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Chi sono e cosa vogliono i Gilet gialli

Hanno rivendicazioni contraddittorie, ma nascono soprattutto dal rapporto tra centro e periferia.

di Francesco Maselli

Un gilet giallo durante una protesta del 30 novembre 2018 vicino al Parlamento Europeo di Bruxelles (Aris Oikonomou/Afp/Getty Images)

È ancora molto complesso analizzare il movimento di protesta dei Gilet gialli, che da tre settimane sta causando grandi problemi all’ordine pubblico della Francia e all’azione politica del presidente Emmanuel Macron. Lo è per la sua stessa composizione e per le sue richieste politiche: eterogenee e contraddittorie. Si può cercare tuttavia di spiegare i motivi della rabbia che ha portato i «troppo poveri per beneficiare delle politiche di abbassamento delle tasse, troppo ricchi per beneficiare dei trasferimenti redistributivi» a ribellarsi, come ha spiegato a France Culture Julien Damon, professore associato di Sciences Po. Il tema della redistribuzione del reddito è di sicuro una delle questioni di fondo sottesa alla protesta, come dimostrano le rivendicazioni raccolte dall’ultimo sondaggio dell’istituto Harris, effettuato nella giornata di domenica e lunedì.

Da sola, tuttavia, la questione fiscale non basta, visto che la Francia è uno dei paesi europei dove il consenso alle imposte è più alto: secondo un sondaggio di Le Monde del 2013 gran parte dei francesi ritiene giustificate l’imposta sulle società (77 %), sul reddito (76 %) sull’alcol e il tabacco (74 %). Il bipolarismo tra centro e periferia, e il fallimento del “modello periurbano”, cioè il modello che ha portato la classe medio bassa ad andare a vivere in case più spaziose lontano dai centri urbani, raggiungibili con l’automobile, è altrettanto importante per leggere il movimento di protesta. Dalla mappa della prima giornata dei blocchi autostradali, che è stata anche la più partecipata e diffusa sul territorio, emerge che avevano luogo per il 19% nei comuni con meno di 5.000 abitanti e per il 42% nei comuni tra i 5.000 e i 20.000 abitanti.

Questa parte del Paese, che non ha votato per Emmanuel Macron al primo turno, ha negli ultimi anni incassato due grandi sconfitte. In primo luogo, non ha visto i benefici della globalizzazione: le richieste stilate, per quanto contraddittorie, restituiscono l’immagine di cittadini impauriti dai cambiamenti globali, che chiedono più regole (vietare le delocalizzazioni, diminuire il numero di contratti a tempo determinato, introdurre un limite di 15.000 euro ai salari) e più protezione dallo Stato (aumentare il salario minimo, abbassare il costo degli affitti). In secondo, dal punto di vista psicologico, la politica e l’opinione pubblica gli ha comunicato negli ultimi anni che il loro progetto di vita è un insuccesso. Possedere un’auto, comprare una piccola casa in campagna per avere più spazio, erano considerate un segno di scalata sociale; oggi le aspirazioni sono cambiate e il centro della vita politica ed economica sono sempre di più le grandi città. Con la conseguenza che le politiche pubbliche si sbilanciano verso le metropoli.

Un manifestante dei gilet gialli dietro le barricate che bloccano una strada vicino al deposito petrolifero di La Rochelle, il 3 dicembre 2018, durante una protesta contro l’aumento dei prezzi del petrolio e del costo della vita (Xavier Leoty/Afp/Getty Images)

A Parigi soltanto il 36 per cento delle famiglie possiede una macchina, tasso che aumenta se si considera tutta la regione parigina (66,7 per cento), ma che resta inferiore a quello di regioni più periferiche come la Bretagna, (87 per cento), i paesi della Loira (86,8 per cento), la Corsica (86,3 per cento). La media del paese è molto alta: l’80,1 per cento delle famiglie possiede un’automobile. Secondo l’Insee, soltanto il 13 per cento dei parigini utilizza l’auto per andare al lavoro, contro il 38 per cento della piccola corona (i comuni confinanti con Parigi), il 61 per cento della grande corona (i comuni confinanti con la piccola corona) e il 78 per cento della regione rimanente. Se a questo si aggiunge che la Francia è uno dei paesi più grandi d’Europa e con minore densità abitativa, appare chiaro che gli spostamenti in auto hanno un peso più elevato nella vita quotidiana dei cittadini: la superficie francese è di 633.208 km², la densità 103 abitanti per km² contro i 302.071 km² e i 197 abitanti per  km² dell’Italia e i 357. 386 km² e i 232 abitanti per km² della Germania il quadro è più chiaro.

Il movimento non è né di destra né di sinistra, non ha in sé grandi rivendicazioni omogenee tali da poter essere ricondotto a una delle due grandi tradizioni. Tuttavia, il fatto che nell’ultima settimana la radicalità delle proposte e delle azioni sia molto aumentata ha attirato gruppi estremisti di destra che prosperano in delle situazioni di caos e che hanno approfittato della debolezza del dispositivo di sicurezza previsto dal ministero dell’Interno. La sorpresa di un sindacalista della polizia francese, invitato in una trasmissione di France 5, è particolarmente rivelatrice: «Non era una riunione di famiglia all’Arco di trionfo, i metodi utilizzati sono quelli dell’estrema destra: le forze dell’ordine sono state aggredite e costrette a ritirarsi, perché non erano in numero sufficienza per arginare i violenti. Non era una situazione di normale gestione dell’ordine pubblico, ma una forma di guerriglia urbana», ha detto.

Un gilet giallo durante una protesta del 30 novembre 2018 vicino al Parlamento Europeo di Bruxelles (Aris Oikonomou/Afp/Getty Images)

Se la protesta è così difficile da domare, se Macron non ha avuto altra scelta oltre alla marcia indietro, concretizzata in una “moratoria” di sei mesi dell’aumento delle tasse sul carburante, il motivo è che un negoziato non è mai stato davvero possibile. Chi rappresenta i Gilet gialli? Qual è il loro obiettivo politico? Impossibile rispondere. In questo contesto è possibile affermare che Macron sia vittima del suo successo. Una delle ragioni che hanno portato al potere il presidente francese è stata la crisi profonda dei corpi intermedi e la sua capacità di parlare direttamente con una parte della nazione, che si è riconosciuta in primo luogo nel suo personaggio, e in secondo nel suo messaggio.

Durante questo primo anno di mandato Macron ha governato contando moltissimo sulla disintermediazione, ha cercato in ogni modo di minimizzare il ruolo dei sindacati, spesso umiliandoli, non ha ritenuto prioritario strutturare il suo partito, la République en Marche, ridotto a mero comitato elettorale senza alcun peso nel dibattito del paese. Ma senza sindacati, senza partiti, senza diaframmi tra il potere e l’elettorato, se la rabbia popolare cerca di esprimersi ha soltanto un bersaglio: il presidente della Repubblica. A mediare non è rimasto nessuno, i luoghi del conflitto e della partecipazione sono rarefatti, chi vuole lamentarsi non ha più interlocutori, la contestazione si esprime nei confronti tutto ciò che Macron rappresenta: i centri urbani, la globalizzazione, l’Europa, le élite, i politici.

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