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19:51 domenica 4 ottobre 2026
Le case editrici e le tipografie ucraine sono diventate uno degli obiettivi più colpiti dall’esercito russo Una vera e propria strategia, ormai. Tanto che in questi attacchi è andato distrutto un terzo dei libri stampati in Ucraina nel corso dell'anno.
È uscito un videogioco in cui l’unica cosa da fare è andare a un rave illegale e ballare tutta la notte Si chiama Afters, è gratuito e lo ha realizzato un game designer a cui l'idea è venuta dopo una notte passata tutta a ballare a un rave illegale.
La cosa incredibile di questa crisi energetica è che tutti sapevano che prima o poi sarebbe arrivata, perché tutti sapevano che le scorte di petrolio prima o poi sarebbero finite Ed evidentemente nessuno è riuscito a fare nulla per evitare lo scenario peggiore. Che è quello che stiamo vivendo in questi giorni.
Tilda Swinton ha scritto un’autobiografia, ma siccome non voleva fare la solita autobiografia ha deciso di raccontare la sua vita attraverso gli oggetti che ama Si intitola Material Evidence, uscirà nel 2028 e al suo interno ci saranno: un abito da battesimo, una lettera, una gamba di legno, una felpa, una matassa di seta da ricamo, una fotografia, una vita intera.
Per lanciare il loro nuovo album i Fontaines D.C. hanno organizzato dei listening party nei negozi di dischi indipendenti di tutto il mondo e l’Italia è uno dei Paesi in cui ce ne saranno di più Saranno ben 22 e si terranno tutti l'8 ottobre, sparsi dalla Liguria alla Sicilia e molti in "provincia", dentro negozi che sono pezzi di storia delle città.
La storia del Bosco Ospizio di Reggio Emilia, abbattuto per far posto anche a un supermercato, è molto più complicata e preoccupante di come la si sta raccontando Perché oltre al supermercato verranno costruiti anche una Casa della Comunità, una biblioteca e un polo sociale. E piantati 1350 nuovi alberi.
Negli ultimi cinque anni la Svizzera ha perso un quinto dei suoi ghiacciai Solo nel 2026 è sparito il 5,5 per cento del ghiaccio delle Alpi Svizzere. Gli scienziati parlano apertamente di «un anno catastrofico».
Esiste una mappa che raccoglie tutte le donne, militanti, scrittrici e studiose, che hanno fatto la storia dell’anarchia Si chiama Mujeres Anarquistas e al momento include sette grandi italiane: Virgilia D'Andrea, Luce Fabbri, Giovanna Berneri, Maria Roda, Tina Tomasi Ventura, Anna Maria Mozzoni e Marie Louise Berneri.

Immaginare un futuro per i giornali online

Dai licenziamenti di Buzzfeed alle strategie di Condé Nast: come si trasforma l’editoria digitale.

30 Gennaio 2019

Lo scorso weekend Buzzfeed ha licenziato 43 giornalisti come conseguenza di un severo piano di ristrutturazione interna, che ha finito per tagliare per intero il desk delle News, chiudere gli uffici in Spagna e falcidiare molte sezioni su cui pure la piattaforma aveva largamente investito, come quelle dedicate all’intrattenimento e alle tematiche Lgbt+. I licenziamenti di Buzzfeed si sommano a quelli avvenuti da Yahoo/AOL nello stesso periodo: in tutto, circa mille persone hanno perso il lavoro. Molti fra i giornalisti licenziati hanno raccontato l’esperienza in diretta su Twitter utilizzando l’hashtag #Buzzfeedlayoffs (ci hanno anche fatto un quiz sul sito, lo chapeau per l’autoironia è d’obbligo) e, per l’ennesima volta negli ultimi anni, si è tornati a parlare della difficoltà cronica che i giornali incontrano nel sostenersi. Su carta, certo, ma anche sul digitale.

Mike Pesca ribadisce infatti su Slate che, trattandosi in questo caso perlopiù di media online, qualsiasi ragionamento sulla questione non può che partire dal duopolio che oggi domina il mercato degli investimenti pubblicitari. Perché un inserzionista dovrebbe scegliere di puntare su una piattaforma relativamente piccola (anche se fidelizzata) come quella di un giornale, quando potrebbe invece rivolgersi direttamente al suo cliente potenziale tramite annunci personalizzati su Facebook e Google? Quali sono allora le caratteristiche che il lavoro giornalistico deve avere per aderire al momento storico, oggi che la professione ha perso molto del prestigio che la circondava e qualsiasi troll su internet si sente in diritto di incitare chi ha appena perso la sua fonte di reddito di “imparare a programmare”? Come risolvere, infine, la grande contraddizione che ci ritroviamo a vivere, e cioè quello scollegamento tra l’avidità di informazioni che caratterizza la nostra epoca e la parallela, radicale, trasformazione che i giornali, che per lungo tempo quelle informazioni le hanno divulgate, stanno subendo?

