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21:52 giovedì 29 ottobre 2026
Curry Barker, il regista di Obsession, ha fatto uscire a sorpresa un nuovo film e l’ha pubblicato gratuitamente sul suo canale YouTube Si intitola Mama Bear, dura sette minuti e, dopo averlo visto, tutti dicono la stessa cosa: non ci si capisce niente.
Quando si è trattato di scappare dalla giustizia, Flavio Bolsonaro si è improvvisamente ricordato delle sue origini venete e soprattutto del passaporto italiano concessogli dal governo Meloni Ha lasciato il Paese passando per Argentina ed Ecuador ed è atterrato a Miami. Nella lista passeggeri risulta cittadino italiano: un riconoscimento ottenuto nel 2023 in tempi piuttosto veloci.
È stato presentato il primo report sulle librerie italiane, in cui si scopre che nell’83 per cento dei Comuni italiani non c’è nemmeno una libreria Il settore vale 1,8 miliardi, conta 4.451 punti vendita ma otto Comuni su dieci non ne hanno neanche uno. I librai chiedono, per l'ennesima volta, una politica nazionale.
Gli studenti serbi hanno festeggiato la vittoria alle elezioni con un gigantesco rave di 24 ore nella piazza simbolo delle proteste La festa in piazza Slavija è durata quasi 24 ore, con decine di migliaia di persone che cantavano «Freed from Regime».
Dopo 100 anni è stata ritrovata la “Bibbia” perduta in cui F.W. Murnau mise tutte le foto e i disegni dal set che raccontano le leggendarie (e misteriosissime) riprese del suo Faust MUBI Editions e la Cinémathèque française pubblicano il diario di scena che per anni si credeva fosse andato perduto, e che oggi mostra come il più riservato dei registi del cinema muto costruiva le sue immagini.
Nel Mediterraneo ci sono così tanti yacht che i miliardari non trovano più posti in cui parcheggiarli Nel mondo ci sono circa 210 mila yacht più lunghi di 12 metri e 160 mila posti barca per ormeggiarli. Per i proprietari è diventata una gara, per i fondi d'investimento uno degli affari più promettenti del momento.
I Calibro 35 hanno fatto un album interamente ispirato ai romanzi di James Ellroy e alla Los Angeles dei noir Nato come colonna sonora del documentario di Francesco Zippel premiato con il Nastro d’Argento, Ellroy vs L.A. è il nuovo disco dei Calibro 35: 12 brani di funk noir ispirati al maestro del crime americano.
In Cina la bolla dell’AI è già scoppiata, anticipando quello che potrebbe succedere anche negli Stati Uniti e in Europa In quattro mesi i titoli cinesi dell'intelligenza artificiale e dei chip hanno perso 480 miliardi di dollari. La bolla è già scoppiata, e quello che succede a Pechino potrebbe anticipare quello che succederà in Occidente.

Enrico Mentana, superuomo

La nuova nemesi del populismo sul web è sempre stato un lone ranger governato dalla sua volontà di potenza, oltre al giornalista che tutti conosciamo.

30 Agosto 2016

Enrico non è uno come tutti ma come tutti ha una zia, un’ottantenne del fenotipo sempre allegro. La zia ride, scherza e fa parte di un’associazione di volontariato che aiuta i profughi di guerra di passaggio a Milano. E, quando una zia chiama, il nipote, per impegnato che sia, deve rispondere: eccolo allora Enrico Mentana, nato il 15 gennaio 1955 a Milano, che posa in una foto di gruppo assistenziale finita su Facebook, in seconda fila e sprovvisto degli inseparabili occhiali, e quindi praticamente in incognito. Nello scatto sorridono tutti tranne lui, quasi a disagio e arreso alla situazione, la consueta smorfia alfa tramutata in un’espressione di resa condiscendente e, si direbbe, affettuosa.

Se c’è una cosa che Mentana sembra avere avuto ben chiara fin dall’inizio della sua lunga carriera, è più o meno ciò che Philip Roth scriveva in Ho sposato un comunista: «Non è l’essere arrabbiati che conta, è l’essere arrabbiati per le cose giuste». L’attualità di questi giorni, quella del terremoto nell’Italia centrale e dei dibattiti più o meno pretestuosi che ha generato, ha visto il direttore del TgLa7 nelle vesti di una nemesi dei social network, un personaggio pubblico diventato presidio permanente contro le banalità e la confusione para-cospirazionista dell’utente medio di Facebook. Prima del suo già mitopoietico «lei è un webete» di queste ore, il giornalista ex Tg5 si è costruito una seconda vita social fatta di risposte taglienti, personali e spesso commisurate alla maleducazione del “webete” di turno che lo contesta. E ha fornito così tanta materia prima da favorire la creazione di un sottobosco di pagine ironiche (“Enrico Mentana blasta lagggente” è una collezione pubblica di screenshot dei pungentissimi richiami al buonsenso del giornalista).

