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11:34 lunedì 24 agosto 2026
A Jeff VanderMeer è piaciuta moltissimo la copertina della traduzione italiana del suo ultimo romanzo, Absolution Così tanto che le ha dedicato un post su Instagram, definendo «just stunning» il lavoro di Einaudi e di Lorenzo Ceccotti.
In tutta Europa la vendemmia non è mai iniziata così presto (e sì, anche in questo caso c’entra la crisi climatica) In Sicilia, Franciacorta, Trentino, Toscana, Borgogna, Champagne, Portogallo, Spagna. Si è iniziata la raccolta già a luglio, in alcuni casi.
Grazie al successo dell’Odissea di Nolan, il Met di New York ha deciso di esporre al pubblico la più antica “copia” esistente dell’Odissea di Omero Un papiro risalente all'Egitto tolemaico, che contiene tre versi assenti nella versione canonica dell'opera.
Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen Joy of Joys, questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.

Elmgreen & Dragset a Rotterdam

23 Giugno 2011

Con il suo porto gigante, che la divide e la sostiene come un reggiseno, Rotterdam ha un fascino tutto suo rispetto ad Amsterdam – sorella carina precisina e prima della classe, tutta impegni presi più per educazione che per voglia. Rotterdam ti rilassa e ti lascia il tempo di metterla in dubbio, mentre cammini dalla sua stazione confusa e perennemente provvisoria, sotterrata da grattacieli e locali rumorosi, fino al suo ponte, troppo elegante per essere ispirato ad uno che lodava la follia. E poi oltre, dove finalmente parchi e canali ti rassicurano che, dopo tutto, sei sempre in Olanda.

Il porto, dicevo. Come da manuale “postquesto-postquello”, il Boijmans Museum se n’è presa una fetta, convertendo uno spazio sconfinato in contenitore di progetti di arte contemporanea site-specific. Il primo ospite, l’anno scorso, era gente di lì: Atelier Van Lieshout, olandese che più olandese non si può. Ironia cinica, ampio utilizzo dei linguaggi di design e architettura, alle spalle la provocatoria istituzione di uno stato indipendente, sempre nel porto della città, nel 2001.

Quest’anno, dopo il successo precedente, è la volta degli scandinavi Elmgreen & Dragset, protagonisti del padiglione nordico e di quello danese alla scorsa Biennale e noti per aver piazzato una finta boutique Prada nella sperduta cittadina texana di Marfa (già comunque resa prelibata dalla colonizzazione dell’illustre minimalista Donald Judd nel 1971).

Grazie all’appeal decadente della struttura ospitante, il duo ha avuto l’opportunità di slanciare la propria verve su binari più scenografici che architettonici. L’architettura c’è, e in senso stretto, ma non si può evitare di vivere la visita come un piano sequenza, immaginandosi di poter registrare le immagini con i propri occhi.

Al Submarine Wharf (il nome olandese è molto meno attraente) ci si arriva col barcone, 20 minuti in cui ti vedi la sovramenzionata città scivolarti di dosso e appoggiarsi su un’orizzonte non troppo lontano. L’ingresso alla mostra – che poi consiste in un’unica installazione ambientale dalle dimensioni abbastanza intimidatorie – avviene via tubo, nel senso che c’è proprio un tubo gigante, un tunnel che si insinua nel bloccone postindustriale. La galleria è punteggiata da poster che pubblicizzano un finto reality show ed incitano alla denuncia in caso si assista ad atti criminali; poco più avanti un bancomat ai piedi del quale un bebè è stato abbandonato in una borsa sportiva. Già lì si intravedono delle finestre e si sente la musica di X Factor, fastidiosa e perenne colonna sonora al tutto. Una volta dentro il mini-quartiere popolare che gli artisti hanno allestito è finalmente svelato: un sinistro condominio che torreggia su un parcheggio, un triste monumento e dei cessi pubblici. Nel parcheggio è sdraiata una limousine senza ruote, arrugginita e smontata da un meccanico, ed a pochi passi c’è una ragazza madre con tanto di carrozzina, che legge una rivista con l’aria annoiata. Entrambi sono attori. Nei bagni si leggono messaggi zozzi e si trovano sculture surreali e vagamente inquietanti, tipo due orinatoi con i tubi intrecciati (il tema dell’omosessualità è una costante nel lavoro di E&D). Dulcis in fundo, una ruota panoramica ti raccoglie e ti offre una visuale cigolante e un po’ claustrofobica – ma semovente e, quindi, anch’essa cinematografica – sulla desolazione circostante.

Come voyeur scorporati ci si aggira nella penombra, un raggio di luce che filtra attraverso un buco nel soffitto ricorda le ronde in elicottero della polizia di LA, ma è solo una coincidenza.

La palazzina, questo scrigno impenetrabile, è il perno centrale. Squadrata e multietnica – si leggono i nomi sul citofono – è popolata da assenze, tv e computer accesi vivacizzano soggiorni piccoli, abbandonati ma ancora caldi. Le esistenze che se ne intuiscono sono quelle precarie e malinconiche di chi lavora anche di notte, o la passa insonne chattando in cerca di sesso.

Guardi attraverso le finestre provando ad afferrare quanto più possibile di queste vite altrui, cosa peraltro abituale per chi cammina lungo le vie olandesi, coi loro finestroni. Ovviamente il reality show è la vita stessa, e l’arte è l’occhio smaterializzato che si muove nello spazio facendo suo tutto ciò che trova, stendendo un velo patinato sullo squallore e sulla mediocrità di una palazzina qualsiasi, eletta letteralmente a fenomeno da baraccone.

C’è qualcosa di perverso nell’aggirarsi affascinati in questo simulacro, come a leccarsi le labbra di fronte ai manicaretti di cera nella vetrina di un ristorante giapponese. Mentre The One and The Many, il titolo dell’installazione, lampeggia ad intermittenza in lettere luminose da luna park, tu ti chiedi chi sia il one in questione. Sei tu, che ti aggiri come un cane scodinzolante annusando la sciattezza di persone finte ma vere, o si tratta di ciascuno di loro, intrappolato tra i muri della palazzina ed il giudizio dei tanti, tantissimi come te?

Prima di trovare la risposta te ne sei già andato, contemporaneamente eccitato dalla palpabile allucinazione e frustrato per l’irraggiungibilità delle stanze. All’uscita ti stappi una Fritz Cola e te ne stai vicino al molo, alle spalle il Submarine Wharf, pieno del suo show immobile, e aspetti che il barcone ti riporti alla vita vera.

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