Hype ↓
02:53 martedì 24 febbraio 2026
Il Vaticano ha annunciato che le messe nella basilica di San Pietro avranno una traduzione simultanea in 60 lingue fatta dall’AI L'AI in questione si chiama Lara e verrà presentata in occasione dei festeggiamenti per i 400 anni della Basilica.
Durante i festeggiamenti per il 30esimo anniversario della serie è stato annunciato un nuovo anime di Evangelion Nuova serie di cui non si sa assolutamente niente, ma questo non ha impedito alla macchina dell'hype di entrare in funzione.
Alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Milano Cortina, Ilia Malinin si è esibito indossando dei jeans Balmain da 1100 dollari Il pezzo era abbinato a una felpa del rapper NF: nel suo insieme, il look sembrava suggerire una riflessione sulla salute mentale nello sport.
Giorgia Meloni ha dovuto pubblicare un comunicato stampa ufficiale per smentire le voci di una sua partecipazione a Sanremo È stata costretta a farlo perché da giorni questa voce circolava insistentemente, tanto che i giornalisti hanno anche chiesto a Carlo Conti se fosse vera.
La cosa più discussa dei BAFTA non sono stati i film né i premi ma le censure riuscite e fallite della BBC Un insulto razzista non è stato rimosso dalla differita della cerimonia, un "Free Palestine" e una battuta su Trump sono invece sparite. Non è chiaro il metodo applicato dall'emittente.
A giudicare dalle vendite, dopo il ritorno dei vinili potrebbe essere arrivato il momento del ritorno dei cd I numeri sono in crescita negli Usa, in UK e anche in Italia: c'entrano collezionismo e nostalgia, ma pure il desiderio di "possedere" la musica che si ama, soprattutto per i più giovani.
Dopo 13 anni, l’episodio “Ozymandias” di Breaking Bad ha perso il suo 10/10 su IMDb per colpa di una guerra tra il fandom di Breaking Bad e quello di Game of Thrones Era l'unico episodio di una serie tv ad aver mai raggiunto quel traguardo. Che ora è andato perso per colpa della "bellicosità" del suo fandom.
Reynisfjara, la famosissima “spiaggia nera” in Islanda, è stata praticamente distrutta da una mareggiata Il vento e le onde hanno causato il crollo di una grande scogliera: al momento, l'accesso alla spiaggia è impossibile (oltre che vietato).

Immaginare un futuro per i giornali online

Dai licenziamenti di Buzzfeed alle strategie di Condé Nast: come si trasforma l’editoria digitale.

30 Gennaio 2019

Lo scorso weekend Buzzfeed ha licenziato 43 giornalisti come conseguenza di un severo piano di ristrutturazione interna, che ha finito per tagliare per intero il desk delle News, chiudere gli uffici in Spagna e falcidiare molte sezioni su cui pure la piattaforma aveva largamente investito, come quelle dedicate all’intrattenimento e alle tematiche Lgbt+. I licenziamenti di Buzzfeed si sommano a quelli avvenuti da Yahoo/AOL nello stesso periodo: in tutto, circa mille persone hanno perso il lavoro. Molti fra i giornalisti licenziati hanno raccontato l’esperienza in diretta su Twitter utilizzando l’hashtag #Buzzfeedlayoffs (ci hanno anche fatto un quiz sul sito, lo chapeau per l’autoironia è d’obbligo) e, per l’ennesima volta negli ultimi anni, si è tornati a parlare della difficoltà cronica che i giornali incontrano nel sostenersi. Su carta, certo, ma anche sul digitale.

Mike Pesca ribadisce infatti su Slate che, trattandosi in questo caso perlopiù di media online, qualsiasi ragionamento sulla questione non può che partire dal duopolio che oggi domina il mercato degli investimenti pubblicitari. Perché un inserzionista dovrebbe scegliere di puntare su una piattaforma relativamente piccola (anche se fidelizzata) come quella di un giornale, quando potrebbe invece rivolgersi direttamente al suo cliente potenziale tramite annunci personalizzati su Facebook e Google? Quali sono allora le caratteristiche che il lavoro giornalistico deve avere per aderire al momento storico, oggi che la professione ha perso molto del prestigio che la circondava e qualsiasi troll su internet si sente in diritto di incitare chi ha appena perso la sua fonte di reddito di “imparare a programmare”? Come risolvere, infine, la grande contraddizione che ci ritroviamo a vivere, e cioè quello scollegamento tra l’avidità di informazioni che caratterizza la nostra epoca e la parallela, radicale, trasformazione che i giornali, che per lungo tempo quelle informazioni le hanno divulgate, stanno subendo?