Enrico Mentana

Di «cose giuste» per cui inalberarsi Enrico ne trova sempre, perché non è esattamente uno capace di farsi scorrere addosso tutto. A maggio, all’assemblea annuale di Confindustria, un manifestante dei lavoratori di Almaviva che protestavano all’esterno del centro congressi gli ha rivolto un solitario e arrendevole «chi ti paga?»; altri avrebbero fatto finta di non sentire, ma lui è tornato sui suoi passi e, trattenuto a stento da un addetto alla sicurezza, ha risposto con una prossemica minacciosa: «Chi è che ha detto “chi ti paga”?». Enrico Mentana è quel genere di uomo che, se lo incontrassi in un vicolo buio nel pieno di una notte senza luna, con ogni probabilità ti spiegherebbe con dovizia di particolari perché non devi parlare di ciò che non conosci.

Milanese del Giambellino allora frequentato anche da René Vallanzasca, durante gli anni al liceo classico Manzoni per non sbagliare è già direttore, di Giovane Sinistra, il mensile della Federazione dei Giovani Socialisti, e dopo aver lasciato l’università a 25 anni approda alla Rai, nel 1980, entrando nella redazione Esteri del Tg1. L’anno dopo diventa l’inviato da Londra, un Caprarica ante litteram, ed è lui, già riccioluto ed energico, a raccontare nelle case degli italiani il matrimonio tra Carlo il principe di Galles e Diana Spencer. Nel 1987 comunque, nonostante la sua passata militanza politica, rifiuta l’offerta di Bettino Craxi di apparire in un messaggio televisivo di propaganda elettorale socialista accanto al claim «Forse un garofano starebbe bene anche a voi».

Enrico Mentana Facebook

Nel 1991 lascia la Rai, e a gennaio del 1992 va in onda la prima, storica edizione del Tg5, che batte il Tg1 di Vespa di seimila spettatori e, surfando sull’onda Mani Pulite, segna l’inizio di un dominio a mezzobusto che venticinque anni dopo non solo non accenna a tramontare, ma è più che mai entrato nell’immaginario nazionale grazie a maratone, sfuriate virali e, per l’appunto, scontri epici con il peggio del web. Mentana è anche l’emblema di una mai approfondita terza via del berlusconismo: aziendalista Fininvest sia per natura che per educazione, quando Berlusconi si pronuncia sull’imminente voto comunale romano alla fine del ’93, la rimozione del coperchio di un vaso di Pandora di dichiarazioni politiche, il direttore segna il punto: «Se qualcosa sta cambiando, ne trarremo le conseguenze». E nel giorno in cui Indro Montanelli viene allontanato dal suo Giornale, il Tg5 lo fa parlare in diretta per difendere le sue ragioni. Siamo ad anni di distanza dai lunghi editoriali su La7 per difendere l’amico Gad Lerner da telefonate a sorpresa del presidente del Consiglio, ma il piglio è già inconfondibilmente quello del lone ranger.

Enrico Mentana

In seguito – finita anche l’epopea Fininvest, in modo brusco come si conviene a una persona facile all’arrabbiatura – arrivano Urbano Cairo e La7, i nuovi record di ascolti, un telegiornale plasmato a immagine e somiglianza del “Mitraglia”, usando il nomignolo inventato da qualche detrattore che più che l’eloquio indomito ne contesta una sedicente arroganza da superuomo. Amante convinto della bellezza femminile forse per tendenze superomistiche più dannunziane, si è sentito un racconto di sue avances a un’affascinante impiegata dell’editoria libraria, oltre alle note accuse su Twitter dell’ex moglie Michela Rocco di Torrepadula, madre di due dei suoi quattro figli, di averla lasciata a casa a lavare i piatti mentre lui se la «spassava».

Ma non importa, perché Enrico Mentana ormai è un eroe, e se gli eroi non sono tutti giovani e belli, di sicuro sanno tutti come rispondere a tono a chi crede che lo Stato sistemi i richiedenti asilo in alberghi a cinque stelle. La pagina Facebook di Mentana è un rifugio accogliente in cui chiudersi e dirsi che va tutto bene, che il populismo becero strillato sui social è solo un incidente di percorso e per giunta marginale, da superare con un’ironia condivisibile e rassicurante. Ma quanto durerà? Uno dei discussi tweet inviperiti di Michela Rocco suona, anni dopo, come un sinistro monito: «Chi di social network ferisce, di Facebook e Twitter perisce». E poi, un superuomo consapevole della sua volontà di potenza è in grado di non cambiare prospettive? Nel 2009, dopo la querelle che aveva portato al suo addio a Fininvest, lo stesso ex direttore editoriale Mediaset rivelava a Vanity Fair, ancora una volta comprensibilmente su di giri:

Dopo aver irriso per oltre un decennio le accuse di chi dipingeva Mediaset come una dépendance di Forza Italia, avevo assistito a una scena che avrebbe fatto esultare i teorici del conflitto di interessi; Mediaset si era trasformata in un comitato elettorale, dove i dipendenti festeggiavano per il buon lavoro, portato a termine non tramite la giusta informazione o gli ascolti, ma basandosi sulle preferenze accordate dagli italiani a Silvio Berlusconi

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