Guardare a come si muovono gli editori può essere utile a farsi un’idea dell’immediato futuro dei giornali online, tanto più se si prendono ad esempio prodotti editoriali come quelli che una volta si chiamavano “femminili”, le riviste di moda o i settimanali patinati, dove le prove tra contenuto sponsorizzato e contenuto giornalistico si fanno da più tempo e (spesso, non sempre) con più malizia. Se il momento difficile attraversato da Facebook ci dice qualcosa, d’altronde, è che un’informazione basata sull’algoritmo è sempre più simile a una disinformazione. Lo ha spiegato bene Christopher Wylie, il whistleblower di Cambridge Analytica, che per gli algoritmi politica e moda hanno prosaicamente lo stesso peso, quasi un gigantesco nonsense dove cercare un paio di scarpe mi identifica e fidelizza tanto quanto cercare notizie sugli immigrati e Matteo Salvini. Ma qual è l’alternativa, a questo punto? Il paywall, manco a dirlo: lo hanno già fatto con ottimi risultati molti quotidiani, come il caso del New York Times insegna, e lo farà nel breve periodo anche un editore come Condé Nast, che ha annunciato di volerlo introdurre su tutte le sue pubblicazioni entro la fine dell’anno, sulla scia dei buoni risultati ottenuti con il New Yorker, Vanity Fair e Wired. In molti stanno anche considerando l’idea di prendere parte a Texture, la piattaforma di “streaming” che Apple sta testando e che dovrebbe essere una sorta di Netflix dei giornali, un servizio su abbonamento che mette a disposizione 200 magazine diversi. Chi ha lavorato bene sul paywall, però, non è così sicuro di voler consegnare senza lottare i propri abbonati ad Apple, così Texture sembra a oggi una delle tante opzioni e non la soluzione unica per tutti. Proprio l’editoria “patinata”, intanto, funziona da osservatorio privilegiato, ottimo terreno di sperimentazione in barba a tutti quelli che si chiedono se sia persino giornalismo, quello là.

Nella sede di BuzzFeed a New York, l’11 dicembre 2018 (foto di Drew Angerer/Getty Images)

Un buon esempio è Vogue Us, che sta chiaramente cercando di andare oltre la seppur rodatissima formula Anna Wintour. Oltre allo star system da copertina e agli eventi sensazionali come il Met Gala, il giornale sta cercando di capitalizzare sul suo status in più modi. Vendendo lo spazio su Vogue Runway ai marchi emergenti che vogliono vedersi accanto a Gucci e Chanel, ad esempio: 20.000 dollari per due gallery l’anno, come riporta Business of Fashion, senza però la recensione. L’ammissione avviene previa selezione del team guidato da Nicole Phelps: per ora queste gallery non sono segnalate, ma se il meccanismo dovesse ingranare del tutto, è legittimo aspettarsi una distinzione netta fra questi contenuti e quelli strettamente “editoriali”. Intanto, Condé Nast ha appena lanciato Vogue Business e si prepara a fondersi con Condé Nast International, che ha sede a Londra. Come ha spiegato il Ceo di International Wolfgang Blau a Il Sole 24 ore, la piattaforma (solo online, per ora) sarà all’insegna dell’approfondimento, e proverà «a fare informazione nel business della moda rispondendo a esigenze concrete di molti operatori del settore». È qualcosa di molto simile a quello che intende il nuovo Ceo di Hearst Troy Young, che dallo scorso luglio guida il gruppo editoriale che pubblica Esquire e Marie Claire fra gli altri, quando parla di «contenuti che abbiano uno scopo». Che nell’epoca del tutto è contenuto non si traduce “solo” in giornalismo di qualità, ma anche nella capacità di offrire ai propri lettori esperienze fra le più svariate, l’accesso a club o comunità ristrette e, se possibile, trattamenti speciali e sconti riservati.

«Questo non significa che abbandoneremo tutte le grandi cose che abbiamo fatto in passato» assicura Young «Se riusciamo a fare quello che la carta ha sempre fatto bene e a farlo collegandoci a quello che facciamo online, possiamo migliorare la nostra rilevanza culturale». Un po’ vago, ma gli editori storici non sono soli in questa gara a ritrovare il senso di una professione, dicevamo: ci sono anche i nativi digitali, si pensi a Vox e a Bustle Media, che come il veterano Buzzfeed hanno già imparato a ridimensionarsi, rimodellarsi e, cautamente, provare a espandersi di nuovo. Semmai, questi ultimi hanno un certo vantaggio nella forma mentis. Ha ragione allora Blau quando, parlando di Vogue Business, ammette che una volta «una testata veniva lanciata sul mercato solo quando la si riteneva perfetta da ogni punto di vista», mentre oggi non è più così e probabilmente non sarà mai più così, qualcuno doveva pur dirlo. Come ha scritto recentemente Chantal Fernandez sul Bof, d’altra parte, neanche fare il giornalista di moda è più (non è mai stato, in realtà) quello che telefilm come Sex & The City e reality come The Hills hanno raccontato. Ma cosa vogliamo dai giornalisti oggi? Che sappiano usare i social, magari montare video, giacché programmare siti, visto che ci siamo anche essere popolari e/o cool abbastanza da avere anche un nutrito seguito personale da far pesare sul giornale di turno? Un po’ tanto, effettivamente: forse conviene tornare alla distinzione tra informazione, disinformazione e algoritmo, e ricominciare da lì.

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