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09:16 giovedì 27 agosto 2026
Un sito sta raccogliendo tutte le elegie funebri scritte dai giornalisti palestinesi per i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani Si chiama The Living Record e permette di ascoltare la voce e le parole dei giornalisti di Gaza, mentre ricordano i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani.
Un fotografo, una pittrice, una casa d’aste e una galleria d’arte si stanno facendo causa per la famosa foto in cui Liam Gallagher dà un bacio a Noel Justin Thomas accusa Elizabeth Peyton di plagio e la David Zwirner Gallery e Sotheby’s di aver provato a trarre guadagno da questo plagio.
Sempre più miliardari stanno comprando casa in Patagonia perché si sono convinti che lì sopravviveranno alla fine del mondo A convincerli sono stati quattro fattori: isolamento, capacità di produrre di cibo, capacità di produrre energia e abbondante disponibilità d’acqua.
Dolly Parton verrà ricordata anche come una delle più agguerrite sindacaliste nella storia dell’industria musicale La cantautrice è stata una lavoratrice della musica e non ha mai smesso di usare il proprio potere per tutelare chi suonava al suo fianco.
Pur di non danneggiare un antico castello da ristrutturare, in Giappone lo hanno fatto spostare a mano da 1800 volontari Il mastio del castello di Hirosaki pesa 360 tonnellate. Questo non ha affatto scoraggiato i volontari.
C’è una certa confusione attorno all’attore che interpreterà il professore di Difesa dalle Arti Oscure nella serie tv di Harry Potter La parte era stata affidata a Nicholas Hoult, che prima ha accettato e poi ci ha ripensato perché i suoi fan avevano preso malissimo la notizia. Ora il ruolo è passato a Kit Harington, i cui fan si sono fin qui dimostrati indifferenti.
Uniqlo ha lanciato la sua prima collezione di hijab Il lancio è avvenuto il 17 agosto in Malesia, Indonesia, Singapore e Filippine. È la prima collezione di hijab tutta realizzata dal brand, al di fuori di capsule collection e partnership speciali.
La tv di Stato iraniana ha messo una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di Barron Trump Dando anche dei consigli pratici e logistici su come uccidere il più piccolo dei figli del Presidente degli Stati Uniti.

I David di Donatello e cosa non va nel cinema italiano

Facciamo film per il grande pubblico senza esserci accorti che chiede qualcosa di meglio: se la commedia popolare è in crisi, cosa c'è di nuovo?

22 Marzo 2018

Cominciamo, per una volta, dai numeri. I “migliori film” candidati ai David di Donatello andati sconclusionatamente in scena ieri hanno incassato, tutti insieme, quattro milioni di euro. Diviso cinque fa 800 mila, neanche un milione a testa. L’ho scritto su Facebook quando sono state rese note le nomination – i film non erano più nelle sale da un pezzo, non avrebbero potuto guadagnare oltre – buttando lì un’osservazione: dare spazio nella cinquina principale a titoli che il pubblico conosceva (perché, semplicemente, li aveva visti) avrebbe potuto forse riattivare il dialogo tra il pubblico stesso e il fantomatico Cinema Italiano, entità sempre più liquida e indecifrabile. Ho ricevuto molti commenti del tipo: i premi non devono considerare gli incassi e il gusto della platea, ma solo la qualità. Parole sante. I cinque film nominati quest’anno (A Ciambra, Ammore e malavita, Gatta Cenerentola, Nico, 1988, La tenerezza) erano molto buoni, se non ottimi: a me sono piaciuti tutti, figuratevi. Ha vinto Ammore e malavita, ma resterà una notizia rilevante giusto per gli addetti ai lavori che si commentano a vicenda sui social. Quest’edizione degli Oscar italiani sarà presto dimenticata, come (quasi) tutte le altre.

Ci sono annate di vacche grasse e annate scarse, per carità. Ma la stagione in corso è la prova che qualcosa, forse, sta cambiando. Non nelle accademie dei premi: in sala. Tolta la commedia ultrapopolare – che va sempre peggio: vedi il flop degli ultimi cinepanettoni – c’è tutta una serie di film che cerca di parlare la lingua del pubblico di oggi, e che di conseguenza il pubblico premia. La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi, giusto un David per l’opera prima, è un dignitoso giallo di personaggi e atmosfere: ha incassato tre milioni e 600mila euro. The Place di Paolo Genovese, candidato qua e là nelle varie cinquine, è un tentativo non riuscitissimo di high concept movie (così vuole il gergo) non privo di coraggio: quattro milioni e 300mila euro il totale. L’ultimo capitolo di Smetto quando voglio di Sydney Sibilia è forse il migliore della saga, buon ritmo, buoni attori, tanta furbizia ma anche il senso del mercato: due milioni e mezzo di euro, ma la trilogia ne ha fatti complessivamente quasi dieci. Fino all‘ultimo MuccinoA casa tutti bene, escluso dai David perché uscito dopo il termine delle votazioni, ottimo esempio di tragicommedia popolare benissimo scritta, diretta, recitata, con omaggi al cinema che fu e affondi nella sociologia di oggi: infatti veleggia verso i 10 milioni totali, ed è già il decimo migliore incasso della stagione.

