Il problema è che, secondo l diritto internazionale, non si può imporre un pedaggio in acque internazionali. Ma sia Iran che Usa hanno promesso di farlo.
Nessuno vuole comprare la casa d’infanzia di Donald Trump
Dopo essere finita persino su Airbnb per circa 700 dollari a notte, la casa d’infanzia di Donald Trump è in vendita: il problema, però, è che nessuno la vuole comprare. L’abitazione dove è cresciuto il Presidente degli Stati Uniti si trova nel quartiere Jamaica Estates del Queens e dal prossimo 14 ottobre inizieranno i lavori di ristrutturazione in vista di una nuovo lancio sul mercato a un prezzo già stabilito. Dal 2017 infatti, quando la compagnia di real estate americana Compass ha preso in carica l’affare, l’unico ad averla richiesta è stato Misha Haghani, presidente della Paramount Reality Usa. Adesso ha deciso di rivenderla, ma nessuno ha ancora avanzato una proposta.
Acquistata per 2,14 milioni di dollari, la dimora di Trump è all’85-15 di Warham Place e comprende cinque camere da letto, una libreria, cinque bagni, un seminterrato, un patio e due box auto. Come riporta Design Taxi, Haghani ritiene il valore reale della casa non superiore al milione di dollari. «Ma il prezzo dovrebbe ovviamente andare oltre questa cifra. Non si tratta solo un bene immobile, ma di un sogno, un oggetto da collezionare, qualcosa di significativo per molte persone». Ma, dal momento che nessuno si è ancora fatto avanti, l’unica speranza dell’attuale proprietario è riposta in qualche fan particolarmente facoltoso del Presidente, che potrebbe così sentirsi «più legato a lui». La situazione al momento non è cambiata, tanto che Haghani ha dichiarato che verranno regalati 10 mila dollari a chiunque sarà in grado di indovinare con precisione il prezzo di vendita.
Il problema è che, secondo l diritto internazionale, non si può imporre un pedaggio in acque internazionali. Ma sia Iran che Usa hanno promesso di farlo.
La National Association for the Advancement of Colored People ricorrerà a questa misura estrema, usata, e solo in parte, in altri tre casi nella storia.
«Al di là di qualsiasi convinzione o posizione, uniamoci per fermare queste azioni disumane, illegali e distruttive», ha scritto il regista.
Il termine, coniato dal Financial Times, si applica ad almeno dieci occasioni in cui Trump ha fatto grandi minacce per poi battere in veloce ritirata.
Anni di discussione sulla crisi climatica non sono serviti a convincerci. Ci è voluta il peggior disastro geopolitico della storia recente per ricordarci quanto fragile sia il mondo fondato su petrolio e gas. E quanto poco tempo gli resti.
Il Presidente si rivolge ai «crazy bastards» iraniani, minacciandoli di scatenare un «living in Hell» se non «open the fuckin’ Strait»: persino tra i Repubblicani inizia a esserci una certa inquietudine.