile a farsi un’idea dell’immediato futuro dei giornali online, tanto più se si prendono ad esempio prodotti editoriali come quelli che una volta si chiamavano “femminili”, le riviste di moda o i settimanali patinati, dove le prove tra contenuto sponsorizzato e contenuto giornalistico si fanno da più tempo e (spesso, non sempre) con più malizia. Se il momento difficile attraversato da Facebook ci dice qualcosa, d’altronde, è che un’informazione basata sull’algoritmo è sempre più simile a una disinformazione. Lo ha spiegato bene Christopher Wylie, il whistleblower di Cambridge Analytica, che per gli algoritmi politica e moda hanno prosaicamente lo stesso peso, quasi un gigantesco nonsense dove cercare un paio di scarpe mi identifica e fidelizza tanto quanto cercare notizie sugli immigrati e Matteo Salvini. Ma qual è l’alternativa, a questo punto? Il paywall, manco a dirlo: lo hanno già fatto con ottimi risultati molti quotidiani, come il caso del New York Times insegna, e lo farà nel breve periodo anche un editore come Condé Nast, che ha annunciato di volerlo introdurre su tutte le sue pubblicazioni entro la fine dell’anno, sulla scia dei buoni risultati ottenuti con il New Yorker, Vanity Fair e Wired. In molti stanno anche considerando l’idea di prendere parte a Texture, la piattaforma di “streaming” che Apple sta testando e che dovrebbe essere una sorta di Netflix dei giornali, un servizio su abbonamento che mette a disposizione 200 magazine diversi. Chi ha lavorato bene sul paywall, però, non è così sicuro di voler consegnare senza lottare i propri abbonati ad Apple, così Texture sembra a oggi una delle tante opzioni e non la soluzione unica per tutti. Proprio l’editoria “patinata”, intanto, funziona da osservatorio privilegiato, ottimo terreno di sperimentazione in barba a tutti quelli che si chiedono se sia persino giornalismo, quello là.

Nella sede di BuzzFeed a New York, l’11 dicembre 2018 (foto di Drew Angerer/Getty Images)

Un buon esempio è Vogue Us, che sta chiaramente cercando di andare oltre la seppur rodatissima formula Anna Wintour. Oltre allo star system da copertina e agli eventi sensazionali come il Met Gala, il giornale sta cercando di capitalizzare sul suo status in più modi. Vendendo lo spazio su Vogue Runway ai marchi emergenti che vogliono vedersi accanto a Gucci e Chanel, ad esempio: 20.000 dollari per due gallery l’anno, come riporta Business of Fashion, senza però la recensione. L’ammissione avviene previa selezione del team guidato da Nicole Phelps: per ora queste gallery non sono segnalate, ma se il meccanismo dovesse ingranare del tutto, è legittimo aspettarsi una distinzione netta fra questi contenuti e quelli strettamente “editoriali”. Intanto, Condé Nast ha appena lanciato Vogue Business e si prepara a fondersi con Condé Nast International, che ha sede a Londra. Come ha spiegato il Ceo di International Wolfgang Blau a Il Sole 24 ore, la piattaforma (solo online, per ora) sarà all’insegna dell’approfondimento, e proverà «a fare informazione nel business della moda rispondendo a esigenze concrete di molti operatori del settore». È qualcosa di molto simile a quello che intende il nuovo Ceo di Hearst Troy Young, che dallo scorso luglio guida il gruppo editoriale che pubblica Esquire e Marie Claire fra gli altri, quando parla di «contenuti che abbiano uno scopo». Che nell’epoca del tutto è contenuto non si traduce “solo” in giornalismo di qualità, ma anche nella capacità di offrire ai propri lettori esperienze fra le più svariate, l’accesso a club o comunità ristrette e, se possibile, trattamenti speciali e sconti riservati.

«Questo non significa che abbandoneremo tutte le grandi cose che abbiamo fatto in passato» assicura Young «Se riusciamo a fare quello che la carta ha sempre fatto bene e a farlo collegandoci a quello che facciamo online, possiamo migliorare la nostra rilevanza culturale». Un po’ vago, ma gli editori storici non sono soli in questa gara a ritrovare il senso di una professione, dicevamo: ci sono anche i nativi digitali, si pensi a Vox e a Bustle Media, che come il veterano Buzzfeed hanno già imparato a ridimensionarsi, rimodellarsi e, cautamente, provare a espandersi di nuovo. Semmai, questi ultimi hanno un certo vantaggio nella forma mentis. Ha ragione allora Blau quando, parlando di Vogue Business, ammette che una volta «una testata veniva lanciata sul mercato solo quando la si riteneva perfetta da ogni punto di vista», mentre oggi non è più così e probabilmente non sarà mai più così, qualcuno doveva pur dirlo. Come ha scritto recentemente Chantal Fernandez sul Bof, d’altra parte, neanche fare il giornalista di moda è più (non è mai stato, in realtà) quello che telefilm come Sex & The City e reality come The Hills hanno raccontato. Ma cosa vogliamo dai giornalisti oggi? Che sappiano usare i social, magari montare video, giacché programmare siti, visto che ci siamo anche essere popolari e/o cool abbastanza da avere anche un nutrito seguito personale da far pesare sul giornale di turno? Un po’ tanto, effettivamente: forse conviene tornare alla distinzione tra informazione, disinformazione e algoritmo, e ricominciare da lì.

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