Favino David Donatello

Il problema è la visione che si ha del sistema-cinema. È la lingua che si parla, si diceva. Ieri sul palco dei David il gran cerimoniere Carlo Conti parlava la sua: quel tono liturgico che si conviene alla prima serata di Rai1. Ma i film che celebrava sembrava non averli visti manco lui. Forse per questo s’è pensato di ficcare dentro la notte dei così poco telegenici premi i tributi a gente come Steven Spielberg e Stefania Sandrelli e Diane Keaton, nomi che il pubblico riconosce e comprende al volo. I titoli candidati non erano buoni neanche per una battuta: è come se Jimmy Kimmel avesse dovuto scrivere il monologo degli Oscar basandosi su un gruppetto di film visti dai critici (e manco tutti) ai festival e alle anteprime stampa. Direte voi: anche agli Oscar ci finiscono i film cosiddetti di qualità, quelli che restano confinati nella nicchia d’autore. Tra i candidati a “best movie” non ci sono mica Star Wars o Black Panther. Verissimo. Sarà un caso – l’ultima annata era ricchissima – oppure no, ma gli incassi dei film protagonisti agli scorsi Academy Award non sono neanche in proporzione paragonabili a quelli di casa nostra. Il vincitore La forma dell’acqua di Guillermo del Toro ha già fatto 173 milioni di dollari al botteghino internazionale, e sta per superare gli otto milioni di euro in Italia: un risultato più che considerevole. Non sto ad elencare tutte le altre cifre, ci siamo capiti.

È una questione di visione, si diceva anche questo. Anticipo una seconda obiezione: eh ma l’Italia non è mica la Francia, qui l’industria cinematografica non è protetta, qui è solo il pubblico che decide; e il pubblico, si sa, ha dei pessimi gusti. Non credo, non più. Il cinepanettone è morto (lo è davvero, anche se risorge ogni anno), ma insieme a lui pure la commedia fatta in teoria per compiacere il grande pubblico – attori popolari di derivazione perlopiù televisiva, trama inesistente perché tanto chi se ne frega, regia e reparto tecnico ai minimi sindacali – e che in pratica il pubblico non lo trova più: perché è brutta. Gli spettatori che escono di casa e si comprano un biglietto cercano, pensa un po’, idee, scrittura, contemporaneità. I risultati non sono per forza eccelsi, ma cercano di riavviare il dialogo con le platee che sembrava perduto. È il caso dell’ingenuo Come un gatto in tangenziale di Riccardo Milani, starring Antonio Albanese e Paola Cortellesi, una specie di Indovina chi viene a cena? coi borghesi del centro che scoprono i truzzi di borgata: uscito a inizio anno, è arrivato a nove milioni e mezzo di incasso. E ora sta andando bene in sala Metti la nonna in freezer degli esordienti Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi, con Fabio De Luigi e Miriam Leone, sempre commedia però di genere, con una regia che occhieggia alla nuova tv (leggi: Sky), un certo ritmo, un’idea di cinema forse esile ma precisa.

Basteranno a risollevare le sorti del nostro cinema? Sì, no, boh, chissà. L’altra cosa che ho scritto dopo l’annuncio dei candidati ai David 2018 è stata: un sistema che non ha mai candidato Checco Zalone manco come attore ha un problema. Una provocazione (capirai), ma solo per dire: il cinema italiano può davvero permettersi di dividere così categoricamente gli eroi del pubblico dalle scelte, spesso autoreferenziali, della critica? Io – sbaglierò – non credo. Gli ultimi due anni sono andati meglio (il David per il miglior film è andato a Perfetti sconosciuti e La pazza gioia, due casi di “roba che piace a tutti” più unici che rari), questo è stato certamente più difficile, al prossimo giro si tornerà forse a parlare una lingua comprensibile. Tra i candidati ci sarà di sicuro Loro di Paolo Sorrentino, biopic non autorizzato su Berlusconi al tempo del bunga bunga. E chi, in questo Paese, è più pop di Silvio?

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