Guardare a come si muovono gli editori può essere utile a farsi un’idea dell’immediato futuro dei giornali online, tanto più se si prendono ad esempio prodotti editoriali come quelli che una volta si chiamavano “femminili”, le riviste di moda o i settimanali patinati, dove le prove tra contenuto sponsorizzato e contenuto giornalistico si fanno da più tempo e (spesso, non sempre) con più malizia. Se il momento difficile attraversato da Facebook ci dice qualcosa, d’altronde, è che un’informazione basata sull’algoritmo è sempre più simile a una disinformazione. Lo ha spiegato bene Christopher Wylie, il whistleblower di Cambridge Analytica, che per gli algoritmi politica e moda hanno prosaicamente lo stesso peso, quasi un gigantesco nonsense dove cercare un paio di scarpe mi identifica e fidelizza tanto quanto cercare notizie sugli immigrati e Matteo Salvini. Ma qual è l’alternativa, a questo punto? Il paywall, manco a dirlo: lo hanno già fatto con ottimi risultati molti quotidiani, come il caso del New York Times insegna, e lo farà nel breve periodo anche un editore come Condé Nast, che ha annunciato di volerlo introdurre su tutte le sue pubblicazioni entro la fine dell’anno, sulla scia dei buoni risultati ottenuti con il New Yorker, Vanity Fair e Wired. In molti stanno anche considerando l’idea di prendere parte a Texture, la piattaforma di “streaming” che Apple sta testando e che dovrebbe essere una sorta di Netflix dei giornali, un servizio su abbonamento che mette a disposizione 200 magazine diversi. Chi ha lavorato bene sul paywall, però, non è così sicuro di voler consegnare senza lottare i propri abbonati ad Apple, così Texture sembra a oggi una delle tante opzioni e non la soluzione unica per tutti. Proprio l’editoria “patinata”, intanto, funziona da osservatorio privilegiato, ottimo terreno di sperimentazione in barba a tutti quelli che si chiedono se sia persino giornalismo, quello là.

Nella sede di BuzzFeed a New York, l’11 dicembre 2018 (foto di Drew Angerer/Getty Images)

Un buon esempio è Vogue Us, che sta chiaramente cercando di andare oltre la seppur rodatissima formula Anna Wintour. Oltre allo star system da copertina e agli eventi sensazionali come il Met Gala, il giornale sta cercando di capitalizzare sul suo status in più modi. Vendendo lo spazio su Vogue Runway ai marchi emergenti che vogliono vedersi accanto a Gucci e Chanel, ad esempio: 20.000 dollari per due gallery l’anno, come riporta Business of Fashion, senza però la recensione. L’ammissione avviene previa selezione del team guidato da Nicole Phelps: per ora queste gallery non sono segnalate, ma se il meccanismo dovesse ingranare del tutto, è legittimo aspettarsi una distinzione netta fra questi contenuti e quelli strettamente “editoriali”. Intanto, Condé Nast ha appena lanciato Vogue Business e si prepara a fondersi con Condé Nast International, che ha sede a Londra. Come ha spiegato il Ceo di International Wolfgang Blau a Il Sole 24 ore, la piattaforma (solo online, per ora) sarà all’insegna dell’approfondimento, e proverà «a fare informazione nel business della moda rispondendo a esigenze concrete di molti operatori del settore». È qualcosa di molto simile a quello che intende il nuovo Ceo di Hearst Troy Young, che dallo scorso luglio guida il gruppo editoriale che pubblica Esquire e Marie Claire fra gli altri, quando parla di «contenuti che abbiano uno scopo». Che nell’epoca del tutto è contenuto non si traduce “solo” in giornalismo di qualità, ma anche nella capacità di offrire ai propri lettori esperienze fra le più svariate, l’accesso a club o comunità ristrette e, se possibile, trattamenti speciali e sconti riservati.

«Questo non significa che abbandoneremo tutte le grandi cose che abbiamo fatto in passato» assicura Young «Se riusciamo a fare quello che la carta ha sempre fatto bene e a farlo collegandoci a quello che facciamo online, possiamo migliorare la nostra rilevanza culturale». Un po’ vago, ma gli editori storici non sono soli in questa gara a ritrovare il senso di una professione, dicevamo: ci sono anche i nativi digitali, si pensi a Vox e a Bustle Media, che come il veterano Buzzfeed hanno già imparato a ridimensionarsi, rimodellarsi e, cautamente, provare a espandersi di nuovo. Semmai, questi ultimi hanno un certo vantaggio nella forma mentis. Ha ragione allora Blau quando, parlando di Vogue Business, ammette che una volta «una testata veniva lanciata sul mercato solo quando la si riteneva perfetta da ogni punto di vista», mentre oggi non è più così e probabilmente non sarà mai più così, qualcuno doveva pur dirlo. Come ha scritto recentemente Chantal Fernandez sul Bof, d’altra parte, neanche fare il giornalista di moda è più (non è mai stato, in realtà) quello che telefilm come Sex & The City e reality come The Hills hanno raccontato. Ma cosa vogliamo dai giornalisti oggi? Che sappiano usare i social, magari montare video, giacché programmare siti, visto che ci siamo anche essere popolari e/o cool abbastanza da avere anche un nutrito seguito personale da far pesare sul giornale di turno? Un po’ tanto, effettivamente: forse conviene tornare alla distinzione tra informazione, disinformazione e algoritmo, e ricominciare da lì.

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