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Amanda Lear ha accusato Miley Cyrus di averle copiato una canzone e ha detto che sia i suoi fan che ChatGPT le stanno dando ragione Con gli hashtag #copycat e #ripoff, Lear ha spiegato su Instagram che Redlight di Miley è una scopiazzatura della sua The Sphinx.
Potremo vedere tutti i giorni tutto il giorno i discorsi di Trump sulla nuovissima Trump TV La diretta YouTube si trova nel sito della Casa Bianca e trasmetterà «i video più visti, i discorsi più importanti e i momenti salienti» di tutta l'amministrazione.
Un festival in California è stato cancellato perché la spiaggia su cui doveva tenersi non c’è più a causa dell’erosione costiera Le onde e le piogge portate dall'uragano Marie hanno ridotto talmente tanto lo spazio agibile che quello rimasto non bastava per palchi e pubblico.
Converse ha rimosso una campagna pubblicitaria perché accusata di fare espliciti riferimenti al Ku Klux Klan Una gonna bianca, un fascio di luce bianca che proietta a terra una stella, scarpe Converse tutto attorno. E poi accuse di razzismo e di istigazione alla violenza.
Il regime di al-Sisi in Egitto ha un nuovo nemico pubblico n. 1: il creatore di una pagina Facebook satirica ispirata a SpongeBob Il gruppo in due settimane ha guadagnato 1,8 milioni di follower, tra le altre cose ritraendo al-Sisi come l'insopportabile Mr. Krabs, il capo di SpongeBob.

Il Met Gala è di tutti

È il tappeto rosso più esagerato e pacchiano dell’anno. Epopea dell’evento perfetto per Instagram a cui nessuno, pare, voglia andare per davvero.

08 Maggio 2018

Da quando esistono i social medial, il risveglio della mattina del Met Gala, l’evento per la mostra che il Metropolitan Museum of Art di New York organizza in collaborazione con Vogue US dal 1995, è particolarmente divertente. Intanto perché la pomposità dell’evento viene demistificata senza pietà, quindi perché ci dà la possibilità di bearci, in particolare noi europei che consideriamo i musei scose sacre e preferibilmente deserte, dell’incredibile mancanza di gusto che caratterizza le celebrity d’Oltreoceano. E anche un po’ di quell’ottusità, così “dull”, che fa parte della logica del tappeto rosso, detestato dalle femministe, per sua natura più una vetrina di prodotti, che una manifestazione di favolosità creativa. Soprattuto per chi queste cose un po’ le segue, la serata machiavellicamente ingegnata da Anna Wintour è quel momento dell’anno ci si ritrova a criticare tutto – «Le solite cafonate americane», «Meno male che tra un po’ c’è Cannes» scrivevano alcuni miei contatti alle sette – ma che allo stesso tempo è riuscita a rendere rilevante nell’immaginario collettivo una mostra di moda, quale miracolo.

Merito della presenza delle suddette celebrity, certo, ma anche di una accurata strategia che negli ultimi anni ha resto il Met Gala una delle tante declinazioni, probabilmente la più roboante, del marchio Vogue, poliforme al punto da potersi permettere di diversificare il suo approccio a Instagram, tanto per fare un esempio. In Italia (ne abbiamo parlato anche sull’ultimo numero di Studio, ora in edicola) la situazione è un po’ diversa e tocca ricordare la mancanza di un museo della moda vero e proprio che faccia della programmazione culturale legata alla moda, in particolare a quella del nostro Paese, il suo punto di forza. Quest’anno a Palazzo Reale a Milano c’è stata ITALIANA, curata da Maria Luisa Frisa e Stefano Tonchi, e speriamo davvero sia l’inizio di una tradizione per la città. Intanto, Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination, questo il titolo della retrospettiva curata come sempre da Andrew Bolton, dopo l’anteprima di ieri sera, inaugura ufficialmente al pubblico il prossimo 10 maggio. È stata definita la più grande mostra mai organizzata dal museo, oltre che il tornaconto economico di cui l’istituzione, in questo momento, ha fortemente bisogno.

I visitatori potranno ammirare 40 capolavori di arte ecclesiastica provenienti dalla sacrestia della Cappella Sistina, molti dei quali mai visti prima d’ora fuori dal Vaticano, che saranno esposti esposti nientemeno che nelle sale dell’Anna Wintour Costume Center (la direttrice è infatti membro del consiglio di amministrazione del museo) e comprenderanno paramenti e accessori papali, anelli e tiare, risalenti a un periodo compreso tra il 1700 e l’inizio del 2000, coprendo oltre 15 papati. Nelle gallerie bizantine e medievali del museo, poi, on display oltre 150 abiti, soprattutto femminili, che vanno dai primi del ‘900 fino ai giorni nostri, in una sorta di dialogo aperto con la collezione medievale permanente del Met. E la storia di come Wintour e Bolton sono riusciti a ottenere il mega-prestito vale di per sé l’intera mostra: l’ha raccontata Jason Horowitz sul New York Times, corrispondente del quotidiano di base a Roma. L’ultima volta che il Vaticano aveva concesso un prestito di tale entità era il 1983, in occasione di The Vatican Collections, mostra poi classificatasi al terzo posto per numero di visitatori tra quelle organizzate nella storia del Met. Per quella di quest’anno, Bolton è dovuto tornare a Roma per più di dieci volte prima di essere indirizzato verso la persona in grado di sbloccare le autorizzazioni, ovvero Georg Gänswein, dal 2012 Prefetto della Casa Pontificia e precedentemente segretario personale di Joseph Ratzinger. Ha dovuto bussare a molte porte e visitare molte chiese prima di arrivare al cardinal Gianfranco Ravasi, milanese nell’osso e abitué di Miuccia Prada.

Alla fine ce l’ha fatta e la retrospettiva sembra essere effettivamente impressionante, anche se non sono mancate le critiche. A questo proposito, su Racked si può leggere una bella conversazione tra la senior editor Eliza Brooke, la giornalista di Vox esperta di religioni Tara Isabella Burton e John Seitz, professore di teologia all’università di Fordham. Insieme, i tre investigano l’impianto della mostra e la conseguente visione curatoriale, si confrontano sulle parti che funzionano di più e su quelle, invece, che sono carenti, a partire dalla scelta di raccontare solo la parte decorativa dell’immaginario cattolico e non quella che invece fa della mortificazione del corpo e della sofferenza il suo punto nevralgico. E la festa? Stando a quanto scrivono su Page Six, pare sia noiosissima, quasi una sorta di contrappasso da pagare. Almeno, però, ci ha regalato Rihanna vestita da papessa, con un abito disegnato da John Galliano per Margiela, che fa il verso a quello che lo stilista inglese aveva disegnato per Dior nel 2000, e ce la facciamo bastare.

Foto Getty (Rihanna, Frances McDormand, Janelle Monáe, Bella Hadid